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Full text of "Villa Glori, ricordi ed aneddoti dell' autunno 1867;"




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BIBLIOTECA STORICA DEL RISORGIMELO IT^LÌANO 
pubblicata da T. Casini e V. Fiorini -cxSenafBv N.4 

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PIO VITTORIO FERITARI 



VILLA GLORI 
ricordi ed aneddoti 

dell'autunno 1867 

con prefazione di ETTORE SOCCI 



seguono in appendice 
il " Giornaletto di Campo „ ed altre Note e Ricordi 

SCRITTI 

nell'ospedale e nelle carceri di roma 

DÀ 

GIOVANNI CAROLI 



. . . Oh come grato occorre 

Il rimembrar delle passate cose 
Ancor che tristi ! 

Leopardi. 




ROMA 
società editrice dante alighieri 

1899. 



Proprietà letteraria 
della Società Editrice Dante Alighieri 



Roma — Tipografia Ulsfit'vin.um. 



A 






ALLA MIA VENERATA MAMMA 

CONFORTO E SVAGO 

NELLA SUA TARDA ETÀ 

QUESTA BREVE PAGINA 

DELLA MIA VITA 



716368 



PREFAZIONE. 



Tra tutte le campagne di Garibaldi quella 
del 1867, nell'Agro Romano, é, senza 
dubbio, la più bizzarra e la più singolare. 

Chi ebbe la fortuna di far parte, in quel 
tempo, del microscopico esercito condotto 
dal gran capitano, rammenta, anche oggi, 
a unente fredda, come una delle più fan- 
tastiche e sorridenti visioni, quella baraonda 
di gente, capitata da ogni parte d'Italia e 
trascinata da un solo pensiero : Andare a 
Roma a ogni costo ; rifarsi delle busse 
toccate, Tanno prima, dall'Austria e farla 
finita col potere temporale. 

Erano quasi tutti col vestito che porta- 
vano in città e quindi, in meno di quello 



che si dice, riusciva più facile prenderli per 
straccioni che per cavalieri di un ideale, 
I fucili poteano dirsi fratelli gemelli di 
quelli della guardia civica del 1848, forse 
erano gli stessi, e, quando si arrivava a 
poterli scaricare potea dirsi un vero pro- 
digio. Le scarpe ridevano da tutte le parti. 
Qualche camicia rossa la si vedeva, e si 
vedeva anche qualche gallone dorato o 
inargentato, ma tutto insieme era uno 
strano miscuglio di soprabiti e di giac- 
chette, di giubbe e di cacciatore, di piop- 
pini, di papaline e di cappelli alla calabrese. 
Stefano Canzio fece tutta la campagna in 
tuba, ed a Mentana, in mezzo air infuriare 
delle palle, appariva più bello del vero, 
sotto quella copertura così aristocratica ! 

Un capo armonico comprò da un chie- 
richetto spiantato il suo zimarrone e si 
battè fino all'ultimo, con queir indumento 
sacerdotale.,. 

Oh, le belle serate -di Terni che prelu- 
diarono le marcie faticose, i (orzati digiuni, 
i sacri entusiasmi delle battaglie, le serene 
soddisfazioni dei sacrifizi, incontrati sorri- 



VII 

dendo... tanto era la fede che fioriva nel 
cuore ! 

Nei gruppi sussurroni dei giovinotti che 
facevano della strategia a buon mercato e 
trinciavano di politica a tutto pasto, incro- 
ciavansi tutti i dialetti, confondevansi tutti 
i vernacoli, apparivano grandiose le be- 
stemmie di tutte le regioni italiche. La 
bestemmia è l'abituale interpunzione del 
soldato, specie se é in faccia al nemico ! 

Gli arruolamenti si facevano sui tavolini 
dei caffè : qualche foreria era in una bet- 
tola e qualche stato maggiore in una lo- 
canda. 

Il governo chiudeva gli occhi: i ragazzi, 
la sera, alla ritirata accompagnavano i sol- 
dati cantando a squarciagola : 

Anderemo a Roma santa 
A dispetto dei francesi. 

Gli ufficiali ci guardavano con invidia. 
Poveri figlioli! Avrebbero dovuto tratte- 
nerci e avevano una voglia matta di venir 
via insieme con noi ! 



Menotti Garibaldi, dopo aver sconfinato 
alla Farfa, erasi misurato coi papalini a 
Monte Libretti, dove, Achille Fazzari, pu- 
gnando come un leone, ebbe morto, cri- 
vellato da 17 palle, il cavallo e riportò 
grave ferita alla gamba. Acerbi avanzavasi 
nel viterbese: Nicotera aveva già occupato 
Ceprano. 

I fratelli Cairoli, doveano in Roma pre- 
star mano a Francesco Cucchi, designato 
capo dell' insurrezione. Le cose andavano 
per le lunghe : il comitato nazionale tra- 
diva ; i cospiratori perdevansi in infeconde 
organizzazioni e in preparativi sballati ; i 
vecchi non avevano fede, i giovani mi- 
gliori, disdegnosi della tirannide papale 
aveano, da gran tempo, presa la via del- 
l'esilio e, in quell'ora, si trovavano già al 
loro posto nelle file dei garibaldini. Quando 
la verità verrà a galla sarà una gran brutta 
pagina per certi messeri quella dell'abor- 
tita rivoluzione del 1867. 

Enrico Cairoli, assetato d'azione, rifug- 
gente da ogni indugio, molestato dalla 
polizia e per breve tempo arrestato, stanco 



IX 

oramai dalPattendere e smanioso di peri- 
colo, un bel giorno lasciò l'eterna città e 
se ne venne a Terni ove adunò intorno 
a sé il glorioso manipolo che ha reso 
eterno nel cuore degli italiani il ricordo 
di Villa Glori. 

I settanta hanno oggi l'onore di appar- 
tenere alla leggenda. 

Pio Vittorio Ferrari fu del bel numero 
uno e, dopo trentadue anni, pubblica oggi 
questo volumetto, nel quale narra minu- 
tamente gli episodi giornalieri dell'eroica 
spedizione. 

Anche Pio Ferrari trovavasi a Roma, 
quando vi era il Cairoli, quando, di mo- 
mento in momento, dovea scoppiare la 
rivoluzione e, disilluso anche lui, piantò 
l'assonnata città per andare con Garibaldi. 

La narrazione dell' imberbe giovinetto, 
scappato, si può dire, dalle sottane della 
mamma che amava, riamato, dell'affetto 
più intenso e sbalestrato in un mondo 
che ei non aveva mai potuto intravedere, 
improvvisato soldato e cospiratore incon- 



sciente, è quanto di più semplice possa 
mai immaginarsi. 

Il pregio maggiore di queste memorie 
alla casalinga è proprio quello di non con- 
tenere alcun artifizio e di esser prive ad- 
dirittura di qualunque fronzolo o ciarpame 
rettorico. Il vero vi si rispecchia in ogni 
frase, in ogni periodo. L'autore non ha la 
pretesa di fare un' opera d' arte : egli rac- 
conta alla buona le peripezie che, lungo 
le marcie, durante il breve combattimento, 
nel quale egli fu tra i primi ferito, e nel 
lungo soggiorno dell'ospedale - a San Spi- 
rito e poi a Sant'Onofrio - accompagna- 
rono un breve periodo della sua vita, del 
quale può andare giustamente orgoglioso. 

Uno dei difetti più facili a incontrarsi 
nelle pubblicazioni che riferisconsi a im- 
prese guerresche e sono narrate in prima 
persona é quello di sgusciar, non volendo, 
nel Miles gloriosus di Plauto. 11 Ferrari 
questo difetto non l'ha davvero: anzi, 
allorché parla di azione, di eroismi, di 
pugna ei si ritrae, come una sensitiva, e 
pare voglia nascondersi... 



XI 



Nulla però è più efficace della verità ; 
e le scene dei cospiratori in via dei Quattro 
Cantoni, e il via-vai dei monsignori che 
vogliono convertire i garibaldini nell'ospe- 
dale sono bozzetti addirittura geniali. 

Della campagna del 1867 non è stata 
scritta finora una storia esatta ; importanti 
lavori ne furono pubblicati e non pochi. 
Basti il citare Da Terni a Mentana del 
Guerzoni e gli stupendi sonetti, in dialetto 
romanesco, di Cesare Pascarella, cosi cari 
al Carducci, e così efficaci nel ritrarre i 
particolari più salienti della spedizione dei 
settanta. Tutti però si sono limitati a det- 
tare memorie personali o ad illustrare fatti 
isolati. Molti furono i canti, manca in- 
somma il poema. 

Sull'azione del glorioso manipolo che 
con Enrico Cairoli erasi consacrato alla 
morte, sul fatto stesso di Villa Glori molti 
furono e sono ancora i commenti, ma, 
per quanto possano essere disparati i giu- 
dizi, per quanto diverse le accuse, per 
quanto severe le critiche, rimarrà sempre 
il leggendario ardimento, il sacrifizio epico, 



XII 

la morte radiosa preferita alla complicità 
della inerzia... Villa Glori fa oggi parte 
della nostra Epopea nazionale e, finché 
innanzi alla colonna funerea, inalzata ac- 
canto al mandorlo alla cui ombra esalò 
l'anima grande Enrico Cairoli, si racco- 
glieranno, nel glorioso anniversario, i gio- 
vani nostri, non ci è da disperare dell'av- 
venire. 

L'esempio di chi muore per un'idea é 
sempre proficuo. 

Lumeggiare, in ogni suo particolare, 
l'azione grandiosa di un popolo che tanto 
operò e tanto sofferse per avere una patria - 
insegnare ai giovani, quanto sia facile farsi 
maggiore d'ogni privazione e affrontare 
qualunque sacrifizio, quando si ha la fede 
nel cuore - dimostrare colla semplice nar- 
razione dei fatti che colla costanza si vin- 
cono tutte le nobili cause, e far tutto questo, 
alla spicciola, senza andare in- cerca di 
parole lambiccate, di frasi contorte, di citrul- 
lerie metafìsiche, e di mirabolanti astra- 
zioni filosofiche, ò la propaganda più effi- 
cace, la più pratica delle lezioni. 



XIII 



Questo ha voluto fare, e ci è riuscito, 
il Ferrari, e voglio sperare che il suo libro 
avrà tra i giovani molti lettori. 

È deplorevole che quasi tutti coloro i 
quali frequentali le scole, conoscano, al- 
meno di nome, gli eroi dell'evo antico e 
sieno affatto digiuni di ogni notizia su chi 
di quelli eroi seppe accettare il retaggio. 

Eppure gli ultimi non impallidiscono 
innanzi ai primi e talvolta ne vincono il 
paragone. 

Masina che muore, lanciando il proprio 
cavallo fino ai primo pianerottolo del ca- 
sino dei Quattro Venti può stare alla pari 
di qualunque paladino dell'Ariosto : Bron- 
zetti che non si ritira e, morendo a Castel 
Morone, assicura Ja vittoria del Volturno 
non ha nulla da invidiare a Leonida : En- 
rico Cairoli che gitta l'anima grande al- 
l'avvenire, e cade col rewolver in pugno, 
proferendo il nome della mamma, è la 
espressione più nobile del cavaliere del- 
l' ideale. 

Narriamo adunque questi fatti, profi- 
lando colla parola e collo scritto le belle 



XIV 

figure rispecchianti tutta la gentilezza del 
sangue latino, e se ai nostri racconti, al- 
l'evocazione di tanta virtù, se al ricordo 
di quanto sangue generoso è costata la 
patria, la gioventù non sentirà fremente 
il dovere di mantenerla intatta questa no- 
stra povera patria, di migliorarne la sorte, 
di strapparla al disonore ed alla vergogna, 
dovremo vergognarci di esser nati ita- 
liani !... 

I libri, come quelli del Ferrari, sono 
un ricordo ed un monito. 

Sieno i benvenuti, oggi più che in ogni 
altro tempo, dacché da tutti é sentita, pur- 
troppo, la deficienza dei caratteri, ed é sui 
buoni libri che si forma il carattere. 

Ettore Socci. 



I. 

Partenza;. 

Una sera del settembre 1867 mi trovavo al Ca- 
sino o Circolo sociale di Udine e si chiacchierava 
secondo il solito, di politica, trinciando il mondo 
a diritto ed a rovescio con la giovialità e la spen- 
sieratezza dei vent'anni. 

La compagnia s'accresceva ad ogni istante di 
qualche amico : finalmente ad un dato punto tutti 
si levarono come a segnale convenuto e passa- 
rono nella sala attigua. 

Volli seguirli, ma mi fu impedito: ciò che mi 
parve molto strano. 

— O che, ci avete dei segreti? chiesi ad un 
amico. 

— Abbiamo un affare nostro da sbrigare. 

— Ed io non posso intervenire ? 

— No, abbi pazienza: a suo tempo saprai ogni 
cosa. 

— Ma di che si tratta dunque ? 

— Parola d'onore, te lo dirò. 
2 



E mi chiuse la porta in faccia, lasciandomi solo. 
Per tutto quel giorno almanaccai su quella con- 
ferenza a porte chiuse. — Che sarà mai? pensavo. 
— Affari della società? oh no di certo, perchè io 
pure sono socio e dovrei saperne qualche cosa ! 

All'indomani, appena uscito di casa, mi diressi 
all'ufficio della Sentinella friulana. Era questo il 
titolo di un periodico settimanale, che si stampava 
da noi giovani e che aveva per iscopo e programma 
di educare ed istruire il popolo. 

Non saprei dire quanto e come il nobile in- 
tento fosse effettivamente da noi raggiunto, né se 
i mezzi adoperati fossero i più adatti. Di due cose 
mi ricordo, le quali per lo meno fan fede delle no- 
stre buone intenzioni : che tutti noi ci mettevamo 
una grandissima attività e che il periodico era dispen- 
sato gratuitamente, come gratuita era l'opera no- 
stra. Ne pagava le spese una eletta schiera di pa- 
troni (chiamiamoli così), i quali contribuivano 
con due lire al mese. Non ricordo quanti fossero : 
so però che il giornale era letto e se ne distri- 
buiva un migliaio di copie circa. 

Questa cuccagna durò, credo, tre o quattro mesi, 
poi si risolse in un deficit, che troncò miseramente 
la vita alla filantropica pubblicazione. 

Era di buon mattino ancora e però rimasi sor- 
preso allorché, entrando nell'ufficio eh' io credevo 
di essere primo ad aprire, lo trovai invece occupato 



3 
da alcune persone a me sconosciute, le quali con- 
versavano animatamente. Al mio entrare la con- 
versazione s' interruppe d'un tratto, poi fu ripresa 
a bassa voce. Io fingendo di non interessarmici, 
mi misi a sfogliare alcune carte, ma in realtà ten- 
devo T orecchio. Morivo dalla curiosità. 

Poco dopo entrò un comune amico, il quale 
senza tanti misteri, forse credendomi d'intesa 
con gli altri, depose sul tavolo alcuni biglietti di 
banca. 

— Ecco tutto quello che ho potuto cavare di 
tasca al signor X. . . . (il nome non serve), esclamò. 

— Basterebbe al più per due di noi, soggiunse 
uno degli interlocutori. 

— Sta bene, ribattè un altro, ma quando sa- 
remo sul posto, come si farà? ci toccherà viverci 
per chi sa quanti giorni ! 

— Ma io credo che là si provvederà. 

— Chi ne sa nulla? 

— Intanto potreste partire e quando sarete sul 
luogo, spediremo dell' altro; frattanto ci adopere- 
remo. 

— Non lo credo prudente. Per ritirare denaro 
quando s' è fuori, fa d' uopo declinare il proprio 
nome alla posta od alla banca, e noi abbiamo bi- 
sogno di tenerci nascosti. Io, fra V altre, non ho 
passaporto: quindi non si samai quel che possa 
accadere. 



4 

Dal dialogo interrotto, dalla ricerca di quat- 
trini e da altri indizi mi parve comprendere di 
che si trattasse. 

Uscii come se nulla fosse e la prima persona che 
incontrai fu l'amico del giorno prima, quello che 
m'avea dato parola di palesarmi il segreto. 

— Giurami che mi dirai la verità, gli dissi. Voi 
combinate qualche cosa per Roma. 

— Come lo sai? mi chiese sorridendo. 

— L' ho potuto argomentare da un discorso ora 
udito all'ufficio del giornale. E tu perchè non 
mi dicevi nulla ? 

— Sei troppo ragazzo, si temeva che parlassi; 
ma al momento di partire figurati se non te lo 
avrei comunicato ! 

— Quando si parte? 

— Ora lo vedremo. E rientrammo all'ufficio. 

C'era anche un mio amico triestino, Giusto Mu- 
rata. Per partire si attendeva un telegramma da 
Firenze. 

Il telegramma venne finalmente. 

— lo parto, dissi al Muratti. Vieni ? . . . . e fu 
stabilito di lasciare, se fosse possibile, la città quella 
notte stessa. 

Due ostacoli però si frapponevano. Il Muratti 
non aveva passaporto. Io invece l'avevo e in 
perfetta regola; ma in compenso non avevo quat- 
trini e se ne avessi chiesto in casa, avrei messo 



sospetto e certo mi sarebbe stata impedita la par- 
tenza. 

Al passaporto per il Muratti fu subito provveduto: 
un amico gli prestò il suo. Più difficile fu risol- 
vere l'affare dei quattrini per me. Un signore me li 
aveva promessi per la sera: uscii a notte tarda con 
armi e bagaglio e mi recai da lui, ma non era in 
casa. Il tempo stringeva e solo un' ora mancava 
alla partenza del treno. 

Inquieto per tale contrattempo, lasciai il mio pic- 
colo bagaglio al Muratti, pregandolo di attendermi, 
che avrei fatto un altro tentativo. Erano le nove di 
sera e certamente poche speranze potevo nutrire a 
queir ora per simili affari. Ma io conoscevo le abi- 
tudini casalinghe di un amico. A quell'ora doveva 
essere a cena : ero quindi sicuro di trovarlo in casa. 

Andai da lui e lo trovai ; gli chiesi trecento lire, 
me le diede senza aprir bocca e ritornai trionfante 
dal Muratti che mi attendeva sulla via. 

Un' ora dopo il treno diretto della notte ci por- 
tava alla volta di Firenze. 

In mia casa per quella sera e fino al mezzo- 
giorno del domani non se ne seppe nulla. 

S' era bensì vociferato alcuni giorni prima in città 
della misteriosa partenza di alcuni giovinetti, ma 
nessuno aveva saputo dare spiegazioni. 

Qualche cosa n'aveva inteso anche la mia buona 
mamma e però forse divinava. In casa seguiva 



6 

ogni mio passo e quando quella sera picchiò alla 
mia stanza, dove m' ero rinchiuso per comporre 
un po' di biancheria entro una piccola sacca, do- 
vetti nascondere sacca e biancheria sotto il letto 
per non darmi a conoscere. 

Voleva che 1' accompagnassi presso certi nostri 
parenti. Le dissi che non potevo perchè dovevo 

fare una visita di dovere in casa X E così dopo 

desinare io andai a vestirmi in abito nero da so- 
cietà con guanti e gibus ed essa venne a vedere 
di persona se P abbigliamento era all'ordine e mi 
stava bene. 

— Mi raccomando, sai? mostrati garbato e ri- 
verisci da parte mia. 

— -Sì, mamma. — Le diedi un bacio ed uscii in 
gran fretta. Mi veniva da piangere. 

Forse quel bacio potea essere 1' ultimo ed ella 
non lo sapeva. In ogni modo l' indomani avrebbe 
provato un grande dolore. 

Ad alleviarlo, le diressi, poco prima di partire, 
un bigliettino e lo impostai alla stazione. 

Le chiedevo scusa d'averla in tal modo ingan- 
nata: partivo per un affare di premura e la pre- 
gavo di non fare di me ricerca alcuna porche a 
suo tempo le avrei fatto avere mie nuove. 



II. 

Air albergo della Luna a Firenze, dove pren- 
demmo stanza, ci attendevano parecchi amici par- 
titi prima di noi. Primeggiava fra essi e fungeva 
4a capo Francesco Tolazzi, valoroso soldato, che 
poi, fino a pochi anni or sono, fu modesto impie- 
gato: ora pur troppo è morto. Nel 1864 era 
stato intrepido capitano di una piccola banda di 
insorti friulani i quali, battendosi a Monte Ca- 
stello, avevano dalle alte vette delle Alpi Carni- 
che messo in iscompiglio ed in moto un intero 
corpo d'armata austriaco che aveva alla testa il ge- 
neralissimo Benedek, appositamente chiamato a tal 
comando. L'intera provincia dei Friuli era stata 
posta in istato d' assedio. La mobilitazione di quel 
corpo costò all'Austria la bellezza di quasi due mi- 
lioni di lire, mentre la banda dei volontari non 
raggiungeva forse i venti uòmini ! 

Parte di costoro erano stati imprigionati, parte 
ne vidi io stesso rimessi in libertà nel 1866, altri 
riuscirono a fuggire e ripararonsi nel Regno. 

Fra questi il Tolazzi, il Cella ed il venerando 
Andreuzzi. Quest'ultimo stette ben 17 giorni sotto 



un crepaccio di montagna mantenendosi a polenta 
e latte, che gli recava un pastore, e tenendosi la 
stricnina in tasca, pronto al suicidio piuttosto che 
cadere in mano al nemico ! 

Belle memorie! 

Quando io ed il Muratti arrivammo, gli amici 
che ci avevano preceduto si preparavano a prose- 
guire il loro viaggio. Avevano tutti portata seco 
una rivoltella e fu non piccola difficoltà l'adattar- 
sela in modo che non fosse veduta; la scoperta 
di una compagnia di giovinotti armati a quel modo 
avrebbe potuto procurarci seri guai anche colla 
polizia italiana. 

Essi dovevan passare il confine per Orte e Co- 
rese ; noi insieme a qualche altro amico lo avremmo 
passato T indomani dalla parte di Montalto e Ci- 
vitavecchia. 

Partirono dunque assieme gli amici Marzuttini, 
Berghinz, Andreuzzi juniore, Facci, Cella e Po- 
voleri. 

La giovialità serena ed esilarante di quest'ul- 
timo teneva allegra la compagnia. Chi l'avrebbe 
detto allora ! Il Povoleri finì suicida in Alicante 
pochi anni dopo, ed egual fine si ebbe pure più 
tardi il povero Cella ; egli che aveva sfidato tante 
volte la morte, che al ponte del Callaro aveva 
sostenuto con un capitano austriaco, un duello 
corpo a corpo da non aver riscontro che nelle 



9 
epopee antiche (ij; egli che fu il primo ferito 
di quella guerra e meritò Y onore di essere chia- 
mato da Garibaldi : prode fra i prodi ! 

E morto è pure il povero Carletto Facci, anima 
gentile e dolcissima di intelligente amico ! Il Ber- 
ghinz e TAndreuzzi da parecchi anni portarono 
nella libera America Y onesta loro attività e forse 
non li vedremo più: tutti scomparsi! 

L'indomani partimmo anche noi venuti dopo 
ed a noi si unì pure l'amico Alberto Ceresa di 
Lodi. 

Eravamo in quattro ed anche di npi quattro 
uno pur troppo or non vive più che nella dolce 
memoria ! 

Il Comitato residente in Firenze ci aveva desi- 
gnati gli alberghi dove in Roma dovevamo pren- 

(i) « Qui accadde un fatto degnissimo di poema e di sto- 
ria, e fu che certo capitano austriaco sfidò a singolare ten- 
zone il tenente Cella friulano; entrambi valorosi davvero 
e T uno competente all'altro ; però o la maggior perizia o 
piuttosto la fortuna sovvenisse il tenente, il fatto sta che 
il capitano, rilevate diciassette ferite, si ebbe a rendere : fin- 
ché durò questo duello cessarono di tirare da una parte e 
dall 7 altra, e il vincitore con parole blande consolò il vinto, 
che a questo modo deve costumare chiunque abbia voglia 
che la virtù gli frutti lode e non biasimo ». Guerrazzi, 
11 secolo che muore, cap. X. — Posso aggiungere che i 
due feriti furono trasportati a Salò e curati in uno stesso 
ospedale, divennero poscia amici. 



IO 

dere alloggio. Così alcuni furono mandati all'Hotel 
Roma, altri all' Europa, altri all'albergo Cesari ; il 
Muratti ed io fummo destinati alla Minerva, noto 
sbarcatoio, allora come ora, di tutti i gros-bonnets 
del legittimismo. 

Prima di partire dovemmo far legalizzare i no- 
stri passaporti dal console spagnolo che abitava 
fuori di Porta al Prato, ed anche questa pratica 
ritardò la nostra partenza di qualche ora. Curiosa 
contraddizione! Pio IX avea tanta fiducia nella 
Francia che si faceva difendere dalle sue truppe, 
ma per i passaporti esigeva il timbro della Spagna ! 

Sostammo a Livorno la notte per riprendere di 
buon mattino il treno maremmano. I carabinieri 
alla stazione non ci diedero noia. A noi però sem- 
brava ci tenessero d'occhio e non respirammo 
liberamente che quando il treno si mosse. 

A Montalto visita doganale. Un ricevitore sfo- 
gliò due o tre volte una Guida d'Italia che gli 
si affacciò Dell'aprire la mia sacca, poi mi die una 
sbirciata di sottecchi. Forse volea scrutare nel mio 
volto un possibile lettore di libri proibiti. 

Da Follonica in giù eravamo rimasti in coupé 
noi quattro con altri due giovinoti che non 
conoscevamo. Costoro, forse indovinando o fidando 
nella lealtà della gioventù che non tradisce, cava- 
rono di tasca prima d'arrivare a Montalto due 



II 

rivoltelle e cominciarono a consultarsi fra loro 
sul modo di poterle nascondere prima di arrivare 
al confine. 

Vedendo quelle armi, immaginammo che il loro 
viaggio avesse l'identico scopo del nostro. Lo 
chiedemmo e ce lo confermarono. Allora sugge- 
rimmo loro di nascondere le rivoltelle nell'im- 
bottitura dei sedili cavando un poco di stoppa : 
così fu fatto; e poi che ebbero subita la visita do- 
ganale e ripresi i loro posti, ricuperarono senza 
inconvenienti le loro armi. 

Erano due bravi giovinotti : li lasciammo alla 
stazione di Roma e non li rividi più. Ricordo però 
il nome di uno, Natale Capaccioli, nome che ri- 
vidi più tardi nella funebre lista dei morti a Mentana, 
Apparteneva al glorioso battaglione livornese 
guidato dal Mayer (r). 

Il sole era già calato in un ampio manto di 
nuvole d'oro : cominciava ad imbrunire. 

Il treno correva monotono attraversando le de- 
solate ed interminabili lande della campagna ro- 
mana; la conversazione nostra era andata gradata- 
ci I sessanta carabinieri livornesi, la vecchia guardia 
della giornata, lasciarono circa la metà di loro sul terreno. 
Fra questi dodici morti, dei quali troviamo in un album pie- 
toso registrati i nomi, che ci par sacro ripetere: Berta gni Vin- 
cenzo, Boni Egidio, Caillon Gustavo, Capaccioli Natale, Ci- 
priani Ubaldo, Costa Pietro, Franceschi Francesco, Grotta 
Giovanni, Lircan Bellini, Giuliani Francesco, Paci Silvestro. 



12 



mente languendo : il crepuscolo stesso invitava al 
silenzio. 

Un senso indistinto di brivido m' aveva preso. 

La certezza di trovarmi in paese nemico ; la pos- 
sibilità di essere pedinati dalla polizia, scoperti e 
gettati in un carcere senza nemmeno il merito 
d'aver mosso una paglia ; l' impresa non ben de- 
terminata che ci attendeva in Roma; il ricordo 
della famiglia lasciata la quale forse in quel momento 
era in tutte le angosce non sapendo dove e come 
fare di me ricerca; ciò tutt'assieme dava ai miei 
pensieri una tristezza meditabonda alla quale invi- 
tava anche la stessa ora tarda della sera ed il pae- 
saggio che ci si svolgeva innanzi agli occhi, malin- 
conico e desolante. 

Si attraversavano immense praterie che andavano 
a confondersi a perdita d'occhio col lontano oriz- 
zonte, colline e vallate alternantisi per intermina- 
bili pendii, ma spoglie affatto d'ogni vegetazione 
e solo popolate qua e là da mandrie di pecore, di 
bufali e di cavalli. Non un arbusto, non un bo- 
schetto, non una casa! li treno correva correva... 
passata Civitavecchia, passato anche Palo, ultima 
fermata del diretto, e via via Palidoro, Maccarese, 
Magliana e finalmente Roma ! 

Roma, termine dei nostri pensieri, meta delle 
nostre aspira/ioni, delle aspirazioni d'ogni italiano! 
l'avremo?... chi lo può dire? come l'avremo?... eli i 



J 3 
lo sa ? ci sono armi? è preparata la popolazione? 
insorgeranno? .. e se ci lasciassero soli?... faremo le 
barricate; e se ci agguantano?... ci fucileranno, ci 
impiccheranno come congiurati, come framassoni /... 
e la mamma ? Questo dolce ricordo che facea ca- 
polino fra l'incertezza di sì tristi presentimenti, mi 
produsse il senso di un'angoscia disperata. Guardai 
i miei compagni: alcuni dormivano, altri medi- 
tavano pur essi, e mi pareva scorgere anche sui 
loro volti i segni d'una preoccupazione profonda ! 

Ma io quando il treno, finalmente rallentando, 
sostò e udii proferire il gran nome : Roma / io 
asciugavo due grosse lagrime! 

Alla stazione ci dividemmo senza saluti e com- 
miati come fossimo affatto sconosciuti l'uno al- 
l'altro. 

Alla Minerva si convenne fra me e il mio com- 
pagno di parlare sempre in dialetto per il caso 
che qualche spia origliasse alle porte. Ottima pre- 
cauzione, che però corse pericolo di venir gua- 
stata fin dalla prima sera dal carattere impetuosa- 
mente istintivo del compagno mio. 

Poco dopo aver preso possesso del nostro al- 
loggio, ecco un cameriere tutto giuggiole e tutto 
inchini a domandarci ossequiosamente i nostri ri- 
veriti nomi, o meglio ancora, se non c'era d'inco- 
modo, i rispettivi passaporti. Consegnammo inostri 
nomi scritti su di un polizzino, non essendo il caso 



14 

di porgere carte da visita; quanto ai passaporti, 
rispondemmo che li avremmo consegnati l'indo- 
mani, perchè ci scomodava levarli allora dal fondo 
dei bauli. 

Il cameriere ricevette la carta, mormorò uno 
strascicato e gentile: Benissimo! poi avendoci chie- 
sto se desideravamo mangiare, scendemmo senza 
altro con lui al restaurant. 

Era un salone vastissimo decorato a marmi e 
stucchi con colonne di marmo, nicchie e statue ; 
qualche cosa di mezzo fra Paula accademica e la 
chiesa. Un unico candelabro illuminava il vasto 
ambiente, che rimaneva quasi tutto in penombra o 
buio, e davanti al candelabro sedevano a tavola 
un prete e un suo giovane allievo. Mangiammo 
di buon appetito. Il prete e l'allievo sorbivano un 
the, e rammento ancora la strana impressione che 
ci fece il veder l'allievo, prima di bere e dopo aver 
bevuto, fare certi enormi segni di croce, come se 
avesse avuto da esorcizzare la bevanda. 

Cenando però mi venne un dubbio, che cioè 
il protrarre al domani la presentazione dei passa- 
porti potesse dare qualche sospetto; ne feci motto 
al mio compagno ed egli pure fu del mio avviso. 
Perciò, finito alla meglio il desinare, risalimmo 
nella stanza e chiamammo il cameriere. 

— Eccole i nostri passaporti, disse tosto il Mu- 
ratti con un tono burbero in lui abituale, e ac- 



i5 
centuando le parole sì che uscivano come schiop- 
pettate. 

— Oh si figuri! rispose l'altro cerimoniosis- 
simo. Non occorreva che lor signori si disturbas- 
sero per questo; facciano il loro comodo; se non 
è questa sera, sarà domattina che daranno conto 
di sé alla polizia. 

Questa parola, detta, io credo, affatto innocen- 
temente da quel loiolino ganimede, fece scattare 
il mio compagno come se l'avesse punto una vi- 
pera, e affrontando minaccioso il cameriere 

— Che polizia! gridò. 

— Sì, riprese impaurito ed officioso il came- 
riere, la polizia, cioè l'ufficio dei passaporti, perchè 
l'ordine è così ; sa, noi non c'entriamo per nulla ! 

— Che polizia, che polizia! per chi ci prende 
lei ? Eccole i passaporti ! e li buttò al cameriere 
con tale una grazia, che questi pel suo meglio 
sgattaiolò lesto come una gazzella e scese di corsa 
per il corridoio probabilmente a raccontare al pa- 
drone le suscettività tempestose del forestiere 
nuovo arrivato, mentre io strapazzavo di santa ra- 
gione l'amico, dicendogli che con simili modi non 
si va a cospirare in paese nemico e che se co- 
minciavamo così, non sarebbe passato un giorno 
che ci avrebbero legati, e l'avremmo finita male! 



i6 



III. 
Alla, Minerva. 



Se io dovessi qui ricordare quali criteri ci ave- 
vano diretti a Roma e quali interessi avevamo, 
dovrei certamente lavorar di fantasia. Eravamo a 
Roma, sapevamo di non essere soli, sapevamo che 
doveva trovarcisi pure un capo, che noi eravamo 
a sua disposizione e dovevamo attenderne gli or- 
dini. Donde poi ci sarebbero venuti, con quali 
mezzi si sarebbe agito e quando, ignoravamo af- 
fatto. 

Intanto stabilimmo di visitare un pochino la 
città. 

Programma nostro il fingerci stranieri : Muratti 
parlerebbe tedesco, io francese. Io ero sempre vestito 
coli' abito da società e col gibus che avevo al- 
l' atto della partenza. Giovinetto ancora imberbe, 
quell'abbigliamenro mi dava l'aria d' un chierico 
travestito o d'un pastore evangelico. Per maggiore 
illusione presi meco quella guida d' Italia rilegata 
in tela rossa cb' era stata perlustrata dal doganiere 
al confine di Montalto, la quale, se poteva ingan- 



17 
nare la polizia sul conto nostro, disgraziatamente 
illudeva però anche i ciceroni di piazza. 

Infatti questi, appena uscimmo dall'albergo, ci 
assediarono da ogni parte. Un bottaro ci si ac- 
costò, salimmo ed avendoci anch' egli chiesto in 
francese dove si voleva andare, il mio compagno, 
affastellando francese tedesco e italiano, diede una 
tal risposta ed in tale idioma, che non so davvero 
che cosa il cocchiere riuscisse a comprendere. 

Fortunatamente i bottari di Roma erano in gran 
parte dei nostri, che se, Dio liberi, quello fosse stato 
una spiarci avrebbe condotti difilati a Montecitorio. 
Per chi noi sapesse, il palazzo di Montecitorio al- 
lora era la sede della Direzione generale della po- 
lizia pontificia. 

Visitammo S. Pietro e vi trovammo una guida 
o cicerone che possedeva un permesso per visi- 
tare Castel Sant'Angelo. Ci tornò opportunissima 
e l'accettammo. 

Ridire le impressioni riportate dalla vista del 
maggior tempio della cristianità non è qui luogo, 
né, per verità, bene me le ricorderei; perchè le 
nostre osservazioni, più ancora che ai quadri ed 
alle statue, erano dirette a certi altri forestieri, la 
maggior parte giovani, che si vedean qua e là gi- 
rare per il tempio, anch' essi accompagnati dai ci- 
ceroni, e che dal loro fare spigliato e dalle mosse 
ardite s'argomentava agevolmente non esser né 



i8 

inglesi né tedeschi né americani, e meno che 
mai ammiratori appassionati di ecclesiastici mo- 
munenti (i). 

In Castel Sant' Angelo ci accompagnò un ve- 
terano svizzero col quale il mio compagno fece 
lunga conversazione in tedesco. Corridoi, scale, 
scalette, terrazze, stambugi, prigioni, anditi, cortili, 
muraglioni, feritoie, questo è il mio ricordo di 
Castel Sant'Angelo, di allora. Ci passai due mesi 
dopo una notte, la notte avanti alla nostra libera- 
zione dalla prigionia; ma i pensieri di quei mo- 
menti, agevolmente lo si indovina, eran volti a 
tutt'altro che a rilevare la topografia del carcere; 
né ora, dopo tanti anni, nelle poche visite fatte 
al Castello, mi fu mai possibile di raccapezzare 
dove io passassi quella notte. 

Chiedemmo però allo svizzero se quegli antri 
additati quali prigioni di Benvenuto e della Cenci 
servissero tuttora di carcere a qualche condan- 
nato. Ci rispose che le carceri erano in altra parte 
del Castello. 

Forse, pensavo tra me, vi staranno i prigionieri 
politici Li libereremo?... oh qual maggior soddi- 
sfazione? aprire il carcere ad un martire della patria! 

(1) v Si vedevano da più ore gruppi di giovinazzi dal piglio 
scherano., ben è vero che udivasi tra i borghesi un Lamentìo 
frequente perchè il governo lasciasse errare per la citta 
uomini nuovi di aspetto sinistro e truculento» (!). Civita Cat- 
tolici, 1 crociati di S. Pietro. Anno 186S, voi VII. 



19 

Assistemmo allo sparo del cannone a mezzo- 
giorno. 

Dal ponte Sant' Angelo ci fu dato vedere degli 
zuavi che lavoravano di carriola e di vanga allegra- 
mente lungo le sponde del Tevere, allora in con- 
dizioni diverse da oggi. Forse eran tutti figli di 
famiglie civili, persone istruite e dabbene, forse 
eran laureati, professori, conti, duchi, baroni, e la- 
sciavan la patria e gli agi di casa propria per venir 
qui a fare il manovale, il bracciante ! Bisogna 
proprio convenire che la fede fa miracoli ! 

Rientrando nell'albergo ci si affacciò un frate 
zoccolante con una cassetta per la questua e noi, 
come ogni altro inquilino dell'Hotel Minerva, pa- 
gammo senza batter becco il nostro tributo alle 
anime. Quel frate stava da mattina a sera sulla 
porta dell'albergo e poiché era albergo frequentato 
da persone ricche ed abbienti, fors' era questa una 
speculazione di diritto per qualche convento. Al 
proprietario dell'albergo, del resto, poteva far co- 
modo come controllo della gente che andava e 
veniva; fors'anche costui poteva essere un arnese 
della polizia, ma per noi rappresentava soltanto un 
pedaggio assai noioso. 

Sette od otto giorni si stette all' albergo della 
Minerva, ma soltanto a dormire. Ci scottava il 
suolo sotto i piedi in quelle camere e in quel- 
l'ambiente. Le pareti stesse potevano parlare. 01- 



tre a ciò i prezzi erano molto elevati e di qua- 
trini per andar incontro all'ignoto non avevam 
certamente dovizia. 

Avevamo perciò scoperto per i pasti un luog 
abbastanza centrale, ma molto democratico. Er 
la trattoria dei Tre Ladroni in via dell'Umiltà, v: 
cino al Corso. Ora non esiste più. Non vi si mai: 
giava male, ma era un vero antro di Caco e l'in 
segna non poteva essere più adatta per simil 
ambiente buio, umido e pur troppo anche sudicio 
Ci convenivano militari di bassa forza, borghesi d 
campagna e preti scagnozzi. 

Il posto ci parve ottimo per eludere la polizia 
Ma una sera, anche là, poco ci mancò che nor 
cadessimo in trappola. 

Di fronte al nostro tavolo bevevano una fo 
ghetta di vino due legionari d'Antibo che, come 
guerrieri, non erano certo né Ettori né Ajaci 
e men che meno Adoni. 

— Guarda un po' ! mi disse sottovoce in verna- 
colo il mio compagno. Se costoro si possono chia- 
mare soldati, io mi lascio volentieri tagliare la 
testa (veramente altra era la frase) ! 

Io sorrisi e ncn risposi, ma uno dei due 
soldati cominciò a conversare coll'altro alterato, 
volgendosi ogni tanto verso di noi con piglio e 
gesto che sembravan di sfida. 



21 

— Oh vedi se può essere soverchia la pru- 
denza ! Costoro sembra che intendano anche il 
dialetto ed abbiano compreso il nostro discorso, 
diss'io sommessamente. 

Intanto il militare continuava a parlar alterato, 
sempre col volto e talvolta coi pugni a noi ri- 
volti. Allora senz'altro noi chiedemmo al came- 
riere : 

— Che cos'hanno quei due soldati? 

E uno dei militari senza lasciar tempo al came- 
riere di rispondere 

— Dites à ces messieurs là, esclamò, que je ne 
comprend pas la langue italienne, mais cepandant fai 
asse^ comprìs pour lui dire qu'en France il y a bien 
ùlus de politesse qu'ici. 

— Perchè dunque non ritornate in Francia, gridò 
imbizzito il mio compagno, se vi è tanta cor- 
tesia? Che ci venite a fare qui? 

Una potente gomitata mia gli tolse il fiato e la 
parola per continuare. Ma ci volle poi per me — 
aiutatato dall'oste — del bello e del buono a pa- 
:ificare il focoso armigero francese, assicurandolo 
:he nessuno al mondo s' era burlato di lui e che, 
ippunto perchè essi non comprendevano la lingua 
taliana, avevano fraintese le nostre parole in dia- 
etto. 

Le aveva capite anche troppo bene, l'amico! 
Zome campione militare però bisogna confessare 



22 



che era in molto difettose naturale quindi che 
fosse anche sempre in sospetto ! 

Usciti di trattoria, feci una nuova e più solenne 
filippica all' amico che ad ogni istante con simili 
imprudenze comprometteva la nostra posizione. 

Erano intanto già passati quattro o cinque giorni 
né si vedeva alcuno né si sapeva nulla dei casi 
nostri. 

Incominciavamo, per dir vero, a dubitare della 
serietà dell' impresa, quando un giorno, cammi- 
nando per il Corso, vedemmo gran folla di gente 
sulla piazzetta di S. Marcello e di fronte alla chiesa 
la carrozza del Papa cogli staffieri smontati e le 
guardie nobili che facevano ala. Ci fermammo a 
guardare e di lì a poco vedemmo uscire di chiesa 
Pio IX in persona, bianco vestito ed attorniato, 
assediato letteralmente da donnicciuole, da bam- 
bini, da vecchi che volevano baciargli la mano e 
le vesti. Egli benediva tutti e lentamente avan- 
zandosi montò in carrozza ; le guardie si misero 
ai lati di essa e via per il Corso a gran trotto. 

Era verso sera, proprio nell'ora in cui il Corso 
di Roma è più animato. Lo spettacolo che ci si of- 
feriva al passaggio della berlina papale era quello 
di un'onda marina procedente maestosa. Tutta la 
gente sostava e si prosternava a terra di mano in 
mano che la carrozza procedeva. E via via cosi 
fino a porta del Popolo. 



23 

Noi ci fissammo in viso l'un l'altro come esta- 
tici a quello spettacolo; quando rinvenimmo dallo 
stupore, ci domandammo : Che siam venuti a fare 
noi in Roma? la rivoluzione?... 

Un giorno per il Corso adocchiai uno dei com- 
pagni nostri e ammicatogli feci cenno a lui di se- 
guirmi. Lo trassi in disparte in un vicolo nasco- 
sto e presi ad interrogarlo ansiosamente sui nostri 
disegni e sulle speranze concepite ; ma pur troppo 
compresi ch'ei ne sapeva quanto noi. Uniche no- 
tizie che ebbi, furono queste, che essi erano sem- 
pre all' Hotel Roma, come noi al Minerva e che 
il capo e direttore della cospirazione era France- 
sco Cucchi. 

L' indomani di buon mattino andai all' Hotel 
Roma sperando di aver nuove notizie. Erano an- 
cora a letto e faceva loro compagnia quel; tipo 
originalissimo ch'era l'amico Andreuzzi, il giovine. 
Egli era entusiasta dell' impresa ed io, che n'ero 
scoraggiatissimo, cadevo proprio a proposito. Mi 
lamentavo che non si sapeva nulla di nulla ed 
egli a rispondermi che le rivoluzioni van fatte così, 
che noi non avevamo altro dovere che di star 
pronti e quand'era il momento, scendere in piazza. 

— E le armi dove sono? 

— Le armi ci sono. 

— Ma dove? 

— Ci sono. 



24 

— E la gente? 

— C'è. 

— Ma dove? 

— Ti dico che c'è. 

— Ma dove? io non l'ho veduta, 

— Non serve: lo devi credere. 

— Allora piglieremo Roma colla fede. 

— Insomma tu devi tacere. 

— La piglieremo col silenzio allora. 

— Meglio che colle tue chiacchiere, f..... d'un 
moderato ! e giù una grandine di epiteti e di caz- 
zotti dati e scambiati. 

Erano queste le nostre esercitazioni, le nostre 
manovre. 

Altro originale per disinvolta sfrontatezza era 
Augusto Merluzzi, ora morto, poveretto ! 

Passeggiava un dì per il Corso con uno de' 
suoi compagni: a un tratto questi vedendo pas- 
sare una botte die un grido di stupore, la carrozza 
fu fermata e ne scesce un prete, e lì esclamazioni 
di stupore e domande: 

— Ma come mai ti trovi qui? Ed io che ti 
credevo a Firenze ! Che ci sei venuto à fare? — Il 
povero amico era impacciato e non sapeva che 
rispondere e balbettava impaperandosi. 

Pronto venne in suo aiuto il Merluzzi: 

— Viaggiamo per conto della casa A e trattiamo 
pure qualche affare per la casa B; siamo qui da pa- 



2!> 

recchi giorni e ci tratterremo ancora dell' altro, 
se la piazza ci offrirà da lavorare.... 

— O non mi secchi un po' colle sue chiac- 
chiere ! interruppe bruscamente il prete. Questi è 
mio fratello. 

Il merluzzo restò baccalà. 

I giorni si seguivano l'uno all'altro e noi con- 
tinuavamo a fare i viaggiatori, gli inglesi, i tou- 
risti ma nell' animo nostro volgevano pensieri 
tristissimi ed un lento scoraggiamento cominciava 
ad impadronirsi di noi. 

Venne finalmente il momento in cui ci fu annun- 
ziata imminente la sommossa, ed anzi fummo av- 
vertiti di tenerci pronti perchè alla sera il Comi- 
tato ci avrebbe tolti dall'albergo e trasportati in 
una casa privata. 

Regolammo i nostri conti con l'Hotel Minerva 
e alla sera attendevamo i signori del Comitato. 



IV. 
Casa GrioT^anelli. 

Il cosidetto Comitato nazionale romano fu, a dir 
vero, tutt' altro che benemerito dell'impresa da 
noi tentata, anzi l'osteggiò a tutto potere, perchè 
non si agiva d'accordo col governo di re Vittorio. 



26 

Chi aiutò realmente il Cucchi, il Castellazzo, 
il Guerzoni, l'Adamoli, il Pavesi e gli altri capi 
convenuti qui in Roma, fu il Comitato o Centro 
d'insurrezione; ed era esso appunto che in quella 
sera si occupava di noi. 

Alle 8 pomeridiane fu bussato alla porta della 
nostra camera all'albergo. 

— Chi è ? Avanti I 

Entrarono un signore alto e robusto dalla fisio- 
nomia franca ed aperta ed un giovanotto bruno, 
dagli occhi nerissimi e dai lineamenti delicati e 
simpatici. 

Il primo era Napoleone Parboni, che della fisio- 
nomia e della figura nulla ha per anco mutato. 
L'altro era un certo Augusto, il cui cognome ora 
mi sfugge e del quale poscia non mi fu possibile 
aver più traccia. 

Riconosciutici scambievolmente, fu convenuto 
che saremmo partiti con Augusto , il quale ci 
avrebbe condotti in vettura fino a Santa Maria Mag- 
giore, donde, licenziato il cocchiere, saremmo an- 
dati a piedi alla nostra destinazione. 

E così fu fatto. 

Nessun inconveniente , nessun contrattempo 
nella partenza. All'uscir dall'albergo si pagò il 
solito pedaggio, e poi via. Per strada incon- 
trammo il carro dei morti ed io ne trassi cat- 
tivo augurio. 



27 

Poco discosto dalla piazza dell' Esquilino, in via 
Graziosa (ora via Cavour), esisteva allora a mano 
diritta una gradinata che metteva ad un terrapieno, 
donde poi si accedeva al vicolo dei Quattro Can- 
toni. Appena imboccato questo, a mano diritta, 
c'era un vicolo cieco, una specie di cortiletto. In 
una casa prospettante in questo vicolo ci condusse 
l'amico Augusto e vi fummo ricevuti con molta 
cordialità. 

I moderni lavori hanno mutato faccia del tutto 
a quella località, talché chi si trovi nella bella e 
maestosa via Cavour mal cercherebbe i meandri 
e gli angiporti di via Graziosa. 

II vicolo Quattro Cantoni però esiste tuttora e 
vi si accede per una comoda scalea, salita la quale, 
subito a mano diritta si imbocca il vicolo cieco. Que- 
sto è tuttora immutato e la casa ove noi abitammo, 
per chi la volesse conoscere, porta ora il num. 72-B 
ed è alloggio consueto di ciociari e di erbivendoli. 

Stranezza del caso! Vent'anni dopo i fatti che 
sto narrando, io venni a stabilirmi colla famiglia 
in Roma. Gira e rigira per trovar quartiere, dopo 
averne visitati parecchi, finalmente ne trovai uno 
di mio gradimento in via Cavour; vi ci stabi- 
limmo e solo dopo due o tre mesi che vi abitavo, 
riconobbi che le mie finestre prospettavano proprio 
sul vicolo Quattro Cantoni e che il vicolo cieco 
era quasi di fronte a casa mia! 



28 

L'uomo che dovea ospitarci, era un certo Gio- 
vanelli calzolaio, o meglio ciabattino, morto pur 
esso alcuni anni or sono. Pochi mesi prima di 
morire venne a trovarmi. Di salute stava ottima- 
mamente, benché avesse ottantanni, ma la vista 
l'avea quasi perduta. 

Il suo nome per me e per i miei compagni di 
quei giorni assurse all'onore di ricordo incancel- 
labile. Aveva famiglia composta di una donna, due 
ragazze ed un figlio. Una delle ragazze era sposa 
ed il fidanzato veniva ogni sera a vederla. Era un 
altro Augusto, compositore tipografo, buonissimo 
figliuolo e da cui nulla e' era a temere. 

Licenziato l'Augusto primo (diremo cosi), rima- 
nemmo soli a contemplare l'abitazione in cui d'or- 
dine del Comitato eravamo stati sbalestrati. 

Era un secondo piano. L'uscio della scala met- 
teva direttamente in uno stanzone, il talamo co- 
niugale del Giovanelli: dallo stanzone si passava 
in una piccola cucina e dalla cucina in un' altra 
piccola stanza, che noi destinammo per sala da 
pranzo. 

Poco dopo arrivati noi due, ci vennero anche 
l'Andreuzzi con un altro amico e l'indomani ci iu- 
rono portati pure i due commessi viaggiatori di 
casa A e di casa B. Totale sei ospiti e cinque pa- 
droni di casa, ossia undici persone costrette a sti- 
parsi in due stanze, ed ecco come. 



29 
Quattro si dormiva per turno nel gran talamo 
del Giovanelli. Si doveva giacere di fianco e star 
immobili, pena il ruzzolare in terra... né giurerei 
che ciò non sia avvenuto Si stava pigiati, ma via, 
meno male ! Da uno degli altri letti veniva levato 
un materasso che ogni sera si stendeva per terra, 
e così era provveduto per altri due che ci dor- 
mivano per turno. Letto un po' duro, ma senza 
pericolo di ruzzoloni. Il Giovanelli ed il figlio dor- 
mivano pure con noi sovra un cassettone che 
coperto da un materasso poteva anche figurare un 
divano. In totale quindi otto persone in una ca- 
mera che non credo misurasse sessanta metri cubi. 
Come spazio, stavano meglio certamente di 
noi la madre e le figlie, le quali dormivano nel- 
l'altra stanzetta, ma non so in qual modo, perchè 
quando noi al mattino si usciva, la camera era 
rifatta ed assettata, di letti non si vedeva manco 
l'ombra ed il cubicolo era convertito in triclinio. 
Questo fu il nostro alloggio per circa una quin- 
dicina di giorni; giorni memorabili, giorni il cui 
ricordo appare come pietra miliare nella vita mono- 
tona ed affacendata della più tarda età, giorni di 
spensierata allegria, d'incondizionata abnegazione, 
giorni sereni e giocondi in cui l'ardore e la fan- 
tasia giovanile si sposavano in un comune e nobile 
intento, si acquetavano in una solenne certezza, 
la coscienza cioè di tentare il supremo compimento 



30 

dei destini italiani, la realizzazione del voto di pa- 
trioti, di eroi, di martiri ! 

Casa Giovanelli per noi doveva essere poco meno 
d'un carcere per quei pochi giorni. Non si doveva 
uscire o quanto meno nelle ore di notte e non 
mai per andare verso il centro della città. L/occhio 
vigile della polizia ci avrebbe notati, pedinati ed 
il covo sarebbe ben presto stato scoperto. 

Costretto da questa invasione a sospendere il 
proprio lavoro e danneggiato negli affari suoi, il 
buon Giovanelli dovette fare di necessità virtù e 
di calzolaio fu tramutato ipso facto in cuoco, nella 
qual briga lo coadiuvavano pure la moglie e le 
figlie. Faceva le provviste, ci portava i sigari, il 
tabacco e, più che tutto, ci portava certi fiasconi 
giganti di vino bianco, coi quali confortavamo gli 
ozii della prigionia forzata. 

Gli amici passavano il loro tempo giuocando 
alle carte. Io, non conoscendo giuochi, fante de 
mieux, facevo filacce per i futuri feriti, lo stesso 
lavoro a cui erano condannati i prigionieri di 
Spielberg e di Gradisca. 

L'indomani del nostro arrivo il Giovanelli ci fece 
conoscere parecchi suoi amici, tutti cospiratori, 
congiurati, liberali accaniti (diceva presentando- 
celi) e ce n' era uno sciame. E fatta la nostra co- 
noscenza, venivano poi quotidianamente a tenerci 
compagnia e a fare conversazione. 



3i 
Società piacevolissima! Ricordo un Serafino fa- 
legname, buon ragazzo, che aveva fatta la cam- 
pagna del 1866; un carrettiere in camiciotto di 
tela greggia con una faccia che, Dio liberi, im- 
broccarla al buio (lo chiamavano frittata, non so 
poi perchè); un vecchietto dai panni logori ma 
accanito anche lui; una donna accanita nelle vesti, 
nelle unghie e nei capelli arruffati; un cocchiere 
a spasso, proveniente da un circo di cavallerizzi ; 
un marmista, un carbonaio ed altri molti. 

Ma erano strette di mano, toccate di bicchiere, 
abbracci, promesse, giuramenti che ci si facevano! 
E perchè alla scelta società non mancasse anche 
la buona musica, il figlio del Giòvanelli, Pietruc- 
cio, di tratto in tratto dava una cantatina con una 
terribile voce di tenore, accompagnandosi con la 
chitarra. 

Gran parte di questi amici io li rividi per mia 
somma consolazione nel 1870, dopo la breccia di 
Porta Pia e si rinnovarono allora gli abbraccia- 
menti, i baci e le carezze. E poiché il caso vo- 
leva che in quel tempo io mi trovassi in condi- 
zione di potere, almeno moralmente, giovar loro 
presso apposito Comitato istituito di quei giorni 
in Roma per provvedere ai danneggiati politici, 
mi toccò la sorte di dovere , cominciando dal 
Giòvanelli, moltiplicare certificati sopra certificati 
e prodigar patenti a diritta ed a manca di patriot- 



32 

tismo e di danni sofferti, come lo potrebbe fare 
un dittatore nel pieno esercizio delle sue funzioni. 

Eppure, a tutt'oggi che scrivo, l'effetto di parec- 
chi fra quei certificati sussiste ancora. Io stesso 
che li dettai, ne sono stupito ; perchè, lo dichiaro 
solennemente, i certificati, quantunque in ogni 
lor parte veri, furon da me fatti per levarmi d'at- 
torno una seccatura, non mai perchè io ci annet- 
tessi importanza di conseguenze possibili nell'av- 
venire, né perchè io credessi che s'avesse del pa- 
triottismo a fare un lucro e men che meno che 
della sincerità del medesimo in coloro che lo pro- 
fessavano, avessi proprio io ad essere il giudice 
competente. 

Comunque sia, l'abbondare non nuoce ; e se la 
storia del nostro risorgimento può segnalare nu- 
merosi ciarlatani, sfruttatori postumi di patriotti- 
smo, giustizia vorrebbe però che si rimettessero 
le cose a posto e si desse a ciascuno la parte sua. 

Quanti patriotti morti poveri ed ignorati, quanti 
vivon tuttora conducendo stentatamente una vira 
di sacrifici e di dolori, mentre al Senato, alla Ca- 
mera, nell'esercito, nella magistratura e perfino 
nelle file più puritane della democrazia idealista 
mietono il fiore delle onoranze ed assorbono anche 
lauti stipendi i postumi liberali, che prestarono fino 
all'ultimo istante mente, braccio e cuore al ne- 
mico contro l'Italia insorgente. 



33 

La ragione politica, lo spirito partigiano ed il 
tempo, grande liquidatore di tutte le pendenze, 
fanno pur troppo obliare anche le brutte pagine 
della storia di un uomo e detergono (cosa incre- 
dibile !) macchie tali che né la patria rivendicata 
ne la fermezza delle coscienze oneste dovrebbero 
mai cancellare o dimenticare ! 

Di fronte a costoro, gli accaniti di casa Giova- 
nelli, ardimentosi allora, senza miraggio di pro- 
messe, dimenticati ora in gran parte, senz'altro 
compenso che la coscienza d'un dovere adem- 
piuto sono per me tanti eroi di Plutarco. 

Se all'albergo e' incresceva l'incertezza di no- 
tizie e di posizione, in casa Giovanelli ciò era ad- 
dirittura insopportabile. E quando smettevasi il 
giuoco delle carte, era un continuo almanaccare 
sulle probabilità di un movimento imminente, sui 
punti da attaccarsi, sulla gente in cui fidare, sul 
numero degli insorgenti, sulle armi, sugli aiuti di 
fuori e sulle probabilità di dentro. 

Si parlava di Menotti Garibaldi, che allora stava 
organizzando le prime sue bande, ma ancora non 
aveva sconfinato. Nelle nostre previsioni eravamo 
però molto discordi. Alcuni si facevano illusioni, 
altri erano pessimisti : io fra questi. L'Andreuzzi 
invece era il capo degli ottimisti : per lui tutto era 
facile, tutto pronto, tutto indiscutibile. Si ragio- 
nava, si quistionava, si altercava, ed un giorno in 
4 



34 

cui la disputa si faceva più viva a proposito delle 
armi, che io asserivo in Roma non esistere, egli 
la finì col turarmi la bocca gridando: 

— Taci tu, f.... d'un moderato (era l'epiteto 
d'obbligo cogli avversari), tu sei il più giovine di 
tutti e dovresti essere il più ardente a dire che 
le armi ci sono ! 

Una risata solenne accolse quest'apostrofe. Oh 
se fosse bastato il dirlo ! 

Se grande però era la fede dell'Andreuzzi nei 
mezzi posti a nostra disposizione, altrettanto fe- 
roce era F ira sua contro i Romani. Egli non 
comprendeva perchè stessero inerti, attendendo che 
qualcuno importasse loro in casa la rivolta, e non 
la facessero da sé per iniziativa spontanea e per 
istinto erompente. Lo schiavo oppresso e generoso, 
esclamava egli, spezza da sé la catena che l'av- 
vince e non attende certo chi gliela venga a scio- 
gliere. 

A voler essere imparziali, si deve convenire che 
non avea tutti i torti. 

Il Governo, o dirò meglio la Polizia, che pur 
conosceva la esistenza di segreti complotti e la 
presenza di parecchi forestieri sospetti in città, 
pare fosse così sicura e tranquilla sul conto della 
popolazione da non prendere veruna misura pre- 
ventiva. E la prova più chiara sta in ciò, che il 
papa stesso uscì a passeggio per la capitale un'ora 



35 

prima soltanto che saltasse la caserma Serristori 
a S. Pietro (i). 

Si potrebbe ritenere fosse anche ignoranza di 
certi particolari della cospirazione, ma non lo credo. 

L'amico nostro però dimenticava nei suoi lagni 
una cosa, che cioè il fiore dei patriotti romani e 
tutto T elemento liberale ed adatto per un' impresa 
come la nostra era tutto o nelle carceri o nell'esilio. 

I più illustri fra i superstiti del memorando 1849 
stavano tutti fuori di Roma o in Italia od all'e- 
stero (2). 

(1) Per chi non conosce o non ricordi la storia di quei 
giorni, è bene ripetere qui che fra i progetti d'insurrezione, vi 
era pur quello di far saltare talune caserme militari. La 
cosa non riuscì in parte che per la caserma Serristori in 
Trastevere. Vi rimasero feriti taluni zuavi del concerto e 
per questo fatto furono imputati e condannati Monti e To- 
gnetti, che scontarono poi sul patibolo il loro ardimento. 
Lo scoppio accadde il 22 ottobre, ossia il giorno prima 
del fatto di Villa Glori. 

(2) . . . parmi si debba pensare a rifornir Roma di gio- 
vani; rendere più forte l'elemento importato, dal quale solo 
puossi aspettare una vigorosa iniziativa. Né con ciò in- 
tendo far torto alla popolazione romana ; tutti sanno quale 
depressione subisca l'animo di un popolo che per tanti 
anni fu soggetto a dispotico governo, tanto più se tale go- 
verno è il clericale. Era davvero necessaria cosa rendere 
più forte l'elemento importato, che a minime proporzioni 
era stato ridotto dagli arresti e dagli sfratti, il quale ele- 
mento, senza bisogno d'aggiungerlo, era per buona dose 
composto d' emigrati romani. Giovanni Cairoli. Spedi- 
zione dei Monti Parioli. Milano, editore Perelli, 1888. 



36 

In Roma, dunque, non rimaneva che il patri- 
ziato, ligio in massima parte alla Corte pontificia, 
colle innumerevoli sue aderenze ed il popolino 
minuto. Il terzo stato, l'elemento attivo e intel- 
ligente, non esisteva. Gli avvocati, gli ingegneri e 
i professionisti in genere presenti allora in Roma 
erano tutti o addetti alla Curia, alla Rota, al Con- 
siglio fiscale, alla Consulta, alla Dateria, ai Mini- 
steri, o medici di cardinali, del papa e di vescovi, a 
architetti di basiliche, ispettori di scavi, gente tutta 
che gramolava nella immensa greppia della Reve- 
renda Camera Apostolica versante allora in ottime 
condizioni. 

Il popolino era quindi l'unico elemento sul quale 
poter contare per una sommossa nelP interno di 
Roma, ed a questa classe appunto appartenevano 
i falegnami, i cocchieri, gli abbacchiai, gli acca- 
niti insomma che venivano tra noi a cospirare. 

Ma l'Andreuzzi queste ragioni non le inghiot- 
tiva. Un giorno in cui per il pranzo avevamo in 
prospettiva una grande maccheronata al sugo ed 
i compagni, come al solito, stavano giocando, d'un 
tratto entrò 1' amico Augusto con piglio miste- 
rioso. 

— Che e' ò di nuovo, Augusto ? 

Ed egli abbassando la voce ed in istile di tele- 
dramma incominciava : Bande garibaldine scoraz- 
zano per campagna romana.... 



37 
— Romani, proseguì imperterrito PAndreuzzi 

continuando a giocare, con e... in mano, casa 

Giovanelli maccheroni al sugo!..., 

Per il momento quella infatti era la situazione ! 



V. 
Sempre in casa, Giovanelli. 

Il vicolo dei Quattro Cantoni era però un po- 
sto tutt'altro che sicuro per noi, perchè guardato 
dalla polizia. Infatti allo stesso pianerottolo dove 
noi abitavamo, anzi di fronte alla nostra porta, di- 
morava un precettato o, come oggi direbbesi, un 
ammonito. La notte, alPavemaria, doveva trovarsi 
in casa ed i gendarmi venivano ogni tanto a ve- 
rificare. 

Bisogna credere che il Comitato ignorasse 
affatto questa circostanza, perchè altrimenti non 
avrebbe in alcun modo scusa per averci posti 
così in bocca al lupo. Noi stessi P ignorammo 
per più giorni. Il Giovanelli non ce ne disse nulla 
ed anzi era fiero di poterci presentare quell'ac- 
canito. Ci fece scoprire la cosa un altro fatto che 
ora narrerò. 

Al piano terra della nostra casa abitava un tale di 
cui non ricordo nome e condizione, ma che dal 



38 

vestito che indossava, pantaloni larghi alla fran- 
cese ed una grande papalina rossa in testa, era 
dai vicini denominato il Turco. 

Come precisamente la pensasse costui non si 
sapeva ; però dovea di certo essere uomo gioviale, 
perchè una bella sera gli venne il ticchio di voler 
dare una festa da ballo. Non saprei ricordare quali 
fossero gli invitati; bensì ricordo che l'orchestra 
era costituita da un'armonica e dalla chitarra di 
Pietruccio come accompagnamento. 

Quando il Turco venne a fare li patti con Pie- 
truccio, ci si mise di mezzo il Giovanelli e sem- 
brandogli che una tal festa potesse tornar perico- 
losa per noi, tentò di dissuaderlo. Fu come buttar 
olio sul fuoco. Il Turco fu irremovibile non solo, 
ma anzi dichiarò che il motivo per cui dava la festa 
era né più né meno perchè... eravamo alla vigilia 
di grandi avvenimenti. 

La festa ebbe luogo e per tutta quella notte 
non potemmo dormire. A parte lo strepito ed il 
baccano indiavolato che facean ballando con salti 
interpolati ad urli sì da sembrare una vera ridda 
infernale, noi si stava in grandi angustie per ti- 
more che quello strepito attirasse la polizia e che 
essa venisse, come difatti venne, a dare una ca- 
patina al secondo piano dall'amico precettato che 
ci abitava di fronte. Infatti, poco oltre la mezza- 
notte, si udirono dei passi sulle scale e si senti 



39 
pure lo strisciar d'una sciabola contro la nostra 
porta. Noi balzammo tutti di letto e ci buttammo 
nella camera delle donne , che erano scese alla 
festa. Afferrate le lenzuola, cominciammo febbril- 
mente ad annodarle fra loro per calare da una 
finestra e in pari tempo al Giovanelli si diede con- 
segna, se bussassero, d'aprire il più tardi possibile, 
fingendo d'essere addormentato e di doversi ve- 
stire. Intanto chi radunava i vestiti, chi ricompo- 
neva i letti, altri nascondeva biancheria, altri ca- 
ricava una rivoltella. 

Fortunatamente non ne fu nulla. Cinque mi- 
nuti dopo il Giovanelli ci avvisò che i gendarmi 
ridiscendevano le scale, com'eran venuti e noi re- 
spirammo. 

Di cotali scene ne accadevano spessissime fra i 
reclusi di quei giorni. In casa di certa madama Pe- 
trarca, ove la polizia andò a fare una perquisi- 
zione, alcuni amici che vi si trovavano, riusci- 
rono a fuggire da una finestra, dimenticando nella 
stanza tutti i cappelli. 

L'on. Cucchi, capo della cospirazione d'allora, 
credo che di simili episodi potrebbe narrarne un 
volume e riuscirebbe certo interessantissimo. 

I giorni scorrevano così fra una emozione ed 
una risata. I compagni e gli amici che ci veni- 
vano a visitare, aumentavano di giorno in giorno. 
I futuri rivoluzionari e i capisquadra facean capo 



40 

a noi per sapere notizie, e noi ne sapevamo assai 
meno di loro. Si inquietavano tutti per questa 
incertezza, per questi ritardi, e noi si cercava di 
tenerli buoni con bicchierate e con sigari. Questo 
sistema però, oltre ch'essere pericoloso con simil 
gente, la quale facilmente trasmoda e trasmodando 
chiacchiera (i), aveva finito anche col diventare 
rovinoso per le nostre finanze. Ogni giorno si 
facevano i conti di cassa; ma se il mangiare fra noi 
in comune poteva essere economia, non lo erano 
di 'erto il raddoppio di spesa portato dalla fami- 
glia dell'ospite nostro e la gazzarra in permanenza 
a beneficio degli amici e dei patriotti nostri visi- 
tatóri. 

S'aggiunga che la speranza di prossimi movi- 
menti si dileguava ogni giorno più e che le discus- 
sioni sulla popolazione più o meno preparata, sulle 
armi pronte facevansi ognor più vive. 

Un giorno Augusto, quasi a riprova che di 
armi ce n'era in abbondanza, ci raccontava come 
egli spessissimo passava il Tevere aRipettasu d'una 
barca, nella quale a prua stavano nascosti quattro 
fucili due sciabole e tre pistole, E ci narrava la 

(i) Una sera venne fatta dal Comitato certa distribu- 
zione di denaro. Era giorno di festa, e i quattrini ben si 
può arguire come furono adoperati. Tanto basto perchè a 
tarda ora la città fÒSSC percorsa da numerose pattuglie a 

-ilo! 



4i 
cosa con tale serietà che sembrava ne volesse in- 
ferire che in ogni barca del Tevere vi fossero armi 
e che se 1' armi c'erano perfin nelle barche, im- 
maginarsi nelle case! 

Ma invece pur troppo la bisogna camminava 
ben altrimenti; e fu appunto in quei giorni che 
il povero Enrico, trovandosi in seno al Comitato, 
presenti il Cucchi e gli altri capi e discutendosi 
delle armi disponibili, si sentì dire che e' er in 
pronto qualche centinaio di picche ! 

— Che diamine ! esclamò egli esasperato, vo- 
lete prendere Roma a suon di picche ? perchè, non 
la prenderemo allora colle vanghe o colle zappe ? 
E fu da queir istante che nel Cairoli surse Y idea 
d'importare le armi dal di fuori mediante apposita 
spedizione, che fu appunto la nostra. 

A questa dolorosa realtà, che cioè in Roma non 
c'era nulla e che le armi furono poi portate più 
tardi, ma pur troppo non arrivarono in tempo, non 
posso trattenermi dal contrapporre le notizie che in 
proposito fornisce la Civiltà Cattolica nel suo le- 
pido scritto intitolato / crociati di 5. Tietro (anno 
1867, Voi. 6, 7, 8, 9, serie VII): « D'armi, traen- 
done ragguaglio anche solo da quelle che vennero 
a mani del Governo Pontificio, si aveva il suffi- 
ciente : pistole, rivoltelle, specialmente della fab- 
brica di Brescia e ad uso della cavalleria (!), boc- 
cacci da masnadieri, rompicapi da cannibali, lame, 



42 

coltelli a serramanico, stiletti, accette in gran nu- 
mero e copia altresì di ordegni da scassinar porte. 
Di bombe orsiniane si possedevano veri monti: 
solo quelle destinate all'assalto del casino militare 
a detta d'un sicario erano trecentosessantaquattro. 

« L'arma prescelta per la pugna notturna era una 
scure in asta a due fendenti con in capo un per- 
nio e un dente a molla onde infiggervi una lunga 
lama di pugnale. Ne furono rinvenute presso a un 
migliaio (forse eran queste le famose picche)». 

Più sotto soggiunge che tali armi si fabbricavano 
in Orvieto e ricordarsi anche il nome dell'infame 
artefice. E più sotto ancora : « il principal deposito 
di 600 scuri e 750 pugnali si rinvenne in via San 
Giovanni de' fiorentini, ove credesi approdassero 
opportunamente pel Tevere. Oltre a ciò sull'ul- 
timo il Cucchi ottenne dal governo italiano un 
bell'ottocento fucili militari con baionetta, che dalla 
Spezia partirono sopra una tartana, ecc. ecc. » 

Questo scritto mi fa sovvenire d'un progetto 
ventilatosi in quei dì tra i capi dell' insurrezione 
e poscia scartato. 

Nel palazzo Wedekind in Piazza Colonna, ove 
ora ha sede l'Associazione della Stampa e un tempo 
c'erano gli uffici della Posta, avea allora stanza il 
Casino militare frequentato, specialmente la sera, 
dall'alta ufficialità dell'esercito pontifìcio. S'era pro- 
gettato di tentare un colpo di mano su quel posto, 



45 
impadronirsi d'un tratto dei capi del presidio, riz- 
zare simultaneamente le barricate gettando lo scom- 
piglio nella truppa che, priva o decimata de' suoi 
capi, male avrebbe potuto reprimere la rivolta. 

Non ricordo il motivo per cui fu abbandonato 
un tal progetto. Probabilmente sarà stata la man- 
canza di mezzi e più specialmente delle armi e 
delle trecentosessantaquattro bombe sognate dalla 
Civiltà Cattolica e dal suo sicario. Certo che se 
lo si fosse tentato, non poteva riuscire che ad una 
inutile carneficina. 

Il numero dei cospiratori in città andava intanto 
ogni giorno aumentando, ma pur troppo continua- 
vano a difettare pur anco i mezzi. 

Un giorno l'amico Cella, il valoroso e gentile 
eroe del CaflFaro, venne a trovarci e ci portò un 
altro suo amico e prode compagno d'armi della 
gloriosa schiera dei Mille. Era certo Erter di Ve- 
nezia, che aveva avuto il suo battesimo di fuoco 
a Palermo lanciandosi all'assalto d'un pezzo d'ar- 
tiglieria che molestava i nostri. 

Si trovava in Roma da parecchi giorni ed era 
rimasto senza quattrini. Ricorse all' amico Cella 
e questi, trovandosi in condizioni poco dissimili, 
lo condusse a noi perchè lo invitassimo a desi- 
nare. Fu ricevuto a braccia aperte e così i nostri lu- 
culliani desinari furono onorati della presenza d'un 
duodecimo commensale. 



44 

Questo nuovo amico suonava pur esso la chi- 
tarra e cantava; non era però all'altezza di Pie- 
truccio. 

Ci si intratteneva pure assai volentieri colle due 
figlie del Giovanetti, due buone ragazze (ora sa- 
ranno matrone!) e tanto simpatiche. Si chiama- 
vano Ghitina e Ginevra. 

La Ghitina, la sposa, ricordo che aveva un suo 
topolino bianco, cui prodigava molte cure ed af- 
fetto. Quella bestiolina alla sera specialmente for- 
mava il nostro spasso. Era domestica oltremodo, 
correva a prendere il cibo in mano e saliva dalle 
braccia sul collo e sulla testa della sua padroncina. 

Un giorno essa lo mise in camera sotto un 
cuscinetto eh' era su d' una sedia. Il topolino 
s'addormentò per davvero e la Ghitina dimenticò 
d' avercelo collocato. Un' ora dopo, distratta e 
senza avvedersene, si mise a sedere su quel cu- 
scino. Povera Ghitina! chi può ridire il suo do- 
lore quando lo rinvenne soffocato? i suoi oc- 
chioni ridenti si sciolsero in grosse lagrime. L'aveva 
proprio ucciso lei, e con quale arma ! 

Le distrette finanziarie crescendo ad ogni istante, 
fu stabilito di comune accordo che qualcuno di noi 
si recasse dal Cucchi a rappresentargli i nostri 
bisogni. Fu mandato infatti uno dei nostri assieme 
ad alcuno degli amici dell'Hotel di Roma, che tro- 
vavansi in condizioni ancor peggiori delle nostre, 



45 
avendo all'albergo un conto arretrato di parecchi 
giorni da saldare. 

Stava in quel momento il Cucchi discutendo 
con parecchi amici. Udito il motivo della visita 
dei nostri, domandò qual somma occorrerebbe loro 
per il tempo ancor probabile di permanenza in 
Roma e per saldare il debito di tutti cotesti (come 
chiamarli altrimenti ?) spiantati. Gli fu risposto che 
occorrevano per lo meno mille e cinquecento lire. 
Il Cucchi arretrò sbigottito, ed uno dei pre- 
senti uscì in questa esclamazione: 

— Mille e cinquecento lire! ma non sapete che se 
avessimo una tal somma compreremmo tante armi ? 
Questa risposta fu per noi una rivelazione. 
Io che nella nostra compagnia avrei dovuto 
essere il più ardente s giusta l' opinione dell' An- 
dreuzzi, se prima ero sfiduciato, a quest'uscita ri- 
masi addirittura avvilito. Come, esclamai fra me, 
non si hanno nemmeno mille e cinquecento lire 
disponibili e si pretende di fare una rivoluzione ? 
una rivoluzione per la quale occorrono dei mi- 
lioni e non delle migliaia di lire?.... 

Invano TAndreuzzi tentava persuadermi. Non 
ne volevo sapere. D'altro canto si parlava giorno 
per giorno di Menotti Garibaldi che si avanzava 
ed era già entrato nel confine pontificio ; le sue 
bande ingrossavano ed era imminente un fatto 
d'arme. Essendo discordi i pareri, fu deciso che 



4 6 

ognuno riprendesse la sua libertà d'azione. Vin- 
coli non ne avevamo. Eravamo partiti ad un unico 
scopo : la rivendicazione di Roma. 

A me ed al compagno mio parve che questa, 
coi mezzi che s'avevano alla mano, fosse addirittura 
un'ubbia. D'altro canto in campagna già i nostri 
fratelli marciavano; era imminente il momento di 
menare un po' le mani, e senz'altro decidemmo 
la nostra partenza. 

Infatti la sera di quello stesso giorno prendemmo 
il diretto per Terni. 

Gli altri amici rimasero in Roma; non ricordo 
di quali mezzi siano stati soccorsi o se sieno riu- 
sciti ad averne da casa. Essi furono il nucleo degli 
assalitori di Porta San Paolo e si trovarono poscia 
con gli altri al loro posto a Mentana. Alcuni di 
loro vi rimasero anzi prigionieri. 

All'atto del partire da Roma la polizia ritirava 
i passaporti dei forestieri per restituirli poi a Passo 
Corese. Già accennai che il mio compagno Mu- 
ratti aveva il passaporto di un suo amico, il conte 
Giovanni Colloredo di Udine. Quando fummo a 
Corese , un commissario fece la chiama per la 
consegna dei passaporti; arrivato al nome di Col- 
loredo, non gli venne risposto da alcuno, perchè 
Muratti in quell'istante stava occupato a rassettare 
il suo bagaglio e nella distrazione del momento 
aveva dimenticato il suo nuovo casato. 



.; 



47 

— Colloredo ! - chiamò di nuovo più ad alta 
voce il commissario, mentre io schiacciavo il piede 
e davo del gomito all'amico per richiamarlo: 

— Conte Giovanni Colloredo ! - chiamò per la 
terza volta ed a chiara voce il commissario. 

— Eccolo ! - rispose tosto rinfrancato il Muratti 
scrollando la testa con lieve sorriso sardonico che 
pareva dicesse : Chiami le persone coi loro dovuti 
titoli ed allora risponderanno. 

Il commissario capì il latino, si fé' rosso un po- 
chino, levò il berretto ossequioso e consegnandogli 
il recapito mormorò: 

— Scusi tanto! 

Così partiamo trionfanti. 



VI. 
Terni. 

Arrivammo a Terni a notte inoltrata 
Qui sapevamo che doveva trovarsi un nostro 
amico, Pietro Mosettig di Trieste, già proprietario, 
fino a pochi mesi or sono, del giornale // Secolo XIX 
di Genova. 

Prendemmo stanza all' Hotel della Regina d' In- 
ghilterra. In questi ultimi anni fui a Terni parec- 
chie volte ; vidi la casa, ma l'albergo non esiste più. 



4 8 

Proprietario ne era un giovane cortese, che per quei 
giorni e nel suo mestiere fu veramente benemerito. 
Si chiamava Cesare Melchiorri. Chi sa se vive 
ancora ! 

La mattina dopo, il primo che incontrammo, fu 
appunto il Mosettig, cui narrammo le vicende 
della nostra dimora in Roma. Egli ci condusse 
tosto dal maggiore Caldesi che abitava all'albergo 
delle Colonne. Lo informammo per filo e per segno 
del poco che sapevamo, ma più specialmente della 
carestia d'armi e di quattrini del Comitato. 

Il buon Caldesi, da bravo romagnolo, non sa- 
peva capacitarsi del perchè non si agisse subito e 
sopratutto non sapea darsi pace dell'avere noi abban- 
donato quel progetto d'assalire il Casino militare. 
Sembravagli che quello sarebbe stato un colpo da 
maestri. Riflettendoci ora, dopo trent'anni, si ha 
ragione di credere che sarebbe stato un colpo da 
pazzi. Caduti nella trappola, saremmo rimasti tutti 
scannati! 

Appena ora, che Terni è fatta centro di imper- 
antissime fabbriche industriali, come l'acciaieria, le 
ferriere e la fabbrica d'armi, potrebbesi in un giorno 
di festa immaginare l'animazione insolita e la vita 
che brillava nella piccola e gentile città dell'Umbria 
nel mese di ottobre del 1867. Ma ora le vie bru- 
licano delle casacche e delle blouse di lavoratori 
e d'operai, allora invece brillavano di camicie e 



49 
di berretti rossi e medaglie. Quanta varietà di 
tipi, d'età e di condizione! Ma tutti uniti, tutti con- 
cordi verso una sola meta ! Ogni giorno ne ar- 
rivavano a frotte colla ferrovia, colle vetture, a 
piedi, a cavallo (i). Dal governo erano emanati 
ordini, contrordini, arresti, rilasci, la confusione 
babelica! (2) 

Il Ministero Rattazzi, che voleva imitare la po- 
litica d'altro grand'uomo in consimile occasione, 
fingeva di reprimere e d' impedire, ma viceversa 
lasciava fare, quindi ire, battibecchi, dispetti. 

All'albergo d'Inghilterra, ove di solito pranza- 
vasi a tavola rotonda, era un parlare chiaro ad 
alta voce dei propositi nostri, della doppiezza e 
della simulazione del governo, delle bande gari- 
baldine, dei fatti di Menotti. 

Si strinsero amicizie e si fecero conoscenze ca- 
rissime, in parte conservate, in parte dimenticate; 
fra tanti, ricordo i fratelli romani Nino e Carlo 

(1) Qui in Terni funziona liberamente un comitato, direi 
meglio una specie di ministero sotto la presidenza del ge- 
nerale Fabrizi, che organizza le bande, le provvede d'armi 
e le manda oltre il confine. Ogni giorno giungono qui 
mille circa volontari, e questa sera ve ne sono in paese 
non meno di duemila. Rapporto del generale Ricotti, 21 otto- 
bre, al Ministero della guerra. 

(2) « Impedisca partenza volontari. Imbarazzano non gio- 
vano. Ce ne sono moltissimi. Non si sa che farne». Cosi 
telegrafava da Terni un deputato autorevole di sinistra al 
presidente del Consiglio Rattazzi. 

5 



50 

Castellani (quest' ultimo poscia bibliotecario alla 
Vittorio Emanuele e recentemente morto), Nino 
d'Andreis, romano pagano e Angelo Perozzi, ro- 
mano spartano, il venerando Fabrizi, il gentile 
Delvecchio (quanti morti!) allora giovanissimo 
attaché del generale Garibaldi e poscia deputato 
intelligente, i garibaldini Pietrasanta, Nuvolari, 
Tabacchi, già deputato pur esso e buon amico 
sempre. Poi vennero il Valzania, il Sabatini, il Mon- 
tefiore e da ultimo anche il Crispi. Quanta parte 
di costoro pur troppo ora è scomparsa ! 

La somma delle cose e la direzione del movi 
mento in Terni l'aveva il Fabrizi, ma l'anima di 
tutto, i lavoratori indefessi furono sempre gli indi 
menticabili amici Enrico e Giovanni Cairoli. Tro 
vavansi in Roma da parecchio tempo e n' usci 
rono due o tre giorni dopo la nostra partenza 
Noi li vedemmo arrivare una sera che ci trovavamo 
per caso alla stazione. Ravvisatili, chiedemmo loro 
il motivo del ritorno. Ci accennarono di tacere e 
quando fummo all'albergo, preso con loro il Mo- 
settig, gli raccontarono come fosse stato arrestato 
Giovanni, come si fosse Enrico recato di persona 
alla polizia per reclamare la libertà del fratello 
e come dopo un fiero battibecco fra lui e mon- 
signor Randi (allora direttore generale della poli- 
zia) fossero finalmente lasciati liberi entrambi colla 
condizione di sfrattare immediatamente da Roma. 



Si 
Questo fatto sconcertava alquanto i loro piani, 
però si misero all' opera volonterosi anche in 
Terni. 

I volontari andavano moltiplicandosi a vista 
d'occhio e si cominciava a dividerli per battaglioni 
e per compagnie, assegnando a ciascun corpo dei 
graduati fra quelli che già lo erano nelle passate 
campagne. 

Non si può negare che nella campagna romana 
del 1867 non vi sia stato un abuso enorme di 
autopromozioni, le quali non contribuirono che a 
creare maggior confusione. Chi era tenente diventò 
ipso facto capitano, chi capitano si fece maggiore, 
i maggiori divennero colonnelli; e siccome di ca- 
micie e distintivi chi n'aveva n'aveva e chi non 
ne aveva ne facea senza, così la cosa finiva quasi in 
burletta e veniva a mancare quel rispetto che tiene 
e dee tenere anche il volontario in soggezione al 
suo superiore, riconosciuto appunto dall'esteriorità 
dei distintivi. Però vi furono anche in ciò delle 
brave eccezioni. 

Una mattina, scendendo dall'albergo vedemmo 
tutto il portico stipato di gente. Erano in gran 
parte pezzenti. 

— Che fate qui? chiesi ad uno di loro. 

— Veniamo ad arruolarci con Garibaldi, mi ri- 
spose. 

— E chi è che arruola? 



52 

— Quel signore là, e m' accennò infatti uno 
che scriveva dei nomi e dispensava quattrini. 

Immediatamente ne avvisammo Enrico. Scese e 
verificato il fatto, n'avvertì il Caldesi ed insieme 
penetrati nell'ufficio riconobbero gli arruolatori. 
Erano ex-ufficiali dell'esercito, il maggiore Ghirelìi 
ed i capitani Gigli e Gulmanelli. 

Non comprendevasi però allora quale necessità 
vi fosse d'arruolamenti speciali, mentre tutti ci cal- 
colavamo arruolati, né sapevasi spiegare la dispensa 
di quei quattrini, mentre da parte nostra tanto se 
ne difettava. Più tardi il mistero non fu più tale : 
il Ghirelìi arruolava coi danari del governo, ma 
voleva agire indipendentemente dai comandi del 
Fabrizi e di Menotti Garibaldi. Più d'uno fu preso 
alla pania, credendo sempre d'arruolarsi con Gari- 
baldi, ed io ricorderò fin che vivo la contentezza 
del povero dottor Adamo Ferraris (morto a Di- 
gione) quando, da noi avvertito del fatto, potè 
in qualche modo levarsi dall'impegno che aveva 
preso colla legione romana. 

Mentre in Terni e' era tanta libertà d' opi- 
nione, nelle altre città d' Italia continuavano gli 
arresti e le vessazioni. Anche in Terni però ci 
doveano essere degli spioni, ed il curioso si è 
che questi erano sorvegliati da quelle stesse guar- 
die e da quei carabinieri che pedinavano i gari- 
baldini. 



53 
Un giorno a pranzo, presente il solito circolo 
d'amici, avemmo una fiera disputa con un signore 
sconosciuto, il quale osò apertamente biasimarci 
perchè, penetrati in Roma, n'eravamo poi usciti. 
Noi gli chiedemmo come avrebbe fatto a vivere 
senza mezzi e se per vivere colà intendeva che 
ci dessimo a rubare. Ei ribattè che c'erano dentro 
ancora il Cucchi ed altri molti, e quelli di certo 
non rubavano. Noi replicammo inviperiti; la cosa 
minacciava di farsi seria. I signori Castellani, 
Perozzi, D' Andreis ed altri si misero di mezzo 
e fecero tacere ed anche vergognare queir ug- 
gioso. 

Levata la mensa, per quanto chiedessi all' al- 
bergatore e ad altri chi egli fosse, non mi venne 
fatto di saperlo. 

Ma quel medesimo giorno noi ci eravamo recati 
alla stazione ad incontrare un amico che doveva 
arrivare : non trovando nessuno, eravamo sul punto 
di ritornare, quando una guardia di pubblica sicu- 
rezza mi chiese d' improvviso : 

— D'onde viene il signore? 

— Da Terni. 

— Ma ella non è di Terni. 

— E che fa questo ? 

— M'occorre vedere le sue carte. 

— Che carte? gridai io. 

— Ma sì certamente, replicò il questurino. 



54 

— Ella è un ignorante che non sa quello che 
dice, apostrofò uno de' miei compagni. 

— Un imbecille, aggiunsi io. 

— Che non sa con chi tratta e come dee 
condursi con certe persone, ribadì un altro, 

Fosse l'effetto di quest' ultima frase che potea 
lasciare sospetto alla guardia d'aver preso un grosso 
granchio chiedendo le carte Dio sa a chi, o fosse 
l'effetto della violenza con cui l'investimmo e del 
trovarsi solo contro tre o quattro, il fatto è certo 
e lo ricordo bene, che la guardia si morse le 
labbra e tacque come se le avessero gettato un 
secchio d'acqua in capo, mentre io m'aspettavo di 
vedermi legato ! 

Rientrati in Terni verso sera venimmo a sa- 
pere che quel signore col quale a pranzo ave- 
vamo litigato, si diceva fosse una spia del governo 
pontificio. Non ci volle altro. Ci mettemmo sulle 
sue traccie. Era ora tarda. Però ci venne fatto di 
scoprire il suo luogo d' abitazione e speravamo 
coglierlo nel covo. Ma il merlo aveva già preso 
il volo e la padrona di casa ci disse che v'era stato 
pochi momenti prima un brigadiere di pubblica 
sicurezza con una guardia a ricercarlo. Dai con- 
notati fornitici ravvisammo nella guardia quella 
stessa che alla stazione aveva chiesto le carte 
a me. 



55 

Sarebbe stata graziosa davvero ! Dopo essere 
sfuggiti alla polizia pontificia in Roma, venire nei 
regno a farsi ingabbiare quale spia papalina! 

Le bande partivano una dopo l'altra da Terni e 
fra qssq partì pure la famigerata legione romana 
comandata dal Ghirelli, la quale, dopo la eroica 
impresa del taglio della ferrovia ad Orte, si squagliò 
come la neve, e parte dei militi raggiunsero Me- 
notti, parte anche ritornarono alle loro case. 

Pochi più rimanevano a Terni. I capi in gran 
parte erano partiti e fra loro anche Enrico. Dove 
fosse andato noi sapevamo. La sua assenza però ci 
! nquietava. Si era promesso di partire con lui, gli 
altri già tutti erano in movimento, e noi soli si 
attendeva irrequieti. 

In quei giorni avemmo notizia dell'arresto di 
Luigi Castellazzo da parte della polizia pontificia, 
e la nuova ce la portò quel Serafino falegname, 
frequentatore di casa Giovanelli, il quale pure, 
impaziente di fare le fucilate, era uscito da Roma 
e, se ben ricordo, partì tosto con la colonna 
Frigyesi (i). 

Mentre si stava così penosamente attendendo, 
Giovannino ci fece un giorno vedere le rivoltelle 

(i) Il colonnello Gustavo Frigyesi, ungherese, fu uno dei 
più valorosi seguaci del generale Garibaldi. Combattè tutte 
le campagne dell' indipendenza italiana ed ebbe in ricom- 
pensa di morire poverissimo in un ospedale. 



56 

provvedute espressamente per noi e che fra breve 
ci sarebbero state distribuite. Fu come mostrare a 
dei bimbi gli zuccherini con la promessa di rega- 
larli loro se fossero savi. 

Infatti per quei due o tre giorni stemmo al- 
quanto tranquilli. Intanto ci furono distribuite delle 
coperte. Credo provenissero dal magazzino mili- 
tare. A proposito del Governo che non c'entrava ! 

Comprendevamo però che la nostra colonna 
era destinata ad una impresa speciale di cui an- 
cora non si conoscevano i dettagli, ma che si 
lasciava travedere come un colpo di mano sulla 
capitale, addirittura un'entrata in Roma. 

Qui trovan posto opportuno due lettere scambia- 
tesi in quegli ultimi giorni febrili fra i due fratelli. 
La prima è d'Enrico, scritta da Orte, ove era andato 
per concertare la spedizione; la seconda è di Gio- 
vannino in risposta all'altra. Ambedue riassumono 
e dipingono la situazione (i). 

(i) Furono pubblicate dal Capitati Fracassa (non però 
per intiero) il 27 maggio 1883. L'autografo della prima, 
piegato in quattro, vidi conservato in una busta sulla quale 
Giovanni Cairoli aveva scritto : Lettera autografa di mio 
fratello Enrico (17 ottobre p, />.) da Or le. La lettera di Gio- 
vanni è scritta a lapis su di un foglietto piccolo di carta 
e non ha busta. Questa lettera probabilmente si trovava 
fra le carte del portafoglio dj Enrico tolto a lui, dopo 
morto, da me e dal Campar! e consegnato c^n la cintura, 
l'orologio ed altri oggetti a Gi wannino il giorno 2 j a Villa 

Glori poco prima della nostra cattura. 



57 
Ne ebbi in mano gli originali, favoritimi da un 
amico, e baciai e ribaciai più volte quei cari e 
preziosi documenti. Non era feticismo: in quelle 
due carte sgualcite riviveva per me serena la me- 
moria dei due cari amici, delle vicende passate, 
delle trepidazioni incancellabili di quei giorni. 
Ecco le lettere: 



Stazione d'Orte, ore 12 meridiane. 

Caro Giovannino, 

« Ti scrivo poche righe a precipizio. 

« Alla stazione d'Orte, come sai, vi è Ghirelli, 
ebbene, il treno fu fermato ed i viaggiatori sa- 
ranno rimandati a Terni... Io credo prematura 
l'operazione. Volevano rompere le rotaie, ma io 
l'impedii e Ghirelli mi promise di riattivare le 
corse in quel giorno o durante quel tempo che 
ne avremo bisogno, 

« Vedrai il proclama che mandiamo a Fabrizi ! 
Quel buffone d'un Mistrali, ch'è qui vicino e che 
mi fa le scuse perchè mi era dietro mentre scri- 
vevo, dicendomi che fu storditaggine, mi colma di 
gentilezze, ma se lo vedessi ti farebbe schifo (sic); 
sembra più di un dittatore ! più dello stesso Ghi- 
relli che s' intitola Commissario Straordinario del 
Governo Provvisorio. 



58 

« Mi fu messa a disposizione una macchina per 
proseguire fino a Passo Corese; spero il governo 
italiano mi lascerà ritornare, se no verrò con una 
vettura. Spero pure che a Borghetto non ci sa- 
ranno più i papalini, perchè diversamente mi ac- 
calappierebbero come un merlo. 

« Comunica il fatto a Fabrizi. Sarei ritornato a 
Terni se, come sai, la missione che ho non fosse 
urgente sbrigarla; temo però che il precipitare 
non ci abbia guastate le uova nel paniere. Ghi- 
relli del resto mi fece le più ampie assicurazioni 
che starà in relazione con Menotti a cui già mandò 
rapporto dell'operato. Occhi aperti però e pronti 
a frenarlo! 

«Ti scriverei ancora, ma la macchina è già lesta; 
procurerò di tornar subito, ciò poi dipende in- 
teramente dalle circostanze. 

« Saluta gli amici. Pei prossimi preparativi, se 
avremo chiusa questa via, ne troveremo un'altra. 

« Abbiti un bacionone 

dal tuo Enrico » . 

Questa lettera porta la soprascritta: «Egregio 
Signore — // Sig. Capitano Giovanili Cairoti — 
Albergo il' Inghilterra, alloggiato al N. ./ t J — 
5. «p. flf. _ Terni. » 

Ecco orala risposta di Giovannino: 



59 



« Mio Enrico, 

«Terni, 19 ottobre 1867. 

« Scrivo in lapis per far presto. L'impazienza è 
febbrile; non dico la mia, che ti lascio immagi- 
nare; parlo della generale, di quella comune a tutti 
i bravi giovinotti destinati ad esserci compagni. 
È impazienza però tenuta a bada dalla disciplina 
che l'abitudine d'altre campagne ha loro infusa 
nelle vene e dalla molta confidenza in te. Devi 
ammettere che certamente questa deve essere in 
buona dose perchè sì brava e generosa gioventù 
subisca con rassegnazione, con quiete, la lanterna 
magica delle colonne partenti di qui ogni giorno. 
« Come poi devi imaginare, le notizie delle 
strette in cui si trova la colonna di Menotti, au- 
mentano l'agitazione. Ti ripeto, però, dovrò atten- 
dere le notizie con mediocre rassegnazione. Tu ri- 
tieni che Checco [Cucchi] debba aspettare qualche 
giorno specialmente per questo incaglio avvenuto 
alla spedizione della roba dal bel colpo (1) di Orte 
e, come puoi comprendere, sono perfettamente del 
tuo parere. Peccato non lo sieno gli amici di Fi- 
renze, i quali solo per tre quarti si lasciarono per- 
ii) Allude al taglio della ferrovia operato ad Orte dal 
Ghirelli. 



6o 

suadere dalle nostre ragioni ; tre quarti già molto 
vacillanti per le incalzanti notizie diplomatiche. 
Ma ciò saprai perfettamente dal deputato Crispi. 
Ti avviso solo che si ritiene sicura la spedizione 
francese. Questa mi parrebbe ragione di più per 
non precipitare le cose, che un aborto di rivo- 
luzione, una battuta dai papalini sarebbe ben in- 
felice principio d'una campagna Gallica. Di ciò, ti 
ripeto, parmi non sien perfettamente persuasi gli 
amici di Firenze. 

« Dessi incalzano Checco continuamente ; onde 
temo che questi si decida ad un colpo disperato. 
Ciò tu avrai subito mezzo di conoscere dalle ri- 
sposte romane che attendi. Sul dubbio fortissimo 
di ciò, io credo intanto di farti una proposta che 
serva ad agevolare o meglio ad affrettare Fentrata 
in azione dei nostri sessantaquattro (i). Giudica 
e rispondi in tutta fretta ; se puoi, col telegrafo. 
Sono tanto più spinto ad esporti questa mia pro- 
posta, che temo non possa arrivare stasera e nep- 
pure di buon mattino domani, e, per Dio, si è 
sulle spine ! 

« Ma ecco la proposta. Partire noi tutti alla tua 
volta sotto gli ordini di Tabacchi; arrivati a te, 

(i) La prima idea dei Cairoli era che la banda non su- 
perasse i sessanta uomini. Vedi in proposito più avanti al 
cap. Vili, nonché l'opuscolo di lì. Cairoli: La spedizioni 
ai Monti Parioli, 



6i 

tu combinerai la spedizione ed organizzerai una 
[banda ?] a seconda della convenienza dipendente 
dalle risposte di Roma. 

« Io ritengo che accettando questa idea, vi sa- 
rebbe in ogni caso da guadagnar tempo ; con la 
formazione della banda è cosa evidente ; per quello 
della spedizione, son pure del parere, pensando si 
sia più prossimi ad aver mezzi ed alla strada con- 
venuta (con Checco) costì dove tu sei, anziché 
qui in questa fornace. Tu pondera e risolvi. La 
risoluzione raccomando caldamente siami comuni- 
cata a vapore. Certamente sarai già in comunica- 
zione col signor Carlo Ferri romano, proprietario 
(credo) di campagne presso Roma e perciò pratico 
delle strade; tale, cioè, da poter dare informazioni 
per noi preziose. Cosi mi disse il signor De Andreis, 
solo romano che forse conosca. 

« Addio. Ti ripeto : mi trovo, ci troviamo sui 
carboni accesi. Mille cose a Menotti ed agli altri 
amici. Ti abbraccio caldamente. 

« Giovannino » . 



« P.S. Arrivò in questo istante dispaccio di Ghi- 
relli in cui annuncia d'obbedire all'ordine del ge- 
nerale Fabrizi di portarsi verso Menotti, d'obbe- 
dire protestando » . 



62 

Questi due documenti rivelano chiaramente come 
fino all'ultimo istante l'impresa nostra non fosse 
né ben decisa né ben definita e che non vi era 
una piena armonia di idee tra il comitato di Fi- 
renze, quello di Roma ed icapi spedizione di Terni. 

Individualmente delinea in modo stupendo il 
carattere dei due giovani eroi, l'uno ardito, fre- 
mente, che va dritto alla mèta colla sicurezza 
dell'animo invitto, che chiama le cose col loro 
nome senza ambagi, che qualifica persone e fatti 
con quello stesso colpo d'occhio sicuro con cui la 
sua mano investiva il nemico; l'altro giovine, 
impaziente ed ansioso di gloria, che però ama riflet- 
tere sulle circostanze per volgerle al conseguimento 
migliore dell'alto ideale che lo sorregge : l'uno già 
provato ai duri cimenti, l'altro ansiosissimo di 
tentarli; ardito ed imperterrito l'uno, serio e gen- 
tile l'altro ; eroi entrambi indimenticabili al cuore 
di chi li conobbe e li amò nella troppo breve 
loro vita. 



VII. 

In iii:n*<»i:i. 

A Terni ci erano stati mandati da casa i quat- 
trini di cui abbisognavamo, e così potemmo dare 
un po' d'assetto anche al nostro abbigliamento. 



63 

A me era indispensabile sopra tutto mutar co- 
pricapo, giacché quel maledetto gibus combinato 
collo stifelius nero m'aveva ormai reso la tavola 
di tutta Terni. Combinai ogni cosa provveden- 
domi d'un caschettino ungherese che mi venne 
dato come impermeabile all'acqua, perchè spalmato 
d'una specie di catrame. Lo era infatti anche troppo, 
perchè durante la marcia sotto gli acquazzoni racco- 
glieva entro l'ala rimboccata all'insù l'acqua come 
entro una vaschetta, ed ogni tanto dovevo levarmelo 
per vuotarlo. Mutai pure di calzatura sostituendo 
agli stivalini verniciati un paio di scarponi. Io cre- 
detti far meglio prendendoli comodi e ne portai 
poi la pena nei giorni seguenti, perchè marciando 
m'impiagarono le piante dei piedi. 

La mattina del 20 si seppe ch'era ritornato 
Enrico e che probabilmente la sera si sarebbe 
partiti. Tutto quel giorno fu speso nell'equipaggiarci 
alla meglio cercando colle coperte di supplire alla 
mancanza di zaino ed adattandovi dentro quanto 
ci poteva occorrere per viaggio. Vi fu chi si prov- 
vide dell'indispensabile borraccia, altri si fabbricò 
il tascapane, ciascuno pensò per sé senz'aiuto né 
di capi né di comitati. 

La sera alle sette tutti dovevamo trovarci nella 
casa del sig. Frattini, egregio patriota di Terni. 

Non uno mancò. Amici ed avversari narrarono 
che cento erano stati i designati per la spedi- 



6 4 

zione, ma che poi si ritenne conveniente limitarne 
il numero. Questo particolare non ricordo. Ma 
Giovannino Cairoli nel suo libretto La spedizione 
dei Monti Tarioli dice invece che il numero dei 
componenti la banda fu fissato a sessanta, corri- 
spondente al numero dei revolvers che si avevano 
a disposizione, e che in appresso la banda s'au- 
mentò d'una quindicina. 

Benché s'andasse incontro non solo all' ignoto, 
ma ad un ignoto di probabilità ben terribile, pure 
tutti in quel giorno si era allegri e contenti. 

La sera al crepuscolo la musica suonava la ri- 
tirata sulla piazza di Terni e ritornando alla ca- 
serma intonava la canzone : Andremo a Roma Santa! 
tutti facevan coro cantando con entusiasmo. 

Poco dopo si era tutti pronti all'appuntamento: 
fu allora il momento in cui ci si potè riconoscere 
e numerare, e divenimmo tutti amici all'istante. 
Il nome di ognuno di noi rimase scolpito nella 
memoria e nei cuori di tutti gli altri: le fisono- 
mie, il tempo o la morte le hanno in gran parte 
pur troppo cancellate. 

Venne fatta la distribuzione delle rivoltelle e 
ciascuno s'adattò la propria alla cintura. Poscia 
lìnrico, intimato silenzio, disse : 

— Prima di partire debbo dirvi due parole. Noi 
partiamo per una impresa, più che arrischiata, di- 
sperata. Una volta entrati nel contine, tenetelo bene 



65 
a mente, non si torna più indietro. Ma ricordatevi 
pure che sulla vostra vita non dovete contar più 
nulla. Perciò, se alcuno di voi fosse indisposto 
o ritenesse opportuno cambiar pensiero, m'avverta; 
ciò non sarà un disonore; egli potrà far parte d'altri 
corpi e lo saluteremo con un arrivederci a Roma. 
C è alcuno che vuol rimanere ? 

— No, si gridò tutti unanimi. 

— Ebbene, vi avverto che ci toccheranno stenti, 
privazioni d'ogni sorta, dovremo marciare continua- 
mente, forse non avremo di che nutrirci : non fa 
nulla, divideremo il tozzo assieme. Se io mi la- 
menterò, se mostrerò d'aver paura, se mi vedrete 
indietreggiare, datemi una revolverata nella testa ; 
ma se alcuno di voi lo troverò vile, farò lo stesso 
con lui. 

Un urrà di applausi accolse questa breve ar- 
ringa, della quale volli recare il testo nella .sua 
soldatesca semplicità, quale io lo ricordo a mente 
preciso da trent'anni ad ora e quale mi rimase e 
rimarrà scolpito nella memoria finché avrò fiato. 

E la gentile anima di Giovannino mi perdoni se 
delle parole del valoroso suo fratello io pubblico 
una lezione un po' diversa da quella eh' ei ci lasciò 
e che figura pure scolpita sulla base del monu- 
mento al Pincio. Il senso è perfettamente lo stesso, 
ma egli volle forse ingentilire la forma ; io voglio 
invece evocare un ricordo, quale mi sta in mente 



66 

e nel cuore da tanti anni e che non potrei mu- 
tare di una parola. 

Se io avessi a dire da quàl porta di Terni si 
uscì, direi bugia. Era buio e si camminava con 
molta circospezione; fuori di Terni si trovò un 
omnibus destinato, non saprei se quale ambulanza 
o qual riposo per turno a chi si sentiva stanco (i). 
Probabilmente siccome la nostra marcia, nel ti- 
more che il nostro obbiettivo ci mancasse in causa 
della rottura della ferrovia di Orte perpetrata dal 
Ghirelli, doveva essere di molto accelerata, forse 
quell'omnibus fu cautela molto prudente perchè 
nessuno rimanesse addietro. Ma l'uomo propone 
e Dio dispone. L'omnibus ci precedette e noi mar- 
ciammo dietro a due o a quattro, secondo che la 
strada permetteva. Si procedette per alquante ore 
con passo cadenzato e con sufficiente buon umore: 
dopo, il chiacchierio cominciò a farsi più rado ed 
il passo si fé' più lento ed irregolare. 

Enrico camminava, anzi correva da un capo al- 
l'altro della colonna e incoraggiava con dei : Bravi! 
bravi ! cosi va bene ! Ogni mezz'ora circa l'omni- 
bus si fermava per dare il cambio e sull'ultimo 
della marcia era preso d'assalto con furore; a tal 

(1) Dove che dietro a noi c'era po' scorti 
N'onibussuto tutto sgangherato, 
Dov'llOO ce montava un po' pe' vorU 

Cascarilla, Villa Gloria, sonetto II. 



6 7 
punto che finalmente una ruota si fracassò, e così 
il primo a rimanere addietro fu il veicolo dell'am- 
bulanza; le prime marcie infatti sono terribili e ben 
pochi resistono al dolore acuto delle piante ed al 
rodimento prodotto dalla calzatura, specialmente 
se bagnata. 

La prima tappa che si fece fu a Configni : era 
notte buia e non si distingueva se fosse un pae- 
setto od un semplice casolare. 

La sosta fu brevissima. Rimessici in cammino 
all'alba, si cominciò a distinguere la strada che 
si batteva. Ora si camminava lungo la costa 
d' una collina, ora si scendeva in una vallata, 
sempre si aprivano nuovi prospetti, nuove gole, 
nuove colline, ma l'aspetto del luogo complessi- 
vamente era tetro e selvaggio. Rarissima qualche 
casa, la più gran parte boschi e prati. Segni di 
coltivazione scarsissimi: comprendevo allora il bri- 
gantaggio. 

Un'acquerugiola fredda e sottile come nebbia 
ci penetrava fin all'ossa l'alba del 21; finalmente 
dopo ore ed ore di cammino senza l'incontro 
d'anima viva, ad una risvolta c'imbattemmo d'un 
tratto in un carrozza tirata da due cavalli. La vet- 
tura sostò e sostammo noi pure per circa un'ora. 
Enrico e Giovanni s'intrattennero a parlare col 
forastiero ch'era in vettura, ed intanto noi ci spar- 
pagliammo lungo un torrente e sdraiatici sui sassi, 



68 

cercammo un momento di sonno che fu molto 
breve, troppo breve. 

Pioveva, e per non bagnarci e star caldi ci sdra- 
iammo a terra in gruppi di cinque o sei, tutti colle 
teste in un punto e colle gambe alPinfuori come 
una stella. Sulle teste si buttò una coperta. 

Nulla si seppe di quel che i capi si dissero. 
Quando la carrozza partì io chiesi ad uno dei 
miei compagni : 

— Chi è quel signore ? 

— È il principe di Piombino, mi rispose. 

— Davvero?... 

— Sì, mi confermò un altro, è un principe libe- 
rale, è dei nostri. 

Ora soltanto dopo tanti anni apprendo dall'opu- 
scolo di Giovannino che egli era ilsig. Luigi Cucchi 
ora deputato e fratello all'onorevole senatore Fran- 
cesco. Io non lo impugno certamente, ma per me 
quel signore è e sarà sempre il principe di Piom- 
bino : il mio ricordo è tale; né io mi proposi di 
scrivere della storia ma solo di narrar ricordi ed 
impressioni. 

Tanto al principe che all'oli. Cucchi chieggo 
scusa dello scambio. Al postutto cospiratori e prin 
cipi non è detto che siano sempre stati in antitesi 

Verso il mezzogiorno circa s'arrivò a Cantalupo. 

Era un paese di costruzione singolare : un per 
fetto rettangolo con una piazza nel mezzo e due 



69 

porte ai due lati minori. Sembrava il cortile in- 
terno d'un palazzo o d'un convento. In tempo 
antico doveva essere una sola proprietà, forse 
un castello (i). 

Quivi si sostò e più ancora che a rifocillarci, si 
pensò a riposare. Fu allora che un compagno mi 
giocò un tiro atroce. Mi ero con somma cura 
composto un giaciglio di paglia nell'angolo d'una 
stanza e gustavo già sovr' esso i primi momenti 
d'un sonno profondo e riparatore, allorché costui 
che tornava allora dal rapporto del comandante, 
invidiandomi tanta felicità, mi chiamò ad alta voce 
scuotendomi. 

— Che vuoi ? gli chiesi tutto indolenzito e 
rabbioso. 

— Il comandante ti vuole ! 

— Chi? 

— Il comandante Enrico ti vuole. 

— Me? 

— Te, sì, e fai presto che t'aspetta. 

Balzai in piedi e barcollando andai dal coman- 
dante che stava dalla parte opposta del paese. 

Enrico non si era mai sognato di domandare di 
me e quando ritornai scornato per la burletta, 

(i) li castello e feudo di Cantalupo apparteneva al prin- 
cipe Vaini che morì senza successione. Poscia passò in 
potere dei Lame; presentemente è posseduto dal barone 
Commini. 



trovai l'amico sdraiato sul mio giaciglio che rus- 
sava placidamente. L'avrei preso a pedate! 

A Cantalupo era passata poco prima una co- 
lonna di garibaldini. La nostra quindi al suo ar- 
rivo trovò, in fatto di cibarie, poco meno che ta- 
bula rasa. Nondimeno approfittammo largamente 
di un bettolino di liquori e parte al bettolino, parte 
nelle case, ognuno trovò di che ristorarsi. 

L'amico Tabacchi, pochi anni or sono, mi ricor- 
dava il suo desinare di Cantalupo in casa di uno 
di quei terrazzani e come l'appetito eccellente gli 
fosse ottima salsa alle povere vivande. Parecchi 
anni di poi, il collegio di Mirandola mandò, e 
meritamente, il Tabacchi a sedere a Montecitorio. 
Chi primo si ricordò di lui e suppose d'avere un 
valido appoggio presso il Governo, non furon già 
gli elettori, fu l'anfitrione di Cantalupo, il quale 
gli diresse una lettera pregandolo perchè gli otte- 
nesse dal Governo un sussidio per restaurare la 
cadente sua casa, quella casa che nel 1867 aveva 
avuto l'onore di ospitarlo. 

Ecco un nuovo patriota che per il paese aveva 
sacrificato.... un desinare; e in benemerenza do- 
mandava una casa ! Almeno costui era ingenuo 
nel chiedere ! Quanti anfitrioni di Cantalupo non 
vi furono invece astuti dell'ottenere, e forse con 
meriti ancor minori dell' olocausto d' un desi- 
nare ! 



7* 
Alle tre pomeridiane fummo chiamati a raccolta 
in una chiesa, ove ci venne distribuita una lira a 
testa. Fu quello l'unico danaro che io percepii nella 
piccola campagna ; e quando più tardi, nell'ospe- 
dale di Santo Spirito a Roma, un prete mi compas- 
sionava dicendomi : 

— Povero figliolo, che colpa ne avete voi? Vi 
han dato in mano un fucile, vi han mostrato i 
baiocchi, e voi siete venuto avanti — gli chiesi 
quanto percepiva egli dalla celebrazione di una 
messa. 

— Due lire, mi rispose. 

— Vede ? gli replicai. Io fui ben più discreto di 
Lei. Per mezz'ora di tempo impiegato in preghiere 
Ella prende due lire, io per giocarmi la vita, non 
ne ebbi che una. 

Schieratici alla meglio nella chiesa, Enrico diede 
ordine al signor De Verneda di leggere il seguente 
ordine del giorno che, mentre ribadiva nella stessa 
forma i concetti del discorso tenutoci il giorno 
innanzi, provvedeva all'organizzazione del nostro 
piccolo esercito. 

Eccolo : 

« Amici ! 

« È prossima l'ora nella quale ci bisognerà pro- 
vare che noi sappiamo operare. Per riuscire dob- 
biamo essere ordinati, cioè dobbiamo cercare di 



7 2 

essere in condizioni tali da permettere la maggior 
concentrazione e la maggiore dilatazione delle no- 
stre forze a seconda del terreno che dovremo attra- 
versare. Perciò ho stabilito che la nostra piccola 
banda si ordini nel modo seguente : 

« Un comandante, Enrico Cairoli ; un aiutante, 
Ermenegildo De-Verneda; un furiere, Giusto Mu- 
rata; tre comandanti di sezione: sezione i% Gio- 
vanni Tabacchi; sezione 2% Cesare Isacchi; se- 
zione 3% Giovanni Cairoli. Ogni sezione compren- 
derà cinque squadre, ciascuna composta di quattro 
uomini e di un capo. 

« Amici, ancora una volta è mio dovere ricordarvi 
che l'impresa è difficile, più che arrischiata, dispe- 
rata. So il vostro valore. Non parlerò a voi del 
pericolo, della stanchezza estrema che avremo a 
patire. Ma se qualcuno di voi, per circostanze in- 
dipendenti dalla sua volontà, non intende seguirci, 
lo dichiari francamente, tanto più ch'egli avrebbe 
il rimorso di recar danno al nostro tentativo. 
Chiunque è indisposto o avesse malati i piedi è 
obbligato a non celarsi, perchè guai a lui se per- 
sistendo la sua indisposizione si aggravasse, quando 
saremo sopra altro terreno. Bisogna che egli scelga 
un cammino diverso, e noi lo saluteremo dicen- 
dogli: Arrivederci a Roma! 

« Alle quattro si marcia. Il signor Stragliati è 
addetto ai carri ». 



73 

Quest'ordine del giorno Enrico l'aveva concertato 
coi capi sezione e scritto mentre noi si riposava. 

Si riprese la marcia. I quattro uomini che col 
rispettivo caporale costituivano ogni singola squa- 
dra erano numerati : dopo il capo squadra veniva 
il numero uno, poi il numero due, il tre, il quat- 
tro, numeri che costituivano, per così dire, l'aji- 
zianità nel comando. I capi squadra avevano per 
unico distintivo un fischietto, che doveva servire 
ai segnali. Non so quanto realmente in atto esso 
abbia servito. 

La marcia fu rapidissima, benché molestata dalla 
pioggia ; fu aiutata però da taluni veicoli ed anche 
da qualche cavalcatura. Il tutto assieme era molto 
bizzarro : marcia rapida a passo di carica, parte a 
piedi, parte in carretto, parte a cavallo, alcuni in 
giacca, altri in cappotto, altri in pastrano, chi col 
bonnetto, chi col cappello ! 

A notte inoltrata si era a Ponte Sfondato, che 
credo fosse un cascinale isolato. Lì trovammo dei 
militari nostri e poco mancò non li attaccassimo, 
ritenendo che vi fossero per arrestarci. Ma poi si 
riconobbe che si trattava di un distaccamento il 
quale non aveva alcun ordine in proposito. Anzi 
l'ufficiale che lo comandava fu con noi genti- 
lissimo. 

Il malanno più grave diventò allora per noi 
quello dei viveri. Trovandovisi già accampata la 



74 

truppa, ben poco vi si rinvenne da ristorarci; ed al 
banco del misero botteghino che e' era, fu una 
ressa indiavolata a chi arrivava primo. Ma con 
gli spintoni e le gomitate sangue da un muro 
non si cava di certo, e il botteghino in poco più 
di due ore fu letteralmente depredato, senza che 
perciò il nostro appetito fosse sazio. 

Ci minacciava davvero la sorte del Conte Ugo- 
lino a due passi dal confine, quando un lampo di 
genio di uno di noi venne in soccorso a tutti. In 
quella bettola ci restava ancora in un angolo un 
mezzo sacco di riso. Rimboccate le maniche e fatto 
grembiale d'una tovaglia, il compagno nostro si 
mise a far da cuoco e in men di mezz'ora l'intera 
colonna faceva onore ad un risotto improvvisato 
che per la circostanza e per l'appetito restò fra noi 
memorabile. 

A Ponte Sfondato si potè riposare un po' meglio 
che a Cantalupo. 

La mattina si marciò per Passo Corese. 

In vicinanza del confine si fece alt, e si passò 
il ponte della ferrovia alla spicciolata fino ad un 
casolare isolato che pareva servisse ad uso di stalla. 
Ma prima d'attraversare il ponte Giovannino schierò 
la sua sezione (alla quale io pure appartenevo) da- 
vanti a sé e volle farle la sua parlatine, che riferisco 
pur essa nella sua originalità : 



7S 

« Amici, entriamo ora nel territorio nemico e 
speriamo che questa giornata sia per essere a noi 
fortunata e gloriosa. Io desidero che noi ci trat- 
tiamo tutti come fratelli, e però permettete che fin 
d'ora io dia a voi del tu, e vi prego di fare anche voi 
lo stesso con me (i). 

« A qualunque evento si vada incontro e qua- 
lunque cosa possa accadere, voi sapete che delle 
disgrazie saranno inevitabili. Ma siccome il buon 
ordine vuol essere sempre mantenuto in qualsiasi 
frangente, ricordatevi che restando ammazzato (disse 
proprio così) o ferito alcuno dei capi, prende il co- 
mando quello che immediatamente per numero gli 
vien dopo. Quindi, se restassi ammazzato io, pren- 
derà il comando della sezione il capo della prima 
squadra e capo di questa resterà il numero due ; 
se resta ucciso il numero due, comanderà il numero 
tre e così via per ogni squadra ». 

Sono le sue precise parole e furono dette da lui 
colla massima calma e colla dolcezza di voce sua 
abituale, sicché mi fecero forte impressione. Que- 

(i) Di questo tratto di Giovannino, che a prima giunta 
potrebbe a taluno sembrare strano, s' incarica egli stesso 
di darci la spiegazione nel suo libretto : « Debbo ora osser- 
« vare che l'argomento ora toccato (dei legami tra supe- 
« riori e inferiori) costituisce a mio avviso uno dei punti 
« caratteristici di differenza tra corpo di milizia regolare e 
« corpo di volontari ; che cioè, se in quello non è conve- 
« niente dare ai soldati dei capi che a loro sieno legati da 



7 6 

sto parlare della propria morte e di quella dei com- 
pagni con tanta serenità e calma, come se si 
trattasse di un ordine da darsi per una partita di 
caccia, e il parlarne come di cosa imminente e 
che forse poteva accadere in quel giorno stesso, 
mi mise in corpo un lieve tremito che potea dirsi 
anche paura. 

È inutile dissimularlo ! Un uomo è uomo, e sono 
ben pochi che abbiano il coraggio volgarmente detto 
del sangue freddo. Chi non fu mai esposto al fuoco, 
se ha, lontano dal pericolo, il coraggio a parole, 
quando s'avvicina al fatto e quando è al fatto stesso, 
prova nel primo momento un senso istintivo di ter- 
rore che lo invade tutto. I primi colpi di fuoco 
sono sempre terribili e sono quelli che provano 
i coraggiosi ed i vigliacchi. Dopo, nel furore della 
mischia, anche un vile può avere il suo pazzo co- 
raggio; ma è nella resistenza alla prima impres- 
sione che sta la vera prova. L' istinto non si di- 
strugge, e però chi prova terrore al fuoco e vi 
sta esposto inchiodatovi dal sentimento del dovere, 
quegli è un eroe. Chi si ubbriaca d'esaltazione, 
gridando e smaniando, è come colui che si alcoo- 

« vincoli d'amicizia, in questo deve all'incontro riuscire van- 
« taggìOSO. Può forse a tutta prima sembrare strana tale dif- 
a ferenia, ma riesce chiara ricercandone le ragioni col m 
« d'acuto esame delle condizioni e qualità diverse del sol- 
« dato regolare e del volontario ». 



77 
lizza per prender forza. Le battaglie si vincono 
più con la resistenza passiva che col furore dello 
attacco. 

Giunti che fummo allo stallaggio o casolare di 
Passo Corese, s'andò tutti a finire nelle mangiatoie, 
cercando di rifarci là dentro degli arretrati del 
sonno. 

Ma anche qui io fui sfortunato più ancora che 
a Cantalupo. 

D'improvviso il comandante chiamò il furiere 
e gli ordinò che prendesse le sue disposizioni, 
perchè erano giunti trecento fucili, e si doveano sca- 
ricare e portare, con le relative munizioni, in una 
barca. Non ricordo quali disposizioni il furiere pren- 
desse; ricordo bensì che una delle prime sue vit- 
time fui propriamente io. 

Non me ne lagnai però. Avevo preso a fare re- 
ligiosamente il mio dovere, ed anzi rammento an- 
cora con un po' d'orgoglio che di nessuno dei mezzi 
di trasporto che avevamo a nostra disposizione 
lungo la marcia, io volli mai approfittare! D'al- 
tronde ero il più giovane : era troppo giusto che 
cedessi i comodi ai più anziani d'età. 

Confesso però che la fatica di quel trasporto mi 
riuscì penosissima. I fucili si portavano a fasci di 
quattro o cinque con la baionetta rivolta all'in giù. 
Pioveva nuovamente, e l'acqua mi penetrava fin 
nelle midolla attraverso il logorato mio stifelius 



78 

d'estate. In terra c'era una mota argillosa appicci- 
caticela, che rendeva fastidiosamente faticoso il cam- 
minare. La fretta, il peso dei facili che male stavano 
uniti assieme e sfasciandosi e cadendo colle baio- 
nette sfregiavano le mani, il cammino malagevole 
oltremodo, formavano un insieme di tali difficoltà, 
che mi facevano sudare goccioloni caldi, mentre 
la pioggia mi agghiacciava e mi attaccava i panni 
alla pelle. 

In vita mia non credo di aver sopportato mai 
fatica più ingrata. 

Mentre si eseguiva tale operazione e la pioggia 
continuava a flagellarci, m'avvidi nel rimettere i 
fucili al battelliere che sull'opposta riva del fiume 
era accorsa gente la quale riparata da ombrelli stava 
spiando quello che noi facevamo. Incontanente al 
mio ritorno ne feci avvertito Enrico il quale ac- 
corse a vedere. Ma quando egli arrivò sul posto, 
erano tutti spariti. 

Che costoro abbiano contribuito a far abortire 
il nostro tentativo avvisando il comandante del 
presidio di Roma?... chi lo può sapere? E però 
certo che l'indomani il capitano Cialdi dell'eser- 
cito pontificio ordinava di spazzar via tutte le barche 
del fiume a monte di Roma. 

La barca nella quale collocammo i nostri lu- 
cili era un ampio barcone di quelli che portano 
legna da fuoco in Roma. 1 fucili furono allogati 



79 
nella stiva stessa e in parte fra le cataste della 
legna. 

Di sommo aiuto in quest'opera d'imbarco ci 
furono Angelo Perozzi, già conosciuto a Terni e 
nostro compagno d'armi, e il ricevitore doganale 
Buglielli, romano, che rividi tre anni di poi a Na- 
poli. Allora mi confessò che quando ci vide partire, 
egli, che conosceva i concerti e le intelligenze prese 
con Roma, guardò trepidante l'orologio e batten- 
dosi la fronte esclamò addolorato: « Dio faccia che 
arrivino in tempo, ma temo che sia oramai troppo 
tardi ! » 

E s'apponeva al vero ! 



Vili. 
Il Tevere. 

Il fiume classico, il fiume della storia e della 
poesia ci accolse nel suo seno. Il barcone che ci 
conteneva era seguito da altre due barchette nelle 
quali furono collocate due squadre comandate dal 
Fabris e dallo Stragliati. 

Quest'ultimo ebbe l'ordine di sorprendere un 
posto di doganieri che doveva esistere presso la 
foce dell' Aniene. I segnali dal barcone alle bar- 
chette si dovevano fare con fanali a colori. 



8o 

La corrente ci trasportava maestosa. Il cielo si 
era rasserenato, tirava un vento rigido e secco. 

Il comandante dispose una guardia speciale 
sopra coperta del barcone e la mutava ogni mez- 
z'ora. Il mio turno venne quando era già notte 
alta. Il vento frigidissimo mi aveva asciugati tutti i 
panni inzuppati, né io me n'accorsi. Un senso 
indistinto di tristezza mi portava colla mente lon- 
tano, lontano, ove di certo si palpitava sulla mia 
sorte. Benché il cielo fosse stellato, la notte era buia. 
Le due sponde del fiume si distinguevano appena 
come due nere striscie serpeggianti. Di tratto in 
tratto la pianura appariva ancor più cupa del 
resto: erano forre, macchie, canneti, boscaglie. 
Non un lumicino che additasse un casolare, che 
accennasse alla veglia, all'esistenza di qualche crea- 
tura. Tutto era buio, tutto dormiva. Pensavo alla 
notte eterna, senza speranza di nuovo sole, senza 
miraggio d'aurore più splendide delle nostre, e 
lo spirito rifuggiva aborrente da cotesta vacuità 
del nulla. Per alcuni ha l'attrazione dell'abisso, 
per me ha l'orrore del precipizio. 

Alta la notte! Fra poche ore spunterà il sole: 
lo vedremo noi? lo vedrò io? Un colpo di fu- 
cile aggiustato nell'ombra da una di questo sponde 
potrebbe rompere la mia meditazione e con essa 
troncare il filo di mia vita, le mie speranze, i 
miei sogni. Addio illusioni di gloria! addio trionfi 



SI 

Je\ Campidoglio! Morto nel buio! Colpito pro- 
ditoriamente, non ebbe tempo di battersi, non 
vide il nemico in faccia ! 

Un brivido mi scoteva dai tetri pensieri. Aguz- 
zavo la pupilla innanzi a me e dalle parti. Nulla ! 
Le due barchette non si scorgevano affatto: a 
stento potevansi distinguere le tortuose sponde del 
fiume ed i gomiti repentini della corrente, che or 
ci portava presso a riva ed or ci lanciava ad are- 
narci contro la sabbia della spiaggia opposta: gli 
urti ed i sobbalzi improvvisi mi toglievano bru- 
scamente alle mie tetre meditazioni. 

Quand'io smontai la guardia e fui sceso in 
stiva, Giovannino mi toccò i panni, poi mi disse 
col suo dolce sorriso: 

— Vedi un po', questo venticello è stato per 
te una manna. T'ha asciugati i panni senza bi- 
sogno di fuoco : così non ti prenderai nessun 
malanno. 

Ed infatti non ebbi nemmeno il più piccolo raf- 
freddore. Il morale s'impone al fisico e ne vince 
e ne sublima la debolezza. 

A notte inoltrata fu ordinato il trasbordo dal 
barcone sopra tre barchette già predisposte a 
Passo Corese. Una di queste che s'era smarrita ed 
era stata causa del ritardo nella partenza, si era 
più tardi rinvenuta lungo il fiume. Ci trovammo 
per tal modo stipati sessanta uomini (l'avanguardia 

7 



82 

Stragliati non compresa) in tre piccoli schifi. I 
fucili li adagiammo sul fondo, dove per mala ven- 
tura c'era dell'acqua, e noi alla meglio ci accomo- 
dammo sopra di essi. Come ci si potesse stare 
ognuno può pensarlo! Si era accovacciati sugli 
acciarini, sui calci, sulle baionette. Le barche af- 
fondavano a cagione del peso, l'acqua era a quattro 
dita dalla sponda e guai al più leggero movimento ! 

Se un picchetto di gendarmi, o anche un solo 
gendarme si fosse divertito dalla sponda a fare di 
noi bersaglio e avesse tirato al buio in quelle tre 
masse nere che scorreano lente lungo il fiume, 
avrebbe fatto un massacro terribile. Guai poi se 
avessimo reagito, saremmo tutti finiti capovolti 
nell'acqua e affogati. 

Ad onta della posizione incomoda, ad onta del 
freddo che penetrava nelle ossa, il sonno la vinse 
e molta parte di noi non tardò ad adddormen- 
tarsi colle teste penzolanti. Non dormiva però 
l'infaticabile Enrico, il quale ad un certo punto 
del fiume fé' sostare le barche. 

— Hai veduto un fanale? chiese al fratello. 

— No, e tu ? 

— Io si, ma non ho distinto bene. Siamo giunti 
al posto, dove Stragliati deve aver fatto il colpo. 
Ecco, ecco ! rosso, sta bene ! il colpo è riuscito. 

Di fatto lo Stragliati, come si seppe di poi, inav- 
vertito alle sentinelle, si era spinto tino al Posto 



S3 
di Finanza, aveva disarmato agevolmente il pian- 
tone e destate le altre guardie che dormivano, 
le aveva con sé imbarcate, impadronendosi delle 
loro armi. Vidi più tardi quei poveri disgraziati, 
che avranno probabilmente ricordato a lungo la 
brutta sorpresa di quella notte ; più che spaventati 
mi sembravano insonnoliti. 

Arrivammo finalmente ad una località dove l'a- 
mico Perozzi pratico dei luoghi, giudicò prudente 
di sostare in attesa di segnali che dovevano ve- 
nire da Roma, alla quale, ei diceva, ci trovavamo 
ormai vicini. Tutti allora eravamo svegli. 

— Vedete nulla ? domandava ad ogni momento. 

E ciascuno appuntava lo sguardo lontano quanto 
più poteva. Nulla ! 

Disgraziatamente una folta nebbia venne ad in- 
volgerci tutti e ci lasciò per qualche tempo nel 
buio più profondo. Era un freddo umidiccio, sic- 
ché i panni cominciavano di nuovo ad aderire 
alla pelle. 

Un barlume lontano lontano, quasi indistinto 
dapprima, cominciò a mostrarsi e subito una delle 
nostre barche fu sciolta. Vi montò il romano 
Candida per penetrare in Roma e ritornare poi 
immediatamente per barca o per terra a darci no- 
tizie. Ma il Candida non si vide più: forse lo 
arrestarono i gendarmi posti a guardia del fiume, 
forse gli fu impedito di retrocedere per terra. 



8 4 

Sbarcammo. Eravamo tutti indolenziti, colle ossa 
peste, affrante. Qualcuno di noi nel discendere, 
forse per naturale abitudine, cercava di ricomporre 
il proprio abbigliamento (per mo' di dire !) riab- 
bottonandosi la giacca, scuotendo il fango dai 
calzoni, ponendosi un fazzoletto al collo a riparo 
dall'umido o ravviandosi colle dita i capelli. 

Quando Enrico se ne avvide, sorrise. Fu forse 
Tunica volta che io lo vidi sorridere: non era 
suo naturale. 

— Che cosa dovrei fare io allora ! esclamò. 
Io che ho tanto girato in questi giorni senza mai 
svestirmi, io che non muto da un mese biancheria y 
e da otto giorni non mi sono nemmeno levata 
un momento la calzatura ! 

Albeggiava. Il Perozzi fece osservare che in 
quella località sarebbe tra breve cominciato il 
passaggio della gente, la quale veniva a bere l'Acqua 
Acetosa, fontana medicinale poco discosta, e che 
quindi conveniva che ci nascondessimo. 

Poi che fummo sbarcati tutti, fatta una rico- 
gnizione del luogo, si riparò in un canneto e vi 
si stette parecchio tempo accovacciati o seduti sul 
fango. Fu allora che vidi distintamente i doga- 
nieri pontifici fatti prigionieri. Erano uomini dai 
trenta ai quarantanni e sembravano rassegnati ali.' 
strana avventura loro toccata. 



85 

Neanche il canneto però fu ritenuto luogo op- 
portuno per potervi rimanere l'intiera giornata. 

Poco discosto da esso sorgevano quasi a picco 
alcuni dirupi frastagliati da alberi e cespugli : su 
di essi mise l'occhio Enrico e pensò che da quelle 
alture avremmo potuto agevolmente difenderci in 
caso di un attacco. Ordinò a Giovannino che colla 
sua sezione vi salisse per osservare se convenisse 
occupare quella posizione. 

Salimmo tenendo nascosti i fucili colle coperte, 
perchè il bagliore delle canne non fosse veduto 
da lungi, precauzione inutile perchè i fucili si erano 
per l'acqua e per l'umido tutti arrugginiti. Sulla 
sommità ci trovammo in vicinanza di una villa, la 
quale aveva forma di castello piuttosto che di pa- 
lazzina. Ci si avanzò prudentemente collocando 
sentinelle in parecchi punti e Giovannino si spinse 
per uno stradello fino ad un'altra casa alquanto 
più discosta e prospettante verso l'altra parte della 
collina. 

Da là lo vidi ritornare con un uomo che re- 
cava secò delle chiavi. Era il vignarolo. Lo ac- 
compagnava un ragazzino suo, che alla vista di 
noi e specialmente dei fucili, si gettò in un pian- 
gere dirotto, come se lo avessero picchiato. Il vi- 
gnarolo ora lo sgridava, ora lo rincorava : poi si 
fece animo, e quel ragazzetto, che aveva del resto 
molto spirito, ci fu di grande giovamento: riuscì 



86 

perfino a penetrare in città e a riportarne un mes- 
saggio. Il vignarolo sembrava abbastanza disin- 
volto: lo giudicai un galantuomo che non ci avrebbe 
di certo traditi, e se ne ebbe infatti la prova il 
giorno dopo, quando egli diede ricetto ai feriti 
nostri. 

Quella vigna apparteneva al signor Glori ro- 
mano, clericale della più bell'acqua. Non era an- 
cora passato l'anno, che già il vignarolo era stato 
licenziato dal Glori. 

Fui a trovarlo nel 1870. Aveva mutato padrone> 
ma non per questo era accorato. Ricordo che be- 
vemmo insieme un bicchiere e mi parlò con pas- 
sione e con vero dolore di Giovannino morto un 
anno prima. 

Quanto al signor Glori, volesse o no, dovette 
sorbirsi ogni anno, d'allora in poi, un pio pelle- 
grinaggio, che per lui rappresentava una invasione. 

La prima volta nel 1870, appena entrate le 
nostre truppe, molti patrioti si recarono con pio 
pensiero a visitare il posto dove era morto il po- 
vero Enrico. Il signor Glori ci si adirò e chiuse a 
chiave l'ingresso, talché quando poco dopo ci anda 
io, mi fu forza corrompere il vignarolo per passare 

Ma venuto il 23 ottobre dello stesso anno, anni 
versario del fatto d'armi, fu organizzata una coni 
memorazione solenne, alla quale intervennero tutte 
le Società e tutti i patrioti liberali di Roma. 






*7 
La dimostrazione essendo troppo imponente e il 
proprietario non potendo opporvisi, dovette, a 
scanso di peggio, aderire. Però all'on. Pianciani che 
gliene aveva fatto chiedere il permesso, il signor 
Glori fece rispondere che egli lo accordava non 
al deputato Pianciani, bensì al conte Pianciani, e 
non per farvi commemorazioni, ma per fare quanto 
la sua discretezza, a cui si affidava, gli avrebbe 
consigliato. 

La discretezza, ahimè ! per quanto buon volere 
ci mettesse il Pianciani, andò a rotoli. 

La folla era tale e tanta e Tonda invadente così 
impetuosa, che i sentieri della vigna, troppo angusti, 
non la contennero, onde la vigna e i campi subi- 
rono una calamità non prevista di certo in nessun 
contratto d'assicurazioni. 






IX. 
Villa Olori. 

Il fatto che prende il nome da Villa Glori, non 
fu, in sé stesso, che una mischia accanita che durò 
un'ora o poco più. Preso isolato , non avrebbe 
avuto una grande importanza : parecchie fucilate e 
un vivace attacco alla bajonetta: ecco tutto. Ciò 
che valse a circondarlo, per così dire, di un'aureola, 



88 

fu l'ardimento del tentativo e, più che tutto, il 
sacrificio dei due capi della spedizione, figli di una 
famiglia di martiri. 

Il nostro compito era di spingerci dentro Roma. 
L'esserci invece dovuti fermare al di fuori, fu effetto 
di impreveduti accidenti e della necessità di atten- 
dere nuove comunicazioni. Arrivati fino a quel 
punto sarebbe stato viltà retrocedere prima di avere 
notizie da Roma, e venir meno alla promesse di 
d'appoggio fatta ai nostri; ma scoperti anzitempo 
ed attaccati, fu forza difenderci ed il campo rimase 
a noi; allora fu prudenza dei nostri il ritirarsi 
come fecero, né era possibile fare altrimenti. 

Sarebbe stata una pazzia rimanere sul posto. 
Come avrebbe potuto sostenersi lungamente una 
banda di settantotto uomini che aveva perduti i 
capi ed era decimata, con una posizione possibile 
forse a difendersi dal lato del fiume, ma impossi- 
bile dal lato opposto? Settanta uomini non sareb- 
bero bastati nemmeno per le fazioni dal lato dello 
ingresso alla vigna, tanto il pendìo vi è dolce ed 
allargantesi gradatamente fino alla base del colle. 
L'indomani mezzo il presidio di Roma sarebbe 
uscito ad attaccare la piccola colonna. 

Entrare in Roma la notte stessa con le barche 
non si poteva, perche queste erano sparite; en- 
trarvi ordinati in colonna pigliando d'assalto Porta 
del Popolo o un'altra porta, non era cosa cui si 



8 9 

potesse neppur pensare, perchè erano tutte difese da 
cannoni. In ogni caso sarebbe occorsa l'opera si- 
multanea di insorti che si muovessero dentro la 
città, e in quell'ora sarebbe stato impossibile av- 
vertimeli. Unico mezzo sbandarsi alla spicciolata, 
e così fu fatto. Perciò, lasciati due o tre a cura dei 
feriti , alcuni entrarono in Roma , altri furono a 
tempo per trovarsi a Monterotondo e Mentana ; 
altri, pur troppo, furono sorpresi e carcerati (i). 
Non vi è impresa, per quanto lodevole, che non 
possa dare argomento a critiche o ad osservazioni. 
Ai superstiti di Villa Glori qualche focile censore 
mosse il rimprovero di avere abbandonati i loro 
morti e feriti, pur tenendo il campo. Ho stimato 
per ciò doveroso per me scagionare i miei com- 






(i) Quarcuno 

Rimase ner casale chiuso drento 
Co' li feriti; e de noj antri, ognuno 
Doppo che s'approvò lo sciojjmento 
Se sbandassimo tutti. Quarchiduno 

Fu preso a Roma a Piazza Barberina ; 
L'antri sperduti in braccio de la sorte 
Agnedeno a schizza pe' la Sabbina. 

Li più se riformòrno in carovana, 
Passòrno fiume, presero le corte 
Drento a li boschi, e agnedeno a Mentana. 

Pascarella, id. y son. xxv. 



9 o 

pagni da tale ingiusta accusa, benché io creda che 
le mie difese siano affatto superflue. 

Aperta la casa e visitata in ogni sua parte, poco 
ci volle a fissarvi quartiere. Una stanza venne adi- 
bita per il comandante ed il suo stato maggiore 
(diremo cosi), tutte le altre per la truppa. 

Un po' alla volta tutta la compagnia fu sul colle 
portando seco i fucili e le munizioni che avevamo 
trasportato con noi. In breve tutta la casa fu oc- 
cupata. Ci sbandammo tutti qua e là per le stanze, 
e frugando per ogni buco, trovammo in una camera 
dei melograni e buon numero di bottiglie. Ne 
sturammo parecchie a onore e gloria del signor 
Glori: così ci avevan detto chiamarsi il proprie- 
tario. Ciò che, del resto, era per noi di ottimo 
augurio. 

Mancavano però i viveri ed il comandante pensò 
d'inviare all'uopo in città il furiere . Muratti per 
provvederne e in pari tempo per dare e ricevere 
notizie. 

Partì egli infatti e, per andar sicuro e senza 
molestie, credette bene, per suggerimento dello 
stesso comandante, di barattare passaporto con 
Mosettig che, come triestino, lo aveva austriaco. 
In tal modo il Mosettig diventò il conte Giovanni 
Colloredo, perchè, come già avvertii, il Muratti 
aveva il passaporto con questo nome. La precau- 
zione fu eccessiva e forse dannosa. Il Muratti fu 



9* 

arrestato egualmente a Porta del Popolo e per 
quanto si spacciasse come austriaco e buon cat- 
tolico e parlasse tedesco, non essendo creduto, fu 
condotto alla polizia e soltanto più tardi lasciato 
libero. 

Questo fatto dell' arresto del Muratti io non lo 
seppi che di poi, all' ospedale, dal cappellano dei 
gendarmi, il quale mi disse che noi avevamo man- 
dato in città una spia tedesca ! 

In quel mattino noi avvertimmo parecchi oziosi 
e sospetti aggirarsi intorno alla vigna, e per quanto 
ci fu possibile, li arrestammo tutti. Tra costoro 
c'era un bifolco, un pezzo di giovinotto, che pian- 
geva come un fanciullo; ma la sua ingenuità era 
così grossolana, da far pensare che fosse più furbo 
che santo. Ad ogni buon conto anch' egli fu re- 
quisito ed incamerato come gli altri. 

Verso mezzodì dall' amico Veroi che era di sen- 
tinella, fu segnalato l' approssimarsi al colle di al- 
cuni dragoni i quali sostarono al basso fuori del 
cancello, Enrico ne fu tosto avvertito e tenne con- 
siglio coi capi sezione. Poco di poi intesi Giovan- 
nino che diceva ad uno dei nostri capi squadra: 

— Porteremo la nostra sezione alla cascina del 
vignarolo : si prevede un attacco. 

Riordinammo i fucili: un'occhiata alla rivoltella 
e una rassegna rapida delle munizioni di cui ci 
riempimmo le saccoccie dei calzoni, della giacca e 



92 

del panciotto; poi ci recammo con cautela alla 
cascina del vignarolo. 

Di fianco ad essa sorgeva isolato un monte di 
paglia ; c'era in cima la nostra sentinella sdraiata, 
perchè potesse vedere senza essere veduta. Nel caso- 
lare del vignarolo si stava allora appunto allestendo 
un po' di cibo e più che tutto un buon brodo 
che ci andò in tanto sangue. Si mangiava alle- 
gri, non preoccupati per nulla della imminenza di 
una catastrofe: anzi si celiava lepidamente ricor- 
dando episodi ed aneddoti d' altri giorni e d'altri 
amici. 

Il più faceto e grazioso narratore in quell'istante 
era il povero Mantovani. Panni ancora vederlo 
seduto sopra una cassapanca con un pezzo di pane 
in una mano ed un quarto di pollo nell'altra. Nar- 
rava e mangiava a quattro palmenti. Infelice ! Tre 
ore dopo era morto ! 

Infatti si stava ancora mangiando, quando entrò 
in gran fretta la sentinella esclamando a bassa voce : 

— I soldati ! i soldati ! 

Immediatamente ognuno die di piglio all'arme 
sua, e tutti si uscì alla rinfusa dal casolare. Ci 
schierammo alla meglio lungo il ciglio del colle 
riparati da una leggera siepe e attendendo, ginoc- 
chio a terra, l'avanzarsi del nemico. 

Lo si vedeva infatti venire innanzi con cautela 
disteso in colonna. 



93 
Evidentemente veniva ad una ricognizione. Non 
si distingueva di qual corpo fossero i militi, ma il 
colore cupo delle monture ce li faceva ricono- 
scere per carabinieri esteri (svizzeri). 

— Attenti ! ci disse sottovoce Giovannino, non 
late fuoco finché non ve lo ordino io! 

Una prima scarica ci salutò ad una distanza, per 
verità, troppo rispettabile e le palle passarono 
fischiando sul nostro capo. 

— Non ancora, non ancora! lasciate che si 
accostino di più! 

Infatti lentamente si avanzavano regalandoci una 
seconda, poi una terza ed una quarta scarica. 

Ci dovevano discernere benissimo: ed a misura 
che progredivano, abbassavano la mira, talché nelle 
ultime scariche le palle si piantavano entro terra 
al disotto di noi e il terreno spruzzando ci sbat- 
teva in viso. Giovannino stimando per noi inutile 
imbarazzo quella siepe ci ordinò à y atterrarla, e fu 
fatto in un attimo. 

— Fuoco ! ordinò egli allora, e la nostra prima 
scarica partì. 

Dopo, lo scambio delle fucilate continuò senza 
interruzione : ma chi può ridire la pena del caricar 
quei fucili e il disuguale combattimento ! I papa- 
lini avevano dei remington buonissimi che tiravano 
fino a 800 metri; noi invece dei ferrivecchi, avanzi 
della Guardia nazionale. Per caricarli occorreva 



94 

star ritti in piedi sul ciglio della collina : miglioi 

bersaglio non si poteva loro offrire ! 

Qualcuno potè approfittare di qualche tronco 
d'albero e riuscire a caricare al riparo, ma i fucili, 
quasi tutti guasti per l'umidità sofferta, erano addi- 
rittura inservibili ! Cinque capsule, mi ricordo, 
dovetti applicare per fare il primo colpo : e nella 
condizione mia erano tutti. 

— I fucili non servono a nulla, cominciammo 
a gridare, ci vuol l'attacco alla bajonetta! 

E in queir istante, colpito da una palla, cadeva il 
povero Moruzzi. Accorsero Giovannino e il Cam- 
pari e tentarono di sollevarlo da terra, ma il 
soccorso portò danno maggiore, poiché una se- 
conda palla lo colpì al ventre. 

D'altronde il nemico incalzava e non c'era da 
perdere tempo. Giovannino ordinò di ritirarsi verso 
la casa per unirci agli altri. Le ultime scariche feri- 
rono anche il Castagnini. 

— M'hanno ferito, gridò mostrando il braccio 
sanguinante. 

Era quello il primo sangue che io vedevo e 
non potei trattenere un lieve moto di ribrezzo: 
guardai compassionevole il povero amico, ma il 
suo volto, tutt' altro che atterrito, mi rincorò. 

Ci ritirammo ordinatamente. 

Raggiunte le altro due sezioni, che al rumore 
delle fucilate e per Tavviso mandatone da Gio- 



95 
vanni, erano uscite dalla Casina e si erano schierate 
lungo la strada, ci fu un breve istante di ressa, 
di parapiglia e di incertezza sulle disposizioni da 
darsi. Non si sapeva effettivamente da qual parte 
potesse sbucare il nemico. 

Ma quando furon visti spuntare i berretti in 
fondo alla stradicciuola, il comandante ordinò su- 
l'attacco alla bajonetta nella direzione della strada 
stessa. 

Vi si lanciò il Tabacchi colla sua sezione. 

Senonchè si vide allora, dal lato sinistro della 
strada, apparire il grosso della colonna disteso in 
ordine sparso sul prato fiancheggiante. 

Ma Enrico fu pronto a mutare comando, e sen- 
z'altro con quanta voce aveva gridò: 

— Sulla sinistra ! coraggio ragazzi ! attacco alla 
baionetta ! evviva Garibaldi ! 

Un urlo di noi tutti fé' seguito alle sue parale, 
e superando la scarpa della strada infossata, piom- 
bammo addosso ai pontifici. 

Sorpresi anche dalle grida, costoro sostarono un 
momento esitanti ; credettero senza dubbio di avere 
di fronte un nemico ben più numeroso. 

Sventuratamente, oltre che montare il piccolo 
ciglio del campo di sinistra, dovevamo superare 
anche una siepe che costeggiava il ciglio stesso 
e che imbarazzava un movimento simultaneo di 
tutta la colonna. Enrico eh' era in testa a tutti, 



9 6 

ne atterrò coi piedi quel tanto che bastava a lui 
solo per passare, e senz'altro si slanciò precipi- 
toso in avanti. 

— Fermati, Enrico, gli gridò Giovannino, che 
andiamo assieme ! 

Sono queste le ultime e le uniche impressioni 
che mi sono rimaste della tragedia che allora 
appunto avea principio: le parole di Giovannino, 
la corsa precipitosa di Enrico in mezzo al nemico 
colla rivoltella spianata contro il capitano dei pon- 
tifici e due o tre soldati sul suo fianco sinistro che 
lo prendean di mira. Poi non vidi altro, perchè nello 
stesso istante una palla tirata quasi a bruciapelo 
mi spaccò il polso del braccio sinistro. 

Fu come un violento colpo di pietra : il braccio 
restò intorpidito, il fucile mi cadde e mi trovai 
disarmato di fronte a due soldati che m'investi- 
vano a bajonetta calata. 

Trassi il revolver, ne scaricai due colpi nella 
lor direzione: la vista dell'arma li fé' retrocedere. 

Squillò allora una tromba. Eran nuovi nemici che 
si avanzavano? era un segnale d'attacco alla villa 
per toglierci la difesa? .... Il Tabacchi lo prevenne 
portandosi sulla destra del luogo d'azione, e noi 
altri tutti accorremmo subito alla difesa della casa. 

Appena entrato io caddi su di una seggiola ed 
ebbi qualche minuto di deliquio. 

Quando rinvenni, la casa era tutta in trambusto. 



97 

Imbruniva ; la lotta era finita, i papalini pareva 
che si fossero ritirati, ma c'era chi diceva che ci 
avrebbero assaliti per diversa parte. 

— Bisogna difenderci, — barricheremo la porta, 
le finestre, — daranno fuoco alla casa, — è morto 
Enrico ed anche Giovannino, — meglio arren- 
derci, — no, dobbiamo vincere o morire, — è 
caduto Mantovani, — mancano pure Bassini e Pa- 
pazzoni, — ci assaliranno da un momento all'al- 
tro, — di notte è impossibile, — usciamo di nuovo, 
— è caduto anche Mosettig, — non usciamo, ci 
prenderebbero, — difendiamoci qui. 

Queste ed altre eran le frasi che rammento fra 
la trepidazione, la confusione, l'ansia dell'istante, 
il trambusto e l' urgenza di una pronta risoluzione. 

Fui medicato alla meglio dall'amico Fabris (noi 
lo chiamavamo Febo ed era allora studente di 
medicina a Bologna) con delle pezze strappatela 
una camicia. Il projettile m'avea spezzato il capo 
articolare dell' ulna, il dolore era acuto e ad ogni 
piccola mossa mi rincrudiva lo spasimo. Temevo 
d'essere preso dal tetano. 

Per darmi animo mi fecero bere del vino e poi 
mi adattarono al collo una benda, sì che il braccio 
potesse star fermo e adagiato. 

L'angoscia maggiore in tutti era però per la 
perdita dei fratelli Cairoli : si parlava d' Enrico ca- 
duto, di Giovannino pure; degli altri non si sa- 



9 8 

peva. Sarebbe stato necessario andarli a levare dal 
campo; ma e se la casa fosse circondata? .... 

Era scorsa fra codesti dubii e contrasti una buona 
ora dal combattimento e la notte era già avanzata, 
quando parve udire dal di fuori delle grida conti- 
nuate. Si tacque tutti e di lì a poco si sentì una 
voce chiara, distinta, disperata gridare nel buio 
della notte : 

— Aiutooo ! 

— Chiedono soccorso. 

— Sono i nostri feriti. Bisogna andare. 

— E se fosse una gherminella dei nemici per 
tirarci fuor di casa ? 

— Comunque sia, bisogna andare. 

— Vado io, ci vieni tu? 

Ma in quella nuovamente e più lungo e più 
desolato s'udì il grido : Ajutooo ! 

Immantinente l'amico Febo, lo Stragliati ed altri, 
salite le scale, aprirono una finestra e gridarono 
ad alta voce : 

— Chi è ? 

— Mosettig ! rispose la voce. 

Non c'era più dubbio : erano i nostri che chia- 
mavano soccorso. Subito alcuni uscirono e rien- 
trarono ben tosto reggendo a spalle il compagno 
Mosettig ferito ad una gamba. Tra i caduti era 
stato il primo a riaversi e si era trascinato a pic- 
cole tappe fio presso alla casa. 



99 

Senza più indugi un altro drappello uscì di nuovo 
fuori; poi un altro ancora e in breve furon portati 
entro la casa il Papazzoni ferito ad un piede, il povero 
Enrico morto ed agonizzante l'infelice Mantovani. 

Enrico ed il Mantovani furono entrambi deposti 
a terra nella stanza dove il mattino s'era tenuto 
consiglio tra i capi sezione. Il Mantovani respirava 
appena, ma ebbe il tempo di dirci, fra i singulti 
della morte, come essendo caduto per una ferita 
fosse poi bajonettato sul terreno. 

Un grido d'orrore, lo rammento, accolse quella 
rivelazione di codarda barbarie. Pochi momenti 
dopo, fra spasimi convulsivi terribili, spirò. 

Il nostro dolore per la perdita di quei due amici 
fu vivissimo. Si riandavano i momenti dell'attacco, 
della mischia, si deplorava di aver agito precipi- 
tosamente, di aver fatto un attacco alla bajonetta 
in quel posto; meglio era difenderci in casa, meglio 
ritirarci al mattino; già si dovea prevedere che 
quella non era posizione sostenibile!... 

Sul campo non si poterono ritrovare né Gio- 
vannino, né il Bassini. C'era chi assicurava che 
erano morti entrambi, forse caduti lungo la strada, 
dopo aver tentato di guadagnar la casa, forse tra- 
sportati via dagli stessi pontifici. 

Intanto lo spasimo al mio braccio andava au- 
mentando. Sdraiato com'ero, mi riusciva insoffri- 
bile ; mi alzai e salii dall'amico Mosettig. 



100 



La sua ferita era grave. Mi strinse con affetta 
la mano, mi baciò : 

— Ah, poveri noi, sclamò poscia, quanto fummo 
sfortunati ! 

— Pur troppo, gli risposi, e me ne duole nel- 
l'anima! Ora ci terranno prigionieri chi sa quanto 
tempo!... E pensare che fra pochi giorni io avrei 
dovuto iscrivermi all'Università, e forse mi toccherà 
perdere l'anno ! 

L'amico mi guardò stupito con cera interroga- 
tiva, come per accertarsi se avevo dato di volta al 
cervello. Ma vedendo che io insistevo nel discorso : 

— Ma ti par questo il momento di pensare al- 
l'Università ? mi gridò. Chi sa domani cosa faranno 
di noi ! 

Per verità non aveva torto. Da parte mia, però, 
lo confesso ingenuamente, non fu né millanteria 
né sprezzo del pericolo. Io vado soggetto a distra- 
zioni incredibili e anche in quella circostanza si 
vede che la regola non volle avere eccezione. 

Durante la notte i nostri compagni si sbandarono 
tutti, chi da una parte, chi dall'altra. Rimasero a 
guardia dei feriti il Colombi, il Campari e il Fiorini, 
nonché i doganieri pontifici fatti prigionieri la notte 
innanzi. 

Cessato il trambusto e l'agitazione, dileguatisi 
uno ad uno i compagni, io mi gettai di nuovo 
sulla paglia, e fosse stanchezza dei patiti disagi o 



101 

reazione all'angoscia sofferta, fatto sta che in quella 
casa dove pareva restassero gli avanzi di un sac- 
cheggio, fra compagni feriti che gemevano, con due 
amici morti d'accanto, con l'incertezza crudele del 
domani in cuore, quando il sole spuntò al mat- 
tino sull'orizzonte lontano ad illuminar quella scena 
d'orrore,... io dormivo. 



X. 
Tu indomani. 

Dormivo davvero quando un raggio di luce pe- 
netrò nella stanza a pianterreno. Destarmi e rico- 
noscere subito la terribile realtà della situazione, 
fu cosa di un minuto. Non sognavo, no. Chi sogna 
dorme male ed io in quelle brevi ore avevo dor- 
mito profondamente. Tanto ero stanco ! 

Mi rizzai a sedere. La poca paglia su cui giacevo 
mi aveva mal difeso dall'umidità del pavimento e 
mi sentivo le ossa peste ed ammaccate come se 
mi avessero bastonato. Contemplai un istante la 
scena che mi circondava, poi uscii all'aria aperta. 
Avevo proprio bisogno di respirare liberamente. 

L'orrore di quel luogo chiuso, barricato, pieno 
d'armi accatastate alla rinfusa, di cappotti, di bor- 
raccie, di vestiti abbandonati dai compagni per es- 



102 



sere più lesti al cammino; l'aspetto di saccheggio 
e di devastazione che presentavano quei tavoli, 
quelle sedie rovesciate, le bottiglie fracassate, le 
stoviglie infrante, gli avanzi della cucina del giorno 
innanzi ancora sparsi sul pavimento e frammisti 
alla paglia, ai cappelli, alle bende, e tutto ciò chiaz- 
zato di macchie sanguigne; il gemito dei poveri 
miei compagni feriti, e nella stanza vicina, giacente 
a terra quasi a sbarrarne la porta, il cadavere del 
povero Enrico e l'altro più terribile del Mantovani, 
il quale pareva sfidasse ancora l'assassino che lo 
aveva morto a bajonettate sul terreno, formavano 
nell'insieme uno spettacolo raccapricciante. 

Si soffocava: uscii, come ho detto. 

Un magnifico sole cominciava ad indorare le 
foglie alle siepi ed agli alberelli che costeggiavano 
la stradicciuola di fronte alla casa. Di lontano giun- 
geva il suono delle campane della città eterna, e 
ad ogni tratto un'archibugiata dei pacifici cacciatori 
onde abbonda la campagna romana, veniva a rom- 
pere la pace di quel luogo. Spettacolo di natura 
tanto tranquilla e sorridente che faceva vivo con- 
trasto con la desolazione della villa, con la lenità del 
fatto, con l'amarissima incertezza della sorte nostra. 

Pensavo. . forse domani ci sottoporranno ad un 
Consiglio di guerra; forse.... e il pensiero inorri- 
diva, mentre inavvertita dalia congiuntiva dell'oca 
cinomi scendeva una lagrima... E là mamma?... 



io 3 

Levai il capo per cacciare i neri presentimenti 
e... mi vidi faccia a faccia con uno sconosciuto!... 
Dio mio! lo fisso. Era Giovannino ! Giovannino 
Cairoli in persona !... Ma chi avrebbe potuto più 
ravvisarlo? Pallido in viso e macchiato orribilmente 
di sangue che era colato dalla testa fasciata con un 
cencio e coperta da un cappellaccio. Si reggeva su 
di un bastone e camminava a stento. 

Anch'egli pativa per le ferite toccate nella schiena 
difendendo il fratello dopo che era caduto. Po- 
vero Giovanni ! Avea lottato corpo a corpo,, aveva 
veduto cadere il fratello in quel terribile attacco 
alla bajonetta, avea veduto i soldati precipitarglisi 
allora addosso, si era avventato colla rivoltella 
alle tempia di quegli aggressori ; ma la rivoltella, 
arruginita, non aveva agito. Disperato Y aveva 
sbattuta sulla testa d'uno di quei miserabili colla 
furia della tigre ferita, e come tigre ferita era 
caduto poi rovescio, colpito da una palla che gli 
sfiorò il cranio. Si era gettato allora sul corpo 
del fratello esamine, colle mani, col petto facen- 
dogli scudo, e le bajonette nemiche avevano finito 
anche lui, che giacque spossato, sanguinante, sve- 
nuto accanto al suo Enrico! 

E quanta vita, quant'anima in quel giovinetto, 
mentre mi raccontava sì orribile tragedia! 

— Ah ! lasciatemi vedere il mio Enrico ! che io 
lo baci ancora una volta, una volta ancora ! 



104 

Gli amici Campari, Colombi ed io pure tentamno 
in ogni modo di opporci, e lo assicurammo che 
più tardi gli avremmo concesso questo supremo 
sfogo di dolore. Fu fatto entrare in casa, ma uno 
di noi ebbe l'avvedutezza di andare innanzi e di chiu- 
dere la porta della stanza dove giaceva il fratello. 

— Sentite, amici, disse poi risoluto ed appena 
entrato in casa, facciamo una cosa. Abbiamo an- 
cora fucili, abbiamo rivoltelle ; se vengono i sol- 
dati barrichiamoci in casa e vendiamo cara la 
nostra vita. 

Eroico ardimento d'un cuore generoso e ferito. 

Non ci volle molto però a farlo persuaso della 
impossibilità di tale progetto. I gemiti dei com- 
pagni pressoché moribondi avrebbero condannato 
qualunque tentativo temerario da parte di noi, feriti 
pur anco ed impotenti a qualsiasi resistenza. 

Era prossimo il mezzogiorno. Una brezza leggiera 
piegava gli alberi, metteva un lieve senso di bri- 
vido nelle ossa indolenzite e faceva lentamente 
sventolare il bianco lenzuolo che, annodato a mo' 
di bandiera ad un bastone, avevamo issato da una 
finestra della casa. 

Uno strepito confuso d'armi e di voci, lo scalpitar 
di cavalli ci fé' comprendere che s'avanzavano dei 
militi. Erano certamente venuti a levare i teriti. 

Le guardie di Finanza da noi fatte prigioniere 
lungo il Tevere e liberate da noi quella mat- 



105 

tina, avevano senza dubbio mosso il comando 
militare pontificio al soccorso dei nostri feriti. 
Così pensavamo : ma non era così. 

— I pochi della scaramuccia di ier sera non do- 
vean essere che l'avanguardia. Di certo sui Monti 
Parioli ora ci deve essere il grosso della banda. 
La chiamata al soccorso dei feriti non può essere 
che un gherminella per tirarci lassù ed attaccarci. 

Ecco quale certamente deve essere stato il ra- 
gionamento del ministro delle armi e generale 
delle truppe pontificie, poiché non è credibile che 
si venisse a levar feriti con tanto apparato di forze. 
Zuavi, antiboini, tiraioli, zampitti, dragoni, gen- 
darmi, ogni arma era stata messa a contribuzione. 

Al primo vederci puntarono le armi in atto di 
fuoco. 

— Feriti, feriti, blessésl gridavamo noi. Si! era 
come dire al muro ! non ne capivano d'italiano ! 
Finalmente un tenentino dei dragoni si fé' avanti 
gridando loro: 

— TsLe faites pas de feu ! pas de feu ! e fatti al- 
cuni passi verso la nostra casa, prima ci ordinò 
d'uscire, poi messici in fila tutti fuor della porta, 
con una sentinella cui graziosamente ordinò d'infil- 
zarci tutti se ci fossimo mossi, entrò nella casa e 
la masnada intera lo seguì» 

Descrivere il fracasso che fecero con quei poveri 
fucili, ferrivecchi della Guardia nazionale, è cosa 



io6 

da non potersi ridire ! Ce n'erano moltissimi di 
carichi ed essi li prendevano per la canna e pestan- 
doli contro il suolo o contro il muro, ne spacca- 
vano il calcio. 

E dire che non uno esplose loro nelle mani! 

— Vous étie^ venus ici avec de irés-bonnes inten- 
tionSy ci disse il tenentino uscendo e portando in 
pugno una mezza dozzina di rivoltelle. 

Ricordo ancora la faccia del Campari e la sua 
risposta. I buoni ambrosiani non dimenticano mai 
la loro parlata, talora francamente ingenua, anche 
nei momenti supremi della vita. 

— Oh me par peu, rispose egli con un accento 
di bonaria persuasione, me par che voressen minga 
cojonà gnatica Ior ! 

Dopo un'ora circa impiegata a distinguere i fu- 
cili, i vestiti e quanto trovarono, ripresero final- 
mente la loro strada e sembrava che avessero 
fretta. Chiedemmo loro dove andassero e perchè 
non trasportassero i feriti. Ci fu risposto che non 
ne avevano il tempo, perchè doveano inseguire le 
bande (i)! Credevan forse a pochi passi da noi 
di scovare Garibaldi in persona ! 

(i) « Il cornacelo di piazza solo a giorno avanzato mosse 

una poderosa colonna di fanti e di cavalli con mandato di 
battere la campagna dd Porta del Popolo infino a Porta 
Pia, e snidare il nemico se si scoprisse, e dar la caccia a<;li 
sbandati ». Civiltà cattolica. 



107 

Un gendarme prima di montare a cavallo mi 
presentò una bottiglia, offerendomi da bere. Lo 
guardai in viso; non comprendevo cosi strana cor- 
tesia. 

— Bevi, bevi, mi ripeteva. 

— Ah è così che la credete? sclamai d'un tratto. 
Presi la bottiglia e tracannati tre o quattro sorsi, 
la lanciai contro lo stipite fracassandola in mille 
pezzi. Temevano che avessimo avvelenato il vino ! 

Imbruniva. Il povero Giovanni era riuscito ad 
ottenere da noi di poter dare l'ultimo bacio al- 
l'amato suo estinto. Ma lo trascinammo subito fuori 
dalla stanza, promettendogli che guarderemmo noi 
stessi la preziosa salma perchè nessuno la toccasse. 

Pochi minuti dopo io ed il Campari gli conse- 
gnammo alcuni oggetti e ricordi tolti di dosso al 
glorioso eroe. 

Un rumor sordo di carri ci avvertiva che final- 
mente qualcuno da Roma si era mosso in nostro 
aiuto. 

Era ben ora. I feriti nostri languivano senza cibo 
da ventiquattr'ore e le ferite incrudivano coll'av- 
vicinarsi della notte. Erano bare tirate da un cavallo 
e coperte da un saccone. In ciascuna fu adagiato 
alla meglio un ferito. Vi erano pure due carrozze. 
Il corteo era composto d'un medico, un cappel- 
lano, un capitano dei gendarmi e di quel tenentino 
della mattina. Costui al povero Giovanni che io 



io8 

pregava di usare riguardo nell'entrar dentro la 
stanza ov'era suo fratello morto, rispose cinico: 

— Ebbene, se è morto, non posso certo fargli del 
male! 

Anche nei momenti più tristi e' è sempre una 
nota amena. Ce la diede questa volta il cappel- 
lano, un grosso e corpulento prete belga con una 
faccia da cuor contento inesprimibile, il quale do- 
mandò a più d'uno dei nostri feriti se prima di bat- 
tersi aveva fatto le devozioni sue : qualcuno gli ri- 
spose che sì, ed egli ne fu contento come una pasqua. 

Cincaminammo. Si scendeva lentamente per la 
calata dell'Arco scuro, ma quando imboccammo lo 
stradone di Porta del Popolo si accelerò il passo. 
Io ero a cassetta ed il cocchiere mi andava infa- 
stidendo con rimproveri ed ammonimenti. 

— Fate il vostro mestiere ! gli dissi. E tacque. 
Arrivammo a Porta del Popolo e il treno si 

arrestò. Una compagnia di truppa era in arme 
al limitare della porta. C'era una agitazione, una 
ressa indiavolata. Un capitano venne allo sportello 
della nostra carrozza e raccontò che in città avve- 
niva un fatto d' arme: eran duecento, trecento, 
quattrocento insorti, c'eran morti, feriti, ecc. (i). 
In quel mentre si udivano infatti parecchie fucilate. 



(i) Era probabilmente una ricognizione capitanata da] 
principe Lancellotti, zelante Crociato di quei «Mirri. 



109 

— Oh Gesummaria 1 invocò il mio cocchiere. 

— Niente paura, gridò il tenentino spavaldo, è 
qualcuno che. . . (lasciamo nella penna la parola). 
Avanti ! 

Uno squadrone di dragoni a cavallo ci si mise 
al fianco per iscorta e il corteo mosse di nuovo. 

Tre cannoni erano puntati in Piazza del Po- 
polo, uno contro il Corso, un altro verso il Bab- 
buino, il terzo contro Ripetta. Noi prendemmo 
da questa parte. La via era deserta affatto, chiusi 
i negozi, le porte e le finestre. Il rumore delle 
ruote, lo scalpitar dei cavalli, il tintinnio delle 
sciabole dei dragoni in mezzo a quel sepolcrale 
silenzio aveano un che di sinistro. Appena vede- 
vasi qualche imposta di finestra aprirsi un mo- 
mento e far capolino qualche curioso attratto dal- 
l'insolito rumore, e poscia tosto rinchiudersi. 

La traversata di Roma seguì senza inconve- 
nienti. 

Battevano le 8 di sera e noi arrivammo alle 
porte dell'ospedale di Santo Spirito incerti di nostra 
sorte, se prigionieri di guerra ovvero insorti sor- 
presi coll'armi alla mano, e quindi forse dannati 
nel capo per alto tradimento ! 



no 



XI. 
Santo Spirito. 

La ressa di popolo pel nostro arrivo all'ospe- 
dale militare era grande. Eravamo i primi gari- 
baldini prigionieri portati in Roma : si può imma- 
ginare se la novella era corsa di bocca in bocca ! 

Al primo arrivare ci fu un po' di parapiglia, 
perchè non era stato preparato alcun locale. Ma 
la superiora delle suore trovò subito un ripiego; 
fatti levare alcuni zuavi del picchetto di guardia, 
che russavano placidamente sui pagliericci in una 
camera di pian terreno, in un momento ci fé' met- 
tere insieme sette letti, e tutti in una sola stanza, 
cosa che ci fece molto piacere. 

Ufficiali, medici, flebotomi, monsignori, cappel- 
lani, soldati, suore, tutti erano in moto per noi. 
La curiosità avea naturalmente molta parte iti 
tante premure. 

Prima cura fu quella di visitar le nostre ferite. 
Ne avevamo veramente bisogno, perchè ci si era 
fasciati appena alla meglio in modo da far rista- 
gnare il sangue e questo s'era rappreso sulle ferite. 
Io poi desideravo sapere quale ferita fosse la mia, 
se crave o no. 



Ili 

Mentre ognuno di noi si adagiava alla meglio, 
mi venne fatto di notare un prete lungo, aito, con 
una croce sul petto, di fisonomia piuttosto seria, 
non troppo entrante ; uno degli infermieri mi disse 
che era monsignor De Merode, elemosiniere se- 
greto di sua Santità. 

Fummo medicati con premura. A Giovannino, 
ricordo, furon tagliati i capelli e gli fu fatto dalla 
suora un salasso. 

Tutto sommato, l'ingresso nostro non fu cat- 
tivo e ci lasciava sperare che non avremmo avuto 
dispiaceri, quantunque gli animi, specie dei mili- 
tari, fossero irritatissimi per il fatto della caserma 
Serristori avvenuto il dì innanzi. 

Il primo sospetto era stato per l'appunto che 
quel fatto fosse opera nostra. 

Mia prima cura fu quella di chiedere carta penna 
e calamaio per scrivere alla mia buona mamma. 
Mi fu risposto che prima bisognava dar contezza di 
noi all'autorità militare politica, dopo avrei avuto 
quanto desideravo. 

Di fatto, eseguita la medicatura, venne un au- 
ditore militare a prendere nota delle nostre gene- 
ralità. Il nome di Colloredo fece grande impres- 
sione su lui e sugli astanti. 

I Colloredo sono una famiglia antica nobilis- 
sima che trae la sua origine dal castello di Col- 
loredo in Friuli. Ebbe molti illustri guerrieri 



112 



marescialli e generali che in gran parte militarono 
al servizio dell'Austria, coprirono onorevoli inca- 
richi e condussero a fine importanti missioni. 
Alcuni de' suoi rami esistono tuttora nel Friuli, ed 
in Austria pure sussiste sempre il ramo dei Col- 
loredo Mels e dei Colloredo Mansfeld. 

Uno dei Colloredo del Friuli era allora impa- 
rentato coi principi Altieri qui di Roma, perchè 
marito a donna Livia, morta alcuni anni or sono, 
e in Roma vivea allora anche un vecchio padre 
Colloredo dei preti dell'Oratorio. 

Incontanente si sparse la voce che all'ospedale 
di Santo Spirito era ricoverato un Colloredo ga- 
ribaldino e non tardò a diffondersi per la città, per 
l'Italia e dirò anzi per l'Europa. Infatti la notizia 
fu riportata, oltreché dai giornali nostri e dai fran- 
cesi, anche dalla Presse di Vienna e dal Tageblatt. 

Prima di lasciar Villa Glori si era fra noi con- 
venuto di chiamare il Mosettig col nome di Col- 
loredo, come si era fatto per il Muratti in Roma. 

L'auditore militare si mostrò anche non poco 
stupite allorché, chieste le generalità a Giovan- 
nino, si sentì rispondere: 

— Anni ventiquattro. 

— Condizione ? 

— Ex capitano di artiglieria. 

Infitti su quel volto ingenuo di gentil giovinetto, 
oltre che la bontà, si leggeva chiara anche l'intel- 



ii5 

ligenza, che nei brevi anni vissuti già lo avea 
portato a quel grado distinto. O se vivesse an- 
cora ! sarebbe forse uno dei migliori nostri ge- 
nerali ! 

La prima notte fu affannosissima e appena al 
mattino mi fu dato di poter dormire un poco. L'ap- 
parecchio di stecche cui era raccomandato il mio 
braccio, mi costringeva ad una supina immobilità, 
la quale mal si prestava al sonno, ma ad ogni 
movimento ch'io facessi mi si rinnovellava il do- 
lore. 

L' indomani nuove domande dell'auditore mili- 
tare, nuove ricerche, nuovi curiosi e sempre molti 
medici, infermieri, suore, inservienti. 

Chiesi nuovamente al direttore dell'ospedale, ca- 
pitano Galliani, l'occorrente per scrivere e, se mi 
era permesso, anche qualche libro da leggere. Im- 
mantinente egli si diede premura di soddisfare il 
mio desiderio e portò per tutti carta da scrivere 
ed alcuni romanzi di Walter Scott. 

11 capitano Galliani era una gentilissima per- 
sona, della quale conserverò sempre finché vivo 
ottima memoria. La gentilezza d'animo e la squi- 
sitezza di sentire sono una dote dei cuori buoni 
e non vengono meno per ragione dei principii o 
d'idee professate. Il Galliani era affezionatissimo 
al Santo Padre ed attacato al governo papale 
che serviva con zelo ed attività esemplari. Nel 

9 



H4 

i86i era stato alla battaglia di Castelfidardo ; fatto 
prigioniero, era stato condotto a Genova, dove 
aveva avuto molte cortesie ed era stato trattato 
amorevolmente. Apprezzava quindi per esperienza 
fatta le attenzioni usate in simili circostanze e 
conosceva per prova come tornino gradite e quale 
imperituro ricordo lascino nell'animo dei vinti. 

Veniva spesso a tenerci compagnia e sapeva 
evitare tutti i discorsi, nei quali non potevamo 
trovarci d'accordo; era uomo onesto, leale, di 
ottima cultura e d'ingegno acuto. 

Pur di usarci un'attenzione si sarebbe fatto in 
quattro; se gli chiedevamo un favore si sarebbe 
detto che il piacere fosse tutto suo nel procurar- 
celo. Ci condusse la gentile sua signora con la 
figlia a visitarci: più volte ritirò la nostra bian- 
cheria e ne fece il bucato in casa sua. Un giorno 
che andò alla caccia, ci portò al ritorno una ma- 
gnifica spiedata d'allodole. 

A proposito della biancheria, anche il Galliani 
era fra coloro che subivano il fascino del nome di 
Colloredo : a tutti presentava il Mosettig e più a 
lungo con lui si tratteneva. Or bene, quando gen- 
tilmente egli si prese l'incarico della nostra bian- 
cheria, dovette trovare di necessità quella del Mo- 
settig segnata con sigla differente da quella di Col- 
loredo e senza alcun segno gentilizio. Ma di questa 
scoperta non diede segno: essa restò allatto se- 



"5 

greta nella famiglia Gallkni. Il capitano venendo 
a visitarci continuò a salutare sempre per primo 
il Colloredo, e la signora e la figlia che ritorna* 
rono più volte, s'intrattenevano sempre col signor 
conte. 

Svelare il segreto all' autorità militare sarebbe 
stato una delazione vigliacca, dissimularlo anche 
con noi fu delicato riserbo d'animo squisito. 

Che se, tre mesi dopo, al momento di partire, 
il Mosettig si senti ufficialmente denegata da un 
gendarme tale sua qualifica di nome e condizione, lo 
dovette ad uno dei conti Colloredo austriaci, il 
quale, quando vide girare sui giornali il proprio ca- 
sato come appartenente ad un garibaldino, si af- 
frettò a dare alla notizia una sólenna smentita im- 
pugnando l'autenticità del preteso conte. 

Rividi il capitano Galliani nel settembre del 1870, 
perchè appena entrato in Roma la mia prima vi- 
sita fu allo spedale di Santo Spirito. Stava al- 
lora appunto il Galliani facendone la consegna 
all'incaricato italiano. Appena mi vide lasciò ogni 
cosa e mi venne incontro con vera effusione escla- 
mando : 

— Vedi, caro amico, ora abbiam mutato sorte : 
io son diventato servitore e tu sei il padrone. 

Io gli risposi che fra noi non c'erano né padroni 
né servi, ma amici. E, in verità, amico gli ero 
proprio di cuore. 



Ilo 

Mi condusse poi a visitare lo stabilimento^ 
creazione che si poteva dire sua e che nulla lasciava 
a desiderare per ordine, pulizia e buon andamento 
di servizio e d'amministrazione. Mi espresse con 
espansione d'amico il vivissimo suo dispiacere di 
doverlo abbandonare, e da ultimo mi condusse a 
vedere la stanza di nostra prigionìa. 

Oh quanti ricordi, quante emozioni fra quelle 
quattro mura nude, bianche, illuminate da una sola 
finestra in un angolo ; quanti pensieri rivedendo 
quel soffitto alto ed a volta, su cui io per tanti 
giorni, immobilmente supino, fui costretto a fissare 
lo sguardo ! 

Di sette che eravamo stati ricoverati in quel 
luogo, due erano già scomparsi dalla scena del 
mondo; e non erano scorsi tre anni ! 

Ritornai a Roma nel 1871 e nel 72 e non tra- 
scurai mai di fare una visita al capitano Galliani. 
Era pensionato ; il nuovo ordine di cose lo avea 
danneggiato non poco, però non se ne doleva e 
conservò sempre l'ilare suo contegno e l'onesta 
sua bonomia di vecchio soldato. Ingannava il tempo 
andando a caccia, esercizio pel quale era appassio- 
natissimo. L'ultima volta che lo vidi fu in casa sua 
ventisei anni or sono, la sera della befana, nella 
festosa e rumorosa allegria con cui si suole qui 
in Roma trascorrere quella sera, e la veglia si 
chiuse con una quadriglia da lui comandata, 



iiy 

Da allora non fui più a Roma per parecchi anni. 

Ritornatoci dopo lungo tempo, non seppi risol- 
vermi a chieder no tizia di lui. Temevo sentirmene 
dare una brutta! Pochi mesi or sono finalmente, 
passando dal palazzo Gabrielli, dov'egli abitava, do- 
mandai della famiglia sua e il portiere mi rispose stu- 
pito come se gli chiedessi notizie dell'altro mondo. 

Se egli vive ancora (e glielo auguro di cuore 
^ per lungo tempo !) mando a lui un cortese sa- 
luto: sappia che io sono lieto d'avergli pagato 
modestamente il tributo di mia riconoscenza scri- 
vendo il suo nome in queste povere pagine. 

Avuta la carta e il calamaio scrissi a mia madre. 

Senza reticenze le diedi addirittura la triste no- 
tizia dell'accaduto, incuorandola a non temere di 
nulla, trovandomi io ben ricoverato. Mi parve fosse 
meglio così, perchè pensai che la vista della mia 
scrittura avrebbe dovuto rassicurarla più di qua- 
lunque inutile ipocrisia. Quando si sta male e si 
soffre, non si scrive. 

Quella lettera mi venne tra le mani pochi mesi 
or sono riordinando un pacco di vecchie carte e 
duolmi non averla conservata. Portava da piedi 
il visto del generale Zappi. 

In quel primo giorno avemmo parecchie visite 
illustri che poi si rinnovarono spesso. 

Prima fra tutte quella di due signore accom- 
pagnate da un prelato. L'una era una donna di 



u8 

bella statura, di piacevole aspettò e gentile di 
modi. Era la signora Kanzler moglie al Generale 
Ministro delle Armi. L'altra era una signora bionda 
con occhi bigi e lineamenti e mosse da maschio. 
Non era bella ; portava un abbigliamento strano 
che non era né da ragazza né da matrona, ma un 
che di mezzo fra la monaca, la amazzone e la 
zingara. In capo un caschettino nero all'ungherese 
inforcato da una piuma alla cacciatora, col velo 
ripiegato all'intorno e tenuto a dovere da un 
enorme fermaglio d'argento rappresentante la me- 
daglia di S. Pietro (una croce capovolta). In tutto 
il resto dell'abbigliamento nessun gingillo, nem- 
meno i pendenti ; corsetto e sottana tutto in nero, 
e questa molto succinta, il che colle mode d'al- 
lora produceva un effetto strano. Parlava bene il 
francese, ma il biondo della sua capigliatura e la 
tinta pallida, le mosse originali, la spigliatezza 
indipendente del tratto l'accusavano inglese. 

Seppi poi che era la signora Stono, una fanatica 
del sanfedismo, portata a cielo dai giornali cleri- 
cali per il suo zelo e coraggio da vandeana, che 
non avean nulla da invidiare a quello dei soldati 
e dei birri. Durante la campagna insurrezionale 
dell'agro romano aveva sempre trovato tempo t 
modo di frequentare chiese, ospedali e carceri 
di recarsi più volte al campo dei pontifici a curar* 
i feriti, e di passare poi a quello dei garibaldini 



II 9 

di giorno e di notte, affrontando sentinelle, per 
riscattare prigionieri. 

Una volta corse rischio di essere presa a fu- 
cilate: fu fatta prigioniera e condotta al generale 
Garibaldi col quale desiderava abboccarsi. Era di 
quelle nature esaltate che non s'acquetano di una 
pietà tranquilla, rassegnata, amorosa, ma vogliono 
la virtù attiva, inframmettente, turbolenta, crociata, 
le religione delle isteriche fantasie, la pietà rivo- 
luzionaria, la carità del trambusto, il fervore che 
arrota i denti e mena le mani, l'arruffio conti- 
nuato, il perpetuo sussulto. 

Il prelato invece era un vero gentlemann in- 
glese in veste talare: si chiamava Edmund Stonor. 
Ncn mancò un giorno di venir a visitarci. Par- 
lava bene l'italiano benché con accento straniero, 
pacato, senza mai alterare d'un punto la voce 
e con grande compostezza e parsimonia di gesti. 

Per qualunque servigio era con noi cortesissimo 
e molto s'adoperò in favor nostro. Quieto, gen- 
tile, moderato, era un vero cavaliere di modi e 
d'aspetto. Non ebbe mai una parola di rimprovero 
per noi, non una recriminazione. Anche Giovan- 
nino nei suoi Ricordi parla di lui con molta rico- 
noscenza. 

So che vive ancora qui in Roma. Non so quale 
grado coprisse allora alla Corte Pontificia, non so 
quale occupi ora. Non credo però che abbia fatto 



carriera politica; forse ama più la propria indi- 
pendenza che gli onori ed i fasti della diploma- 
zia. Di famiglia credo fosse ricco: per noi allora 
avea un solo torto, quello d'essere prete, (i) 

La visita fu un po' lunga; le interlocutrici erano 
donne e quindi avevano molta curiosità da soddi- 
sfare. La fissazione loro, come quella di tutti, era 
che la nostra fosse una banda di fuorusciti e non 
una colonna venuta dal confine. 

Verso il mezzogiorno un ufficiale spalancò i due 
battenti della porta annunciando il Generale ! En- 
trò infatti un ometto piuttosto vecchio, adusto, in 
assisa da generale, accompagnato dallo stato mag- 
giore e dai medici dell'ospedale. Era il generale 
Zappi di Imola, comandante il presidio di Roma. 

Per primo gli fu presentato Giovannino. Gli 
chiese come stava, gli domandò notizie della 
spedizione nostra, ebbe parole di compianto per le 
nostre illusioni. Giovannino approfittò del mo- 
mento per chiedergli conto della salma del fratello 
e pregarlo a volersi adoperare perchè ne fosse ese- 
guito il trasporto a Pavia con ogni cura e decoro. 

(i) Stavo correggendo queste bozze quando dai gior- 
nali appresi che Monsignor Stonor, canonico lateranense 
e arcivescovo di Cesarea, ebbe dalla Regina d'Inghilterra 
una speciale attestazione di stima accompagnata da let- 

lettera autografa di Sua Maestà, per Le grandi sue bene- 
merenze verso la popolazione cattolica inglese residente 
o di passaggio in Roma. 



121 

— Di questo Ella non deve dubitare ; sarà com- 
pito mio. 

Giovannino arrischiò allora un'altra domanda e 
cioè di poter assistere egli stesso al trasporto. 
Il generale aggrottò le ciglia. 

— Ella non può ignorare, rispose, in quale con- 
dizione si trovi qui. Ella è prigioniero di guerra, e 
le leggi militari non permettono per ciò che possa 
uscire finché non sia stipulata una regolare con- 
segna dei prigionieri. Accordarle ora l'uscita dallo 
spedale mi è assolutamente impossibile. Però può 
star sicuro che da parte mia farò quanto sta in me 
per accontentarla interpretando io benissimo i di 
lei sentimenti. 

Poi venne al mio letto. 

— Ah, voi leggete, esclamò togliendomi di mano 
il libro e guardandone il titolo (Kenilworth). Il 
modo dell' esclamazione parea volesse dire : Ah 
voi sapete leggere ! Infatti la prevenzione di una 
gran parte dei prelati, ufficiali e visitatori in ge- 
nere che venivano da noi, si era che i garibaldini 
fossero nulla più che dei ragazzacci ignoranti se- 
dotti dal fanatismo ; forse a ciò contribuiva lo stato 
nostro miserevole di vestiario e di toeletta, dal 
quale essi non sapevano prescindere nel giudicare 
della cultura e del grado delle persone. 

— Ah voi leggete ! mi disse ; ecco, è un ro- 
manzo. Infatti nelle vostre idee, tenetelo bene a 



122 

mente, c'è molto romanzo e pochissima storia; c'è 
della poesia, ma vi manca la prosa. Voi crede- 
vate di venire qui a fare la rivoluzione e che 
Roma insorgesse come un sol uomo. Nulla di tutto 
questo; lo avete constatato anche voi. Neppure 
Viterbo si è mossa. L'avete veduto coi vostri occhi 
stessi dai Monti Parioli che la Roma eterna non 
si muove. 

Queste le testuali ed autentiche parole che lo 
Zappi, generale pontificio, disse a me il giorno 25 
ottobre a mezzodì. Poche ore dopo accadeva l'ec- 
cidio di casa Aiani in Trastevere, tentativo eroico 
di Roma italiana, ahi pur troppo isolato e soffo- 
cato nel sangue ! bastevole però a dare una men- 
tita solenne al generale. Roma non si era mossa, 
perchè esilio e carcere aveano disperso i patrioti 
e, fatte poche eccezioni, non restavano in città che 
gli stranieri, i venduti e i rinnegati. 

In quella mattina avemmo pure una breve vi- 
sita di Monsignor De Merode. Parlò col pseudo 
Colloredo e da ultimo gli chiese quale mira ave- 
vamo con lo spingerci fin sotto le mura di Roma. 

— Portarvi la rivoluzione, rispose Mosetti^. 

— E quanti eravate ? 

— Settantotto. 

— Matti da legare! sciamò Monsignore scop- 
piando in una sonora risata e dato un lieve sca- 
paccione sulla fronte al Mosettìg, faceva atto di 



I2 3 

andarsene, ridendo sempre come si trattasse della 
più lepida cosa del mondo. 

Inavvertentemente però la mano piuttosto pe- 
sante di sua Eccellenza aveva fatto un piccolo 
danno, avea rotto cioè al Mosettig l'occhialino ch'ei 
sempre portava. 

— Oh, chi rompe...? osò, scherzando, esclamare 
il Mosettig levando in alto le lenti col cerchiello 
rotto e in attesa di risposta. 

— Paga, paga, avete ragione. Ci penso io non 
dubitate, soggiunse tosto il prelato avvedutosi del 
malanno. Ma che matti ! che matti graziosi ! E se 
n' andò ridendo sempre in modo da far credere 
che il matto fosse lui. 

Un' ora dopo all'incirca, si presentò nella sala un 
signore con una cassetta. Era un ottico e veniva da 
parte di S. E. Monsignor De Merode ad offrire al 
conte Colloredo un occhialino a sua scelta in so- 
stituzione di quello che gli era stato rotto. Ve 
n'era d'ogni qualità, d' oro, d'argento, d'acciaio, di 
tartaruga. 11 Mosettig ne scelse uno simile al rotto, 
che consegnò ravvolto in un foglietto di carta al 
negoziante. 

— Che è questo ? domandò egli. 

— É roba di Monsignore. Chi rompe paga, sta 
bene; ma i cocci sono suoi. 

L'ottico rise e portò seco i cocci. 



124 

Il secondo giorno il Castagnini, ch'era il ferito 
più lieve, potè alzarsi da letto: io invece fui preso 
da febbre, la febbre di reazione. Contemporanea- 
mente mi si gonfiarono le tonsille e mi pigliò male 
alla gola, effetto dell' umidità assorbita i giorni 
prima. 

Quello che peggiorava era il povero Moruzzi. Già 
dal suo stato chiaramente si comprendeva quale 
dovesse essere la sua sorte. Non gemeva, ma urlava; 
si lamentava e ad ogni istante desiderava cambiar 
di posizione. La ferita al basso ventre gli toglieva la 
possibilità di orinare e quest'era il sommo suo tor- 
mento. Sul proprio destino non avea dubbio e lo 
incontrò rassegnato. Chi ne lo fece sicuro fu un 
medico balordo, di cui spiacemi non ricordare il 
nome e che accompagnava appunto il generale Zappi. 

— E questo che cos'ha? domandò il generale 
passando dal mio al suo letto. 

— Ha una ferita mortale — rispose fredda- 
mente il medico. 

Allungai il braccio sano e diedi una so- 
lenne strappata alla tunica di quell'imbecille per 
richiamarlo. Il generale stesso cercò di coprire 
la risposta e continuando quasi il discorso fitto 
dapprima a me, lo incuorò a stare di buon animo. 

Ma il Moruzzi aveva udita la fatale parola ed 
al generale che gli chiedeva se gli occorresse al- 
cunché rispose : 



125 

— Desidero sapere schietta la verità sul conta 
mio. 

Il generale naturalmente non gliela disse, ma 
il Moruzzi non ebbe più alcun dubbio su di essa. 

La sera del 27 cominciò ad aggravarsi. Il letto 
gli era diventato insopportabile. Nostro infermiere 
in quella sera era un legionario d'Antibo. Fortu- 
natamente il Moruzzi, che era stato molti anni a 
Ginevra, parlava correttamente il francese. Si fa- 
ceva voltar di fianco, mettere supino, voleva al- 
zar la testa, appoggiarsi ai gomiti, muoversi, gi- 
rarsi, pativa una sete ardente, chiedeva da bere, 
si sentiva soffocare. 

A notte inoltrata cominciò a singhiozzare in- 
terrotto. Il cappellano militare lo sollecitava per- 
ché facesse le sue devozioni; il povero infermo 
lo pregava a sua volta di volerlo lasciar in pace. 

— Se provasse Ella a soffrire quello che soffro 
io! — gli rispondeva. 

E il cappellano ripigliava Iena ed argomento da 
ciò e lo scongiurava a rivolgersi a Dio, il con- 
solatore degli afflitti : finalmente, vedendo che non 
riusciva a nulla, si volse a me interessandomi 
onde persuadessi il compagno. 

Io gli risposi che il poveretto era troppo ag- 
gravato ed avea bisogno di quiete e che non mi 
pareva opportuno tormentarlo con inutili esorta- 



I2Ó 

zioni in quegli istanti, dal momento che non si 
persuadeva. 

Tacque infatti e si limitò a pregare in silenzio. 

U alba non era ancora spuntata e il povero 
mio amico aveva cessato di soffrire. 

Una candela fu accesa appiè del suo letto ed 
il prete vi si inginocchiò accanto recitando le preci 
dei trapassati. 

La mattina il cadavere fu trasportato alla cella 
mortuaria e di là al Campo Verano, dove non so 
se un cippo, per quanto modesto, abbia mai ricor- 
dato il suo nome. 

Le giornate scorrevano tristi, lunghe, noiose. Si 
contavano i giorni passati, si chiedeva sempre ai 
medici quanto tempo ci sarebbe voluto a gua- 
rire. Essi ci trattavano con cura e con attenzione 
e s' intrattenevano volentieri, specialmente col 
Bassini, che era allora laureando in medicina. 
Ora è professore di chirurgia all' Università di 
Padova e mirabile operatore. 

Dei medici che conobbi allora, mi è rimasta 
buona memoria, edvancor m'accade di rivederne 
qualcuno. Uno di loro da poco tempo è scom- 
parso. Però forse non v'ha persona che percor- 
rendo qualche via del quartiere delPEsquilino 
lino a pochi mesi or sono, non siasi abbattuto 
in una fisionomia asciutta, naso lungo, occhi bigi, 
figura allampanata ed infilata in uno Stifelius di 



I2 7 

panno chiaro scendente ai talloni, tuba nera, 
guanti di lana chiari, pantaloni a campana dise- 
gnati a quadrelli chiari con uose colorite alle 
piante, andatura lenta, mani pendenti a tergo, 
come temesse sciupare l'originale abbigliamento. 
Quello, non ne farò il nome, fu il primo medico 
che ci prese in cura all'ospedale di Santo Spirito. 

Uno solo di quei medici non mi ha lasciato 
buona memoria di sé, quello già accennato più 
sopra parlando del Moruzzi, e la cui sciempiag- 
gine andava di pari passo colla pretesa. M'era de- 
cisamente antipatico : doveva essere anche un vi- 
gliacco. 

Un giorno, quando cominciai ad alzarmi di letto, 
avendo perduto il mio famoso caschettino unghe- 
rese, mi misi in testa un altro copricapo, che 
trovai, d'un mio compagno : era di quelli alla 
calabrese. Appena l'antipatico dottore me lo vide, 
me lo tolse di botto dicendomi che quello era 
un abbigliamento da facinoroso. Non so che cosa 
io gli abbia replicato, ma egli tagliò corto con- 
chiudendo che era un cappello anticattolico ! 
Guardate un po' dove ficcava costui il cattolici- 
smo ! 

Oltre alle infermiere di servizio, frequentavano 
la nostra sala dei flebotomi che assistevano alle 
medicature. Un giorno uno di essi s'era tolto 
il cappotto e l' avea appoggiato su d' una sedia. 



128 

L'esculapio sopralodato nel girar l'occhio vide 
da una delle tasche sporgere il calcio d'una pi- 
stola. Piantò lì la medicatura, corse a prendere il 
cappotto e levatane la pistola: 

— Di chi è quest'arma? cominciò a strillare. 

— Mia, signor dottore. 

— E avete il coraggio di confessarlo? 
-— Che c'è di male? 

— C'è che questo non è luogo da venire con 
armi. L'ospedale è luogo di pace e non di guerra. 
Portate via, subito ! subito ! e lo diceva con tale 
risolutezza ed era tale il suo orgasmo da farci com- 
prendere chiaramente eh' egli temeva la presenza 
d'un arma in quella sala. Temeva che ce ne ser- 
vissimo; forse sentiva di meritarselo. 

Dopo il 1870 questo signore emigrò col corpo 
degli zuavi dello Charrette ed essendo còrso, andò 
a portare in Francia contro i tedeschi il suo co- 
raggio e la sua scienza. 

Oltre a monsignore Stonor, alle due signore 
ed a monsignor De Merode, venivano anche spesso 
a visitarci quel prete grasso che fu a levarci a 
Villa Glori, qualche cappellano militare e i mon- 
signori Ricci e Talbot camerieri segreti di sua San- 
tità. Quest'ultimo monsignore era stato preso an- 
ch'egli dalla malinconia di volerci convertire alla 
fede e ci portava ogni volta delle medaglie, dei 
rosari e dei libretti di Massime Eterne, 



129 

Un giorno gli chiedemmo se le medaglie erano 
d'argento e avendoci risposto di no, ci fu chi 
ebbe il coraggio di rimproverargli, scherzando, la 
povertà del regalo. 

Un buon uomo in complesso, anzi un genti- 
luomo, ma di corta misura. In quella veste poi 
era addirittura un gentiluomo proibito ! Discen- 
dente dall'illustre famiglia dei Talbot, che diede 
luogotenenti e viceré d'Irlanda celebri per il loro 
attaccamento agli Stuardi, costui avea fatta rapida 
carriera alla Corte pontificia; ma l'esaltazione asce- 
tica finì col pregiudicarlo. Si era proposto di con- 
vertire al catolicismo la sua patria e assorto in 
tale idea andò in Inghilterra a predicare. Fu fatto 
segno immediatamente agli strali dei pubblici diarii, 
e la derisione fu tale che il poveruomo finì con 
l'uscirne pazzo. 

Ma non era il solo Talbot che avesse il ticchio 
di fare il missionario fra i garibaldini. Anche il 
De Merode ci si adoperava e avea preso di mira 
principalmente il pseudo conte Colloredo, al quale 
andava facendo delle lunghe ammonizioni. 

Un giorno venne anche un frate dal profilo lungo 
ed adusto, in abito bianco, un vero tipo di asceta. 
Egli prese invece di mira me, forse perchè ero il 
più giovane, e venne a dirmi che era un sacerdote 
cattolico. Gli chiesi che cosa con ciò volesse signi- 
ficare. 



io 



130 

— Se volete riconciliarvi con Dio, mi disse. 

— A dir vero non sono mai stato in collera 
con lui, risposi sorridendo. 

— Ma avete bisogno di confessarvi, replicò. 

— Non sento questo bisogno. 

— No ? tuonò adirato. Ebbene, ricordatevi che 
Cristo è morto per voi; non vi dico altro. Poi 
girò sui tacchi e senza lasciarmi tempo di replicare, 
andò dal Cairoli, dal Bassini, dal Papazzoni, da 
tutti, di letto in letto, replicando enfaticamente ad 
ognuno: 

— Ricordatevi che Cristo morì pure per voi, per 
voi, per voi, e se ne andò ritenendo di aver fatto 
in noi chi sa qual terribile sensazione. 

Mi fu detto che era un generale non so se dei 
domenicani o dei carmelitani. 

Se questo è il generale, pensai fra me, che cosa 
sarà Tarmata ? 

Era morto da due o tre giorni il Moruzzi, quando 
un dopo pranzo venne un ufficiale colPordine di 
trasportare alle carceri i numeri uno, tre e sette, 
che corrispondevano ai nomi di Cairoli, Bassini e 
Castagnini. Il Bassini infatti avea occupato il posto 
vicino al mio lasciato vuoto dal Moruzzi. 

Invano facemmo osservare all'ufficiale che era 
materialmente impossibile il trasporto del Bassini; 
egli insisteva pretestando l'ordine ricevuto. Mi offersi 
d'andar io in sua vece. Non ne volle sapere. Rei 



plico che io era il numero due e che egli avea l'or- 
dine per il numero tre. Finalmente ci riuscì di far 
chiamare un medico, il quale constatò la gravità 
del ferito e sulla propria responsabilità contrordinò 
il trasporto per il Bassini, che così rimase con noi. 
Ma Giovannino e il Castagnini ci dovettero la- 
sciare e ci dividemmo colle lagrime. Fu quello 
l'ultimo bacio. Il povero Giovannino non lo dovevo 
più rivedere ! 

XII. 

IVixo^i tormenti 
e nixo^i tormentati. 

— Madre superiora, noi ci presentiamo ancora 
una volta al venerabile arcispedale di Santo Spirito. 
Sia ringraziato Iddio benedetto ! Per noi è andata 
abbastanza bene, ma le garantisco che fu un brutto 
affare, assai brutto. 

Queste parole, colle quali uno dei medici, e pre- 
cisamente quello eccentrico che ho più sopra de- 
scritto, salutava la Superiora delle suore entrando 
nella nostra sala dopo due giorni d'assenza, ci fe- 
cero intendere che qualche cosa di grave dovea 
essere accaduto. 

Nulla, già lo dissi, a noi si lasciava trapelare 
di quanto avveniva, fuori dell'ospedale. Dei fatti 



132 

di Porta S. Paolo, del Campidoglio, di Casa Ajani, 
di Monte Rotondo noi non sapemmo nulla fino 
all'arrivo dei feriti di Mentana. Potemmo però I 
comprendere chiaramente da quelle parole che un i 
fatto d'armi era occorso e favorevole ai nostri* 
Infatti quel sanitario era reduce da Monterotondo. 

Alla porta della sala e' era costantemente una 
sentinella che avea consegna di non lasciar pas- 
sare se non le persone conosciute e quelle addette 
al servizio. In quella sera uno dei flebotomi che 
diceva essere stato sanitario al tempo della repub- 
blica romana, mi confidò sottovoce e sotto sigillo 
che l'indomani Garibaldi avrebbe assalita Roma» 

Questa notizia, ripetuta fra noi, ci riempì di gioia. 
La tristezza e la preoccupazione invece nell'ospe- 
dale si vedean dipinte in volto a tutti, militi, suore 
e prelati. 

Aspettammo impazienti il domani, certi di sen- 
tire all'alba tuonare il cannone, invece nulla. 

Le visite in quel giorno furono pochissime. Evi- 
dentemente gli animi erano tutti assorbiti da altri 
pensieri. 

Scorsero così due giorni di penosa aspettativa, 
giorni lunghissimi, noiosi, insoffribili. 

Ma alla sera del secondo giorno un prete molto 
ciarliero, già cappellano nell'armata francese e che 
veniva spesso ad annoiarci discutendo di politica 
con quella tracotanza che è tutta propria della sua 



nazione, venne a visitar:: e quasi trionfante ci 
disse : 

— Ora sarete contenti : le truppe frane* : 
sbarcando a Civitavecchia. 

Infatti era vero. 

Il giorno seguente parecchi ufficiai: francesi ven- 
nero a visitare l'ospedale. Uno di costerò vedendo 
appesi ai nostri letti scapolari e medaglie (regali 
di monaci e suore l :: credette feriti papalini e 
rallegrava con noi perchè la nostra devozione ci 
avea salvati dalla morte. L'equivoco ci fece ridere 
non poco ed ei rimase, a dir vero, un po'::, 
quando se ne accorse. 

però ancora speravamo ! 

Ma al mattino del giorno 4 novembre d'idi] 
viso la porta della ::ostra sala si spalane e questa 
fu invasa da una turba di flebotomi ed infermieri. 
Poco dopo comparvero quattro soldati sostenendo 
un ferito, poi un aitro, poi un terzo, un quarto. 
Alcuni potevano camminare, altri eran portati a 
braccia sovra un materasse, molti gemevano, altri 
imprecavano, chi era ferito alla testa, chi alle bracci;, 
chi al retto, e tutti erano trasportati in una stanza at- 
tigua alla nostra, ove erano stati adattati alcuni letti. 

Erano i feriti di Mentana. 

Uno scoramento indiciriie ci prese allorché po- 
temmo apprendere la triste realtà dei fatti. Si de- 
plora mente l'accaduto, si narravano panico- 



*34 

lari dolorosissimi, s'imprecava al Governo che 
non avea dato aiuto, si gridava, si giurava la ri- 
scossa. I francesi si sarebbero fucilati, l'imperatore 
impiccato, il Governo italiano posto in istato d'ac- 
cusa. L'irritazione era al colmo, perchè il disastro 
era grande, la catastrofe immensa. Si parlava di 
eletta gioventù sacrificata, si diceva la colonna Val- 
zania distrutta, i carabinieri livornesi rimasti po- 
chissimi, Garibaldi sconfitto per la prima volta in 
sua vita, soprafatto dal numero, dalle armi eccellenti, 
dalle truppe fresche ; feriti parecchi graduati, Stallo, 
Bezzi, Ronco, e fra tutte queste narrazioni i gemiti 
affermanti la terribile realtà dei fatti, lo strazio dei 
moribondi, le chiamate, le grida, la disperazione, 
la morte ! 

Gli infermieri, le suore, i militi accorrevano al 
letto ora di questo ed ora di quello. I medici presta- 
rono le prime indispensabili cure e per tutto quel 
giorno fu un tetro affaccendarsi a collocare feriti, a 
rifar letti, a moltiplicar giacigli. 

Ma sventuratameme arrivavano sempre nuovi 
convogli. Le sale dell'ospedale di S. Spinto erano 
incapaci a tanti ricoverati. Perciò l' indomani si 
dovette pensare ad un provvedimento. Per quella 
notte però tutti furono adattati alla meglio in 
S. Spirito. 

E fu una notte infernale. Nella nostra stanza 
ce n' erano stati collocati tre, uno dei quali 



1 3 5 

gemette per lo spasimo dalla sera all'alba. Nella 
stanza attigua s' udivano grida interrotte, la- 
menti, urla, scoppi di pianto, imprecazioni, si 
sentiva chiamare gli infermieri, le suore, i me- 
dici ; e tanto strazio durò tutta la notte quanto 
fu lunga! 

Nel mattino passò e ripassò il cappellano mili- 
tare recitando preci, e dietro a lui erano soldati che 
reggevano enormi involti in lenzuola chiazzate di 
sangue. Erano due individui portati all' ospedale 
già moribondi e vaneggianti, morti nella notte 
senza che se ne potesse sapere il nome! Forse 
erano padri di famiglia, forse i loro parenti li 
aspettano ancora, li crederanno dispersi, fuggiti ; 
non avendo avuto nessun annunzio della loro fine, 
ancora spereranno! 

Tra i feriti collocati nella nostra sala ce n'era 
uno, maestro elementare, cui una palla avea offeso 
il dito medio della mano diritta che si dovette 
disarticolare. Non potendo scrivere, mi creò suo 
segretario e mi dettò parecchie lettere da spedire 
a suoi parenti ed amici. Tutte su per giù aveano 
lo stesso stile e dicevan le medesime cose. Sem- 
brava che n' avesse preso il modello da qualche 
epistolario. 

Nel primo giorno dopo il loro arrivo tutti i 
feriti furono trasportati in un locale a due piani 
situato a pie della salita di S. Onofrio e appar- 



r 3 6 

tenente a monsignor Ricci commendatore di Santo 
Spirito. 

Due o tre giorni prima dei dolorosi avvenimenti 
di Mentana ebbi una lettera dalla mia buona mamma, 
la quale si struggeva perchè non poteva venire in 
mio aiuto, e mi pregava di dirle in qual modo 
mi avrebbe potuto spedire soccorsi. Se non temessi 
urtare la delicata sua riservatezza, la riporterei, 
perchè rispecchia al giusto i sentimenti d'una vera 
madre italiana, (i) 

La lettera, come al solito, portava in fine il visto 
del general Zappi. 

Prima ancora però che io rispondessi, venne 
incontro al desiderio di mia madre un nostro co- 
noscente che avea qui in Roma qualche influente 
relazione. Una sera si presentò al mio letto un 
cappellano militare e mi fece scivolar tra mano 
venti scudi, dicendomi che questi me li mandava 
il professor Luccardi da parte di mia madre e che 
l'indomani sarebbe venuto in persona il detto 
professore con Sua Eccellenza il Ministro delle armi 
a consegnarmi il restante d' una somma che ayea 
ordine di formi tenere. 



(i) Nella chiusa mi clava la notizia del fidanzamento 

d'una nostra parente e poiché, giovine ancora, io avevo 
già avuto la malinconia di stampale dei versi, conclu- 
deva incoraggiandomi: ((Addormentati prigioniero, risve- 
gliati poeta ! » 



137 

— Così pure, soggiunsemi, se anche il conte 
Colloredo avesse bisogno di qualche cosa, il profes- 
Luccardi è dispostissimo in suo favore, essendo 
amico di suo padre, il conte Giuseppe. 

Il Luccardi ed il Kanzler erano cognati perchè 
mariti alle signore Vannutelli, romane e parenti, se 
non erro, ai due monsignori, ora cardinali ed al 
pittore. 

Partito il cappellano, comunicai la cosa al Moset- 
tig. Ne fummo impensieriti. La scoperta del pseudo 
Colloredo in faccia al Ministro delle armi era inevi- 
tabile. Chi potea immaginarne le conseguenze ? Al 
postutto però non si trattava che di una sostitu- 
zione. Si stabilì quindi che io alla meglio con segni 
e con gesti facessi intendere al Luccardi il muta- 
mento di nome pregandolo a non tradirci. Il Luc- 
cardi però io non lo conosceva e quindi tornava 
non poco difficile il mio assunto. 

All'indomani, alle dieci del mattino vennero in- 
fatti il generale ed il Luccardi colle rispettive si- 
gnore, ma io non ebbi né tempo né modo di farmi 
intendere. Era del resto affatto superfluo, perchè 
il Luccardi, accostatosi al letto dell'ammalato che 
tentava celarsi: 

— Ah ecco, esclamò, questi è Colloredo ! già 
lo si ravvisa subito, è suo padre spiccicato; tale 
é quale, né più né meno! 



i 3 8 

Respirai, ed anche il Colloredo, preso coraggio > 
si scoperse il volto senza timore per poter dar 
campo al Luccardi di trovare nuove rassomiglianze. 
Infatti egli andava ripetendo : 

— Tutto, tutto suo padre: eravamo tanto amici ! 

Quanto era viva la mia apprensione prima, al- 
trettanto ridevo in cuor mio dipoi. La cosa infatti 
volgeva in burletta. Per comprendere la quale bi- 
sogna notare che il Luccardi dimorava qui in Roma 
da molti e molti anni e che se in passato avea 
conosciuto ed era amico dell'ottimo conte Giu- 
seppe Colloredo, ora defunto, non conosceva però 
alcuno dei figli suoi o quanto meno li avea cono- 
sciuti piccini. 

Questo professor Luccardi venne poscia altre 
volte a trovarmi. Era in complesso un buon uomo : 
non fu però buon italiano quando accettò da Pio IX 
l'incarico di fare il monumento commemorante i 
soldati pontifici a Mentana, monumento che, in 
omaggio alla politica tolleranza, si ammira ancora 
a Campo Verano. 

Lo rividi poi nel 1870 e fui a visitare anche 
il suo studio, ma quantunque dovessi riconoscere 
il merito di taluno dei suoi lavori, pure quel 
monumento non glielo potetti mai perdonare. E 
poiché gli dissi l'animo mio francamente quando 
era vivo, posso ora liberamente ridirlo senza per 
questo che la sua (ama venga offuscata scemato 



*39 

il suo valore come artista. U<y4jace, uno dei primi 
suoi lavori, ebbe plausi ed onoranze, ed il Caino , 
il gruppo del TDiluvio, il Raffaello e Fornarina 
gli procacciarono nuova fama. Il T)ihivio anzi 
venne molto ammirato all' Esposizione mondiale 
di Parigi di quell'anno e gli fruttò la croce della 
Legion d'onore. 

Fra gli altri pochi che spesso ci venivano a vi- 
sitare, oltre a monsignor Stonor che ci recava fre- 
quenti notizie di Giovannino, vi era pure un mon- 
signor Tizzani, uomo di molta coltura e intelli- 
genza, ma per sua sventura vecchio e cieco. Era 
stato vescovo di Terni, poi avendo perduta la 
vista, venne creato vescovo in partibus di Nisibi. 
Campò ancora molto a lungo ed è morto solo 
da pochi anni. 

La conversazione sua era molto piacevole, per- 
chè aneddotica e perchè rivelava un uomo di 
scienza e di studio. Eppure anch'egli, parlandoci 
un giorno d'un suo cane da guardia affezionatissi- 
mo, lo chiamava Lutero ! Piccinerie dell" intran- 
sigenza ed effetto d' ambiente che pur troppo 
talora subiscono anche gli spiriti elevati ! S'in- 
tratteneva volentieri col Bassini ragionando di 
medicina, per la quale pare avesse una speciale 
inclinazione. Anzi ci portò un suo opuscolo stam- 
pato su alcuni casi di elefantiasi; non ci seccava 
mai né colla confessione né colle devozioni. In- 






140 

tendeva adempiere un dovere di carità visitan- 
doci ed intrattenendosi con noi, e questo dovere 
si vedea che l'adempiva con vero sentimento e con 
profonda convinzione. 

Non così potea dirsi d'un giovinotto vanitoso e 
scapato, quintessenza di sanfedismo sposata ad una 
donchisciottesca posa di crociato, un giovinotto, 
che venne un dì a visitarci appunto mentre sta- 
vamo conversando con monsignor Tizzani. Seppi 
dipoi che era un notissimo principe del patri- 
ziato romano. Questo signore, italiano pur troppo, 
baciata la mano al vescovo, prese a magnificare le 
fatiche ed i disagi da lui sostenuti in quei giorni 
per la difesa del papa, ossia nel dar la caccia ai 
nostri, e finiva coir invitare il prelato ad ammirare 
l'abnegazione sua e dei suoi compagni i quali, men- 
tre dai garibaldini non avevano avuto che sprezzi di 
ogni maniera e sputi in faccia (così diceva lui !), 
ora s'affaccendavano tra l'ospedale di Santo Spirito 
e quello di Sant'Agata a rendere male per bene 
eia soccorrere i garibaldini. 

Il vescovo gli rispose, e molto opportunamente, 
che di fronte alla sventura non vi sono partiti e 
che la cariti, non facendo distinzioni di tal fatta, 
abbraccia tutti in un medesimo amplesso. E la ri- 
sposta chiuse la bocca al petulante patrizio, il quale 
ora, fatto uomo e ripensando a quei giorni, tro- 
verà coir esperienza acquistata per lo meno ridi- 



i4i 
cole, se non deplorevoli, quelle giovanili sue smar- 
giassate. 

I feriti all'ospedale di Sant'Onofrio erano siste- 
mati e tutto era organizzato il servizio medico 
dipendente dall'Ospedale civile di Santo Spirito, 
quando un bel giorno venne l'ordine di traspor- 
tare anche noi assieme agli altri. Provammo un 
vivissimo dolore all'idea di lasciare quel luogo, 
dove per le cure del capitano Galliani riceva- 
vamo un'assistenza tutta speciale e dove si godeva 
d'una quiete per noi preziosa. Anche lui ne provò 
dispiacere intenso. Da alcune sue mezze frasi e da 
un leggiero tono di rancore mal celato potemmo 
comprendere che egli subiva una sopraffazione e 
che il nostro trasloco non doveva essere se non 
effetto delle attenzioni da lui usateci, riferite ad 
autorità superiori, facilmente esagerate e forse alte- 
rate. 

L'ordine venuto alla mattina doveva eseguirsi su- 
bito. Fu ritardato di qualche ora in causa d'un av- 
venimento inatteso, la visita di Pio IX all'ospe- 
dale ! 

Le porte infatti furono spalancate a due battenti, 
la sentinella presentò l'arma in ginocchio, s'udi- 
rono grida di Evviva Pio IX, evviva il Papa-Re ! 
poi una figura bianco vestita, piuttosto pingue, ap- 
parve sul limitare, benedicendo. 



142 

Un frate benedettino che seguiva il Papa più da 
vicino, lo condusse al letto del Mosettig per pre- 
sentargli il conte Colloredo, di cui probabilmente 
a Pio IX si era in antecedenza discorso. 

Il Papa si accostò al suo letto e sporse la mano 
destra all' infermo perchè la baciasse. Questi finse 
di non comprendere l'atto, simulandosi molto ag- 
gravato dai dolori, e non la baciò. Al Papa non 
isluggì il rifiuto, ne conservò memoria in appresso; 
intanto anche sul momento volle, indispettito, 
rendergli la pariglia. 

Chi conobbe da vicino Pio IX e la infantile sua 
vanità che lo rendeva tanto sensibile alle lustre 
ed alle compiacenze personali, potrà farsi giusta 
ragione di questa meschina vendetta. 

— Soffrite molto ? gli chiese. 

— Sì, rispose asciutto il Colloredo. 

— Ebbene, pigliate questi dolori quale salutare 
penitenza dalla mano di Dio e chiedetegli perdono 
d'averlo offeso ! 

E suggellò l'amorevole conforto con l'aposto- 
lica benedizione ! 

Il padre benedettino che l' accompagnava 
che, come seppi dipoi, era un Casareto di Genova, 
all'udire le parole del Papa s' inteneri e gli si 
mosse una commozione sì abbondante che egli si 
stemperava in lagrime di gioia le quali gocciavano 
a quattro a quattro, mentre egli andava esclamando: 



143 

— Ah, Santo Padre ! ih, Santo Padre ! quale 
degnazione, quanta bontà ! e piangeva come un 
ragazzo. 

Poco dopo, partito il pontefice, s'affrettò a rien- 
trare per sentire da noi l' impressione di quell'av- 
venimento, che per noi doveva essere, secondo lui, 
veramente straordinario e da segnarsi albo lapillo. 
Era ancor tutto gongolante e badava a dirci : 

— Eh, ci eravamo commossi, non è vero, 
alla visita del Santo Padre ! non potevamo tratte- 
nere le lagrime! quanta bontà ! quanta dolcezza! 
Siete pentiti, non è vero ? Vero, Colloredo ? 

— Sì, rispose questi, di non averlo mandato a... 
Sopravvennero in buon punto gli infermieri ad 

annunziarci che la carrozza e le barelle erano 
pronte, altrimenti la frase del Mosettig, se avesse 
avuto seguito, avrebbe senza meno essiccate al 
buon padre Casareto le fonti lacrimatorie tanto 
facili e copiose. 

- 
XIII. 

Saxit 9 Onofrio. 

Riveder la luce del sole dopo la prigionia, re- 
spirar l'aria libera a pieni polmoni dopo parecchi 
giorni d'ospedale è soddisfazione di vita nuova, è 
respiro di giovinezza ! 



144 

Non eravamo liberi, no, tutt'altro ! anzi avevamo 
la certezza di andare a star peggio; ma per il mo- 
mento quella boccata d'aria, la vista libera della 
natura ampiamente serena, del cielo purissimo, ci 
ricreava lo spirito come la promessa di giorni mi- 
gliori. 

Mentre si attendeva sulla porta dell'ospedale un 
delegato militare il quale ci dovea scortare, si fece 
crocchio di curiosi intorno a noi. Ci guardavano 
e squadravano da capo a piedi come si guarde- 
rebbero gli zingari, ad una rispettosa distanza. Le 
nostre toilettes da Lazzari resuscitati o fors' anco 
la presenza delle guardie li teneva in riserbo. 

A Sant'Onofrio fummo collocati parte nelle 
sale superiori, parte nelle inferiori. Quell'ospedale 
improvvisato accoglieva circa centonovanta feriti, 
dei quali novanta nelle due corsie del primo piano 
e cento circa nelle sale del pian-terreno. 

Da un riassunto istorico-clinico pubblicato dal 
dottor Bianchi nel 1 871 sulla cura dei garibal- 
dini prigionieri feriti nel 1867 e ricoverati all'o- 
spedale di Santo Spirito in Roma, risultano i se- 
guenti dati : 

Dei feriti, cinque erano romani di Roma, cinque 
della provincia, trentatre della Toscana, dician- 
nove dell'Umbria, trentatre delle Marche, ventotto 
delle Romagne, diciannove dell' Emilia, ventitre 
della Lombardia, sei del Piemonte, sei della li- 



145 

guria, sei delle provincie venete, tre del Trentino, 
un inglese ed un russo. 

Rispetto alle lesioni , centocinquantuno erano 
feriti di arma da fuoco, sedici erano feriti per arma 
da punta, nove per semplici contusioni o distra- 
zioni , dieci erano affetti da malattie mediche e 
provenienti dalle prigioni del palazzo Salviati, due 
non avevano lesioni e due cessarono, come dissi, 
di vivere poco dopo giunti all'ospedale senza che 
si potesse precisamente conóscere il gravissimo loro 
stato. 

La maggior parte delle ferite, come si vede, 
erano di arma da fuoco e aveano colpito le estre- 
mità inferiori. 

Dei feriti centotrentasei guarirono ovvero par- 
tirono in lodevoli condizioni (io fra questi) e cin- 
quantaquattro morirono. La mortalità fu dunque 
del 27 per cento. 

E per i medici aggiungerò che la morte fu ca- 
gionata: per ventiquattro, da ferite trasfosse di vario 
genere ; per due, da ferite penetranti nell'addome 
con lesione del retto e della vescica; per nove, da 
ferite penetranti nel petto, con grave lesione pol- 
monare; per dodici, da fratture semplici; per cinque 
da fratture comminute , e due spirarono appena 
portati all'ospedale. 

E basti delle cifre. 



11 



Appena entrato nella corsia, mi sentii chiamare 
per nome. Mi volsi e riconobbi il maestro ele- 
mentare. Tosto mi pregò di scrivergli altre lettere, 
non avendo potuto trovare un nuovo segretario. 

Chi venendo dalla Città Leonina imbocchi la 
Lungara, a pie' della salita che guida a Sant'Ono- 
frio, di fronte al manicomio, vedrà un locale ab- 
bastanza ampio che allora aveva la forma di un 
granaio , specialmente nel piano superiore. Ora 
venne l'istaurato e ripulito e vi si è allogata la 
ditta Calzone e C, la quale vi stabilì un suo labo- 
ratorio di cartonaggio. 

Questo era il nuovo ospedale improvvisato. Il 
mio letto stava al piano superiore sull' angolo e 
portava, se ben ricordo, il numero ventiquattro. 

Si fece presto conoscenza coi nuovi amici, spe- 
cialmente coi vicini. Fra questi rammento il capi- 
tano marchese Ronco di Genova, gentiluomo di- 
stinto e soldato valoroso. Si era segnalato in tutte 
le campagne dell' indipendenza , rimanendo però 
sempre incolume. A Mentana invece era stato col- 
pito nel momento in cui si credeva meno espo- 
sto, mentre stava ragionando con un suo amico, 
senza pensare menomamente a pericoli. La sui 
conversazione era piacevole, perchè colto ed argutq 
parlatore. Pochi anni dopo seppi con vero cor- 
doglio da un comune amico che era morto, non 
però per la ferita o per conseguenze riportatene. 



147 
Come si prevedeva, a Sant'Onofrio si era ca- 
duti in peggio d'assai quanto al trattamento. Man- 
cava anzitutto la schietta cortesia del capitano 
Galliani; il vitto era ben altro da quello dello 
spedale militare; il servizio era fatto da inservienti 
di piazza o da infermieri salariati ben diversi dai 
militari. Cotesti infermieri ci frodavano atrocemente 
sulle spese e sulle commissioni. Il locale pure era 
basso ed opprimente e le finestre da un lato sovra- 
stavano ad un letamaio od immondezzaio. Quindi 
le condizioni igieniche infelicissime. Da ultimo 
avevamo peggiorato anche quanto a libertà e per- 
fino quanto all'assistenza delle suore. Quelle di 
Santo Spirito appartenevano alle dame di S Vin- 
cenzo, volgarmente dette Cappellone, dall'enorme 
cuffia a vela inamidata che portano in testa, Erano 
disinvolte, andavano venivano, e facevano le fac- 
cende loro con alacrità e senza inceppamenti o pa- 
stoie di regole e di prescrizioni. Queste di Sant'Ono- 
frio, oltre all'avere un vestito incappucciato e chiuso, 
sembravano impacciate anche nel camminare, pro- 
cedevano lente lente, né potevano accostarsi al letto 
di un ammalato se non a due a due; avean l'aspetto 
gesuitico e per colmo erano brutte ed antipatiche. 
Seppi di poi che tra queste e quelle di Santo Spirito 
esisteva un odio implacabile, che non cessò finché 
le Cappellone non furono sfrattate dall'ospedale e 
mandate lontano. 



Di queste ultime, ripeto, non posso dire che bene, 
e ricorderò sempre la madre superiora, ottima dama 
belga, che parlava distintamente l'italiano, disin- 
volta, franca, intelligente e di florido e piacevo- 
lissimo aspetto. 

Questo mi è rimasto talmente impresso, che 
pochi anni sono, ossia circa ventisei anni più tardi, 
trovandomi un giorno tra una corsa e l'altra fermo 
alla stazione di Catania e adocchiando un crocchio 
di suore che, reduci da chi sa quali lidi, si saluta- 
vano fra loro cordialmente, fra l'agitarsi di quelle 
candide cuffie che sembravan vele di navigli spie- 
gate, mi colpì una fisonomia che fra me stesso 
giuravo di aver veduta altre volte, benché certo 
forse dovesse essere di molto mutata dal tempo. 

Il fischio importuno della vaporiera mi impedì 
di fissare più oltre il placido sorriso della suora, 
ma quando era proprio il momento del partire, un 
lampo dei passati ricordi mi fé' trovare vivo e pre- 
sente, fra le traccie d'una incipiente vecchiaia, il 
sorriso gentile della mia amabile infermiera d'un 
tempo. Il treno già si moveva ed istintivamente 
non potei a meno di mandarle colla mano un 
amichevol saluto. La suora chinò gli occhi. La 
poveretta l'avrà creduto uno scherzo ed era in- 
vece il saluto della riconoscenza che un antico 
suo ammalato le mandava. 



149 

La malinconia dei frati e la vista di gendarmi 
in permanenza a guardia delle sale incutevano 
del pari un' uggia desolante. I frati cappuccini 
stessi che per il loro spirito d'abnegazione e di 
carità e per la povertà volontaria acquistano age- 
volmente la popolare confidenza, in quelle corsie 
e tra gli ammalati avean alcunché di sinistro. 
Quel vederli soltanto intorno a moribondi ed 
a morti metteva ribrezzo. Ve n'era uno poi che 
avea un ceffo tanto ributtante ch'io avrei giurato 
che prima che frate fosse stato masnadiero. 

I meno antipatici fra tutti erano ancora gli 
zuavi di guardia. Venivano a tenerci compagnia 
e noi ce ne servivamo liberamente come di ga- 
loppini per comperar cibarie, frutta, vino, poiché 
diffidavamo di quella schiuma d'infermieri che ci 
stavano attorno. 

Gli zuavi uscivan quasi tutti da buone famiglie 
ed avean perciò modi cortesi ed umani. D' al- 
tronde il fanatismo stesso che li spingeva a Roma 
da lontano per farsi schioppettare in difesa della 
religione, li induceva poi in nome di questa a 
prestarsi in soccorso della sventura e ad eserci- 
tare in tal modo una delle così dette opere di mi- 
sericordia che, coni' è noto, accrescono il merito 
dei buoni cristiani. 

Avevano pantaloni larghi e saccoccie ampie e 
però, quando uscivano per le compere, ritorna- 



150 

vano colle tasche letteralmente imbottite e donde 
traevano fondaci interi di commestibili, pane, ab- 
bacchio, vitello arrosto, salumi, bottiglie, formaggio, 
frutta; uno solo portava da desinare per quattro. 

Questi desinari a nostre spese erano talvolta in- 
dispensabili perchè il vitto dell'ospedale era per ve- 
rità molto meschino. Per quanto noi si pregasse 
e scongiurasse il medico visitante di assegnarci 
nelle sue prescrizioni giornaliere il tutto vitto, il 
vino generoso e la minestra particolare, in complesso 
tutto si risolveva in un brodo allungato, un boc- 
concino di bollito ed un bicchiere di vino. Per chi 
avea d'uopo di rimettersi in forze era senza dubbio 
un foraggio scarso. Perciò quelli che non avean 
mezzo di provvedersi altrimenti, la facevano magra. 

Un caso fortuito ci apprese però il segreto d'ot- 
tenere miglior trattamento. Frati e monache riusci- 
rono un giorno a persuadere uno dei feriti più ag- 
gravati a fare la confessione e la comunione. 

Volle la fortunata sorte che il ferito miglio- 
rasse. Non è a dire se frati e monache gridas- 
sero al miracolo ! E da quel giorno l'ammalato fu 
ricolmo di carezze e le suore incaricate della distri- 
buzione del vitto andarono a gara per ben trattarlo. 
Gli portavano brodi, pasticcerò, frutta, limonate. 

Tanto bastò perchè molti imitassero l'esempio 
di colui, sicché in un attimo ci furono nel nostro 
ospedale conversioni in gran copia; e i preti. 



i5i 
come è naturale, menarono di queste conversioni 
rombazzo non piccolo, ciò che torna a severo 
biasimo dei nostri. Comperarsi un vantaggio a 
prezzo d'ipocrisia è riprovevole e neanche la burla 
può servire di scusa. 

Chi si procacciò invece un miglior trattamento 
con sistema del tutto opposto fu un professore di 
scienze naturali, allora tenente di stato maggiore. 
Il casetto merita d'esser ricordato, ma è difficile 
riprodurre la scena : bisognerebbe aver conosciuti 
i tipi. 

Era costui uomo di carattere piuttosto bilioso e 
di temperamento irritabile: tutto lo infastidiva, 
tutto lo inquietava; era scrupolosissimo dell'ordine 
e della pulizia, ma amante de' suoi comodi, sofi- 
stico, esigente. 

Una delle prime sue cure, appena arrivato al- 
l'ospedale, fu di farsi fare il bucato e di mutarsi 
i panni dal capo ai piedi, di farsi rattoppare le scarpe 
e tenersele sempre lucide, di lustrarsi la catenella 
dell'oriolo, di costruirsi a fianco del letto una pic- 
cola toeletta, di rimpannucciarsi alla meglio prov- 
vedendosi d' una cravatta, d'un colletto e d'un cap- 
pello nuovi. Anche al vitto ci teneva, e però esigeva 
il pane cotto in punto, il bollito magro, la minestra 
particolare, il vino generoso, e via dicendo. 

Un giorno, chiamato da molti fra noi che ave- 
vano bisogno di mutare copricapo, venne iì cap- 



152 

pellaio in corsia ed avendone portati parecchi, li 
depose tutti su di un letto che tosto fu attorniato 
da compratori, fra i quali il professore in parola. 
Mentre tutti stavano negoziando, ecco scoccare il 
mezzodì, ora in cui le suore distribuivano il vitto. 
Una di esse, come di solito, precedeva posando sul 
letto d'ogni ferito un piatto di peltro; teneva die- 
tro un'altra la quale deponeva nel piatto un pezzo 
di bollito. Le razioni erano numerate una per am- 
malato, non una di più, non una di meno. 

Essendo andata in lungo la contrattazione dei 
cappelli, qualcuno dei vicini di letto, approfittò, 
o da burla o da senno per appetito irresistibile, 
della razione destinata al professore. Ritornato co- 
stui e trovato vuoto il suo piatto, ritenne che la 
suora, perchè assente, lo avesse saltato e però 
reclamò la sua parte. 

La suora protestò d'avergliela distribuita, egli 
rispose che no; essa insisteva ed egli che avea 
poche cerimonie, le domandò ruvidamente se lo 
teneva per un burattino da dir una cosa per un'altra. 
La suora tacque e diede senz'altro al reclamante 
un'altra razione. 

Ma procedendo nella distribuzione quando ar- 
rivò all' ultimo e si trovò mancante una por- 
zione, non potò trattenersi, e passando vicino al- 
l'amico, gli disse con un risolino: 



153 

— Ah furbo il signore! s'è voluto trattar bene 
quest'oggi ! 

Questi spalancò tanto d'occhi: 

— O che intende di dire? 

— Nulla. Se ha appetito, ce n' è ancora sa ; basta 
che ella lo chieda. 

— Ma che crede dunque che io l'abbia ingannata? 

— Ohibò ! L'ospedale non misura il vitto, se 
un ammalato ne ha bisogno. Solo sarà bene che 
un'altra volta Ella lo chieda francamente, senza ri- 
correre a sotterfugi. 

— Ma che sotterfugi ! Io ? replicava l'amico spa- 
zientito ed alzando la voce. 

— Si calmi, ha fatto benone, anzi benissimo ! ri- 
petè la suora sorridendo e scappando in fretta per 
non lasciar luogo ad alterchi. 

Il professore restò molto male. Gli parve di 
essere canzonato e quel che era peggio, canzonato 
da una monachella. Masticò veleno tutto il pome- 
riggio e perlustrò ogni angolo delle corsie per 
rintracciare la pettegola sua corbellatrice. 

La sera il caso portò all'ospedale la madre 
generala delle suore. C era stata altre volte e 
la si conosceva. Era una donna piccola, tracca- 
gnotta e di lineamenti piuttosto grossolani. Cam- 
minava adagio ed a battute, come se il passo le 
fosse misurato da un metronomo; teneva sem- 
pre la persona e la testa ritte, come se avesse 



*54 

inghiottito un manico di scopa, gli occhi socchiusi 
e le mani in croce avanti al petto. Parlava adagio, 
con intonazione inalterabilmente melliflua; vera 
gesuita in gonnella! Dicono fosse potentissima 
e che il papa le accordasse udienza qualunque 
volta le piacesse di farsi annunziare. 

Costei procedeva passo passo accompagnata da 
una suora sua segretaria lungo le corsie. La vide 
il professore e senza tanti complimenti l'affrontò 
con questa apostrofe : 

— Madre superiora, Ella vorrà avere la compia- 
cenza di richiamare all'ordine le sue dipendenti,, 
le quali, mi sembra, dovrebbero avere l'obbligo 
d'assistere i poveri feriti e non di corbellarli. 

— Oh ! sclamò la generala sgranando per la 
prima volta gli occhi, che è stato? 

E qui il nostro compagno, col dolce stile di cui 
ho dato un saggio, le narrò il fatto della razione 
sparita, dei suoi reclami e delle risposte sardoniche 
della monaca. Ma quale non fu il suo stupore 
quando, mentre s'attendeva la promessa d'una sod- 
disfazione qualsiasi, sentì invece la generala repli- 
care col suo tono mellifluo le stesse parole della 
monaca da lui accusata. 

— Ma bravo, ma bene, ha fatto ottimamente! 

— Ma io non domando degli elogi ! 

— Ma sì, ma vada lai Quando ha appetito non 
ha che da parlare, si figuri se l'ospedale rifiuta.... 



*55 

— Ma che appetito o non appetito! Io inte- 
resso Lei, come superiora, a far valere la sua au- 
torità.... 

— Sì, benissimo! Darò dunque ordine che il 
vitto Le sia accresciuto! 

— Ma non voglio questo io!. . 

— Stia tranquillo, non dubiti. Ella ne ha tutto 
il diritto! 

— Insomma, io Le dico che se Ella non mette 
a posto.... 

— Sì, sì, sta bene ! tutto quello che desidera. 
Vedrà, metteremo ogni cosa a posto e si troverà 
contento.... 

— Oh insomma, urlò l'amico scoppiando, io 
Le dico che sono stufo di chiacchiere e che le 
sue suore sono... E qui cadde, come Dio la man- 
dava, una gragnuola di improperi, di invettive e 
di moccoli all'indirizzo delle povere monachelle. 
Noi si era fatto bossolo ; le suore si erano ritirate 
impaurite e la madre superiora, per smorzare tanto 
fuoco, non badava che a ripetere: 

— Ha fatto bene ! Ha ragione Lei, ma benone, 
tutto quello che desidera ! 

E di quanto giovamento ciò fosse lo si può di 
leggieri argomentare ! 

La mattina dopo, al letto del focoso amico, cui 
non era per il sonno ancora sbollita Tira, mentre 
stava per alzarsi, si presentarono due suore, fra 



i 5 6 

cui quella che era stata causa del chiasso. Ambedue 
gli porgevano dei panieri di frutta pregandolo da 
parte della madre superiora, che lo mandava a 
riverire, di accettare quel piccolo presente, chieden- 
dogli in pari tempo scusa di avergli arrecato dispia- 
cere e dello scandalo dato. 

— Ma che scuse, ma che scandalo, ma che frutta ! 
gridò l'amico, dolce come un'istrice e facendo l'atto 
di buttar all'aria ogni cosa. 

Le monache spaventate posarono i panieri sul 
letto e fuggirono. 

Poco dopo, radunati intorno al letto parecchi 
di noi ed acquetato il fegatoso amico, facemmo 
festa alle frutta, e mandato a prendere un fiasco 
di vino bianco, le inafEammo a piacer nostro. 

Per essere giusti però e per debito di storico 
fedele, debbo dire che ne fu offerto anche alle suore 
in segno di pace. 

Dopo quella scena l'amico non aveva che da 
chiedere qualunque cosa volesse e gli veniva tosto 
concessa. 

Dei feriti licoverati a Sant'Onofrio molti versa- 
vano in uno stato gravissimo. Ricordo come ora 
un capitano romagnolo, uomo sulla quarantina: 
aveva una ferita alla gamba sinistra e non grave, 
anzi era prossima a cicatrizzarsi. Ma improvvisa- 
mente venne preso dal tetano. Due giorni interi 
spasimò orribilmente, aggomitolandosi e distendeii- 



157 
dosi, contraendo convulsivamente i muscoli del volto 
ad un terribile sorriso sardonico, mentre soffriva 
dolori d'inferno; finalmente il terzo dì soccom- 
bette. 

Anche a lui fu fatta molta ressa perchè si vo- 
lesse confessare. Morendo, dispose che i pochi suoi 
vestiari li avessero due garibaldini i quali lo ave- 
vano assistito. Fu un casus belli ! Il regolamento 
dell'ospizio prescriveva che gli oggetti di vestiario 
dei morti restassero proprietà dell'Opera pia: il 
testamento quindi fu dichiarato nullo e l'ammi- 
nistrazione del pio luogo ebbe quei pochi cenci. 

Questo individuo, pur troppo, posteriormente si 
scoperse che era indegno del nome e dell'assisa di 
garibaldino, perchè apparteneva ad una sètta san- 
guinaria. Fu certamente una disillusione crudele 
e però, tacendo della sua vita e avendo dovuto 
dire della sua morte, copro di un pietoso velo il 
suo nome, 

Un altro ferito vidi io pure morire, ed era degno 
della più alta pietà. Era un giovinetto di poco 
oltre i quindici anni. Veniva, mi si disse, da 
Mantova, dove trovavasi in educazione in quel 
seminario, ed era fuggito per seguire Garibaldi. 

Erano le prime armi che faceva, il poveretto, e 
furono anche le ultime. Vaneggiava; e più an- 
cora che per la ferita gravissima d'arma da fuoco 
che gli passava il petto, mori delirante dallo spa- 



i>8 

vento. Battutosi valorosamente alla baionetta ed 
atterrato da un avversario altrettanto forte quanto 
vile, venne preso di mira a bruciapelo, supino ed 
esanime e passato da parte a parte da piombo ne- 
mico, non so se italiano o straniero; forse è meglio 
ignorarlo. Al vedersi l'arma omicida puntata sul 
petto da quel vigliacco, il giovinetto, impotente a 
reagire, die' in un subitaneo delirio e perduto ogni 
sentimento, pazzo, fu trasportato all'ospedale e, 
pazzo di spavento e di dolore, spirò. 

E ricordo pure un gentilissimo e biondo in- 
glese, Scholey, cui si dovette amputare il braccio 
sinistro, operazione che affrontò colla maggior se- 
renità fumando il sigaro e ringraziando il dottore. 
Mi richiamava il povero Maroncelli nello Spiel- 
berg. Ma poi per successiva irrefrenabile emorragia 
dovette soccombere. 

L'amico Mosettig era stato collocato nelle sale 
a pianoterra assieme al Papazzoni. Io andavo quasi 
ogni giorno a trovarlo. Nella stessa stanza giaceva 
pure un giovane marchigiano, la cui ferita destava 
l'attenzione e l' interesse dei medici curanti perchè 
molto grave. Era una lesione alla vescica per arma 
da fuoco con permanenza del proiettile. Soffriva 
spasimi indicibili e la cura cui dovea sottostare, 
era oltremodo dolorosa. Eppure più tardi seppi 
che, partito in discrete condizioni, da ultimo era 
perfettamente guarito. 



159 
Al letto del Mosettig trovai più volte un mon- 
signor Amici Mattei, prelato domestico, protono- 
tario, canonico, ecc., e più tardi cardinale, in cui 
la vacuità del cervello era pari all'albagia. Costui, 
sedotto pur esso da quel benedetto nome di Collo- 
redo, s'era fitto in testa di voler procacciare ai 
Mosettig migliore trattamento e di ottenere che 
fosse trasferito in una casa privata. Vane essendo 
riuscite le pratiche presso il Comando militare, 
senza meno ei pensò di rivolgersi a Pio IX in 
persona, contrariamente al volere del Mosettig. 

Pio IX che certamente ricordò l'accoglienza 
avuta dal Colloredo a S. Spirito, rifiutò qualsiasi 
concessione. Dolente il monsignore venne a ri- 
ferire Pesito della sua missione, rimproverando al 
Mosettig lo sgarbo usato al Santo Padre e la irreli- 
gione dimostrata e non trovò migliore rimedio a 
tanto male se non, invitandolo dapprima e seccan- 
dolo dipoi in tutti i modi, perchè, confessato, facesse 
pubblica ammenda, in modo che il Santo Padre 
n'avesse piena soddisfazione; e andava ripetendogli: 
— Io riferirò a Sua Santità il vostro penti- 
mento ! mi incarico io di portare a' suoi piedi la 
vostra umiliazione ! Vedrete che senza dubbio al- 
lora egli si degnerà d'ascoltare le vostre suppli- 
che e vorrà disporre per trovarvi un ricovero 
conveniente alla vostra condizione ed al vostro 
stato !... 



i6o 

Un ultimo contrattempo ebbe il Mosettig a pa- 
tire, sempre in causa di quel malaugurato scam- 
bio di passaporto ; ed anche allora, trovandomi per 
fortuna presente, fui io che in qualche modo lo 
salvai. 

Venne un dì a trovarlo quel padre Colloredo 
che ho sopra ricordato, dei preti dell' Oratorio, un 
vecchietto, sulle cui spalle dovea certo gravare un 
secolo di carnevali. 

Egli, che da molti e molti anni non avea 
riveduto il paese natio, cominciò a tempestare il 
Mosettig di domande relative al casato ed ai pa- 
renti. 

— Come sta mio nipote Girolamo ? quanti figli 
ha ? e il nipote Riccardo, e la Elisa ? Vive an- 
cora suo marito ? E il fratello Giacomo ? ed il 
nipote Martino ? e il cugino Lucrezio ? 

Il Mosettig che non ne sapeva una maledetta 
di quel parentado, fingevasi aggravato dal male 
per non rispondere e, per il poco che ne sapevo, 
rispondevo io in sua vece, e, quando non sapevo 
nulla nemmeno io... inventavo. Dio sa qual bella 
famiglia di fratelli, cognati e nipoti gli avrò 
creato ! 

Col permesso del Comando superiore e debi- 
tamente accompagnati vennero in quei giorni pa- 
recchi forestieri a visitare V ospedale e special- 
mente alcuni parenti dei feriti. 



iói 

Tra i molti ne rammento uno che rappresen- 
tava non so qual società democratica o comitato 
dell'Umbria o della Romagna che fosse, e veniva 
per reclamare la salma d'un garibaldino morto 
pochi giorni prima. Quella società o comitato 
non potevano scegliere rappresentante più infelice ! 

Venne annunziandosi tout-bonnement per quello 
che era e non ricordo se recasse con sé anche 
coccarde o gonfaloni, ma è probabile. 

C è sempre un santo per gli imbecilli e in- 
fatti costui riuscì a trovare chi lo introdusse nello 
ospedale. Ci venne perchè, tornate vane le prati- 
che per esumare e asportare il cadavere, voleva 
ricuperare gli effetti di vestiario, e cioè una ca- 
micia ed un berretto logori e macchiati. Avreb- 
bero servito, diceva egli, per i solenni funerali, che 
si stavano apprestando a quel martire. 

— Vede, rispondevagli con un sorriso canzo- 
natorio uno scaltrito cappuccino, vede, caro si- 
gnore, le sembra, non dirò convenienza, ma ele- 
mentare prudenza, di venire qui a Roma a nome 
dei framassoni a chiedere di queste cose ? 

— Ma che ne vogliono fare di quei due cenci 
logori e sudici ? replicava insistendo in buona 
fede il malcauto ambasciatore. 

— E che ne vogliono fare lor signori ? 

— Devono servire pei solenni funerali, repli- 
cava egli ingenuamente. 



12 



IÓ2 

— Già : si apporranno sul feretro cogli strappi 
e le macchie di sangue in vista, su d'un catafalco 
in chiesa, e li davanti ad una turba di vassalli e 
d'eretici che da anni forse non poser piede in un 
tempio cristiano, qualche tribuno indiavolato vo- 
miterà bestemmie ed improperi alla religione, al 
Santo Padre, alla Chiesa. Abbia pazienza, caro 
signore, a Roma non si chiedono certe cose e 
ringrazi Domeneddio d'aver fatto capo a me an- 
ziché ad altri. 

Ma quel signore insisteva e per poco non per- 
deva le staffe. La sua domanda sembravagli tanto 
naturale ! Partito il frate, non potei a meno di con- 
sigliarlo a far tesoro dell'ultimo avvertimento da- 
togli. Ad insistere c'era di che farsi legare. 

Ma egli ancora non era persuaso e non giu- 
rerei che tornato al suo paese, a proposito dei con- 
siglio da me datogli, non abbia esclamato : Coi 
lupo si sta e col lupo si urla ! 

Fra le notabilità diplomatiche o militari venute 
a farci visita non va dimenticato il cavaliere della 
Vandea, il colonnello degli zuavi De-Charrette. 
Si intrattenne a lungo in conversazione col capi- 
tano Ronco, al quale rese ampia testimonianza del 
valore con cui si batterono i garibaldini. 

C ; venne pure monsignor Ricci, governatore di 
Santo Spirito, proprietario del locale ove eravamo 
ricoverati, e già governatore d'Ancona nel [86] 



i6-j 

all'epoca del fatto d'arme di Castelfidardo. Costui 
era un furbacchione matricolato; bastava parlare 
con lui per avvedersene. Fu, credo, l'ultimo dei 
governatori dell'opera di Santo Spirito ch'era un 
tempo ospizio ricchissimo. 

Monsignor Ricci aveva un figlio, un giovinotto 
che morì, se ben ricordo, nel 1872. Faceva parte 
della guardia nazionale a cavallo, corpo scelto fra 
il fiore dell' aristocrazia danarosa di Roma. I 
suoi commilitoni, dalla splendida montura e da- 
gli stupendi cavalli, gli fecero corteo funebre bril- 
lantissimo. Credo anzi che un tal fatto per la 
sua pubblicità abbia poscia di molto raffreddato 
i rapporti dell' Eminentissimo padre con Sua 
Santità. 

Un giorno, nelle sale si presentò una dama 
francese accompagnata da una suora e seguita da 
un servitore in alta livrea che recava biancheria, 
indumenti, sigari e dolci. Essa sembrava molto 
interessarsi ai casi nostri, e la suora le accennava 
quelli fra i nostri che erano più bisognosi di ve- 
stiario. Passando vicino a me ed avendole io rispo- 
sto in francese che per il momento di nulla avevo 
bisogno : 

— Coraggio, ragazzi, coraggio! replicò sotto- 
voce in buonissimo italiano, e mi die una stretta 
dì mano lasciandovi cadere alcuni sigari, poi con- 
tinuò disinvolta a fare la francese. 



IÓ4 

Non credo però che la sua parte le sia riuscita 
fino in fondo, perchè più tardi la vidi alle prese 
colla madre superiora generale, che gentilmente vo- 
lea persuaderla, poiché avea fatta la sua distri- 
buzione, a voler lasciare l'ospedale. Chi fosse quella 
signora non mi fu dato di sapere neanche dopo. 

Un' altra invece venne col proposito delibe- 
rato di far la missionaria, come faceva Monsi- 
gnor Talbot, e regalava a tutti libri di devozione, 
medagliette, Agnus-Dei. L' istituto T>e propaganda 
fide avea cosi fra noi per rappresentanti Monsi- 
gnor Talbot... e la sua signora. Quale fine abbiano 
fatto quei libri ed amuleti sarebbe stato piacevole 
indagare. Per me, so benissimo qual fine fecero 
i sigari della mia francese, che furono davvero 
eccellenti. 

Il fumare era libero. Si fumava anche alla do- 
menica mentre il prete in mezzo alla crociera 
celebrava la messa : condiscendenza, per dir vero> 
a quei tempi, in un ospedale di Roma quasi in- 
credibile. L'abitudine da soldatacci in taluni di 
pipare e fumare eternamente era però tale che in 
quel luogo diventava addirittura crudeltà. Si fu- 
mava, si beveva e si rideva infatti senza scrupolo 
veruno, mentre avevamo vicini compagni di sven- 
tura che gemevano e morivano. 

In brevi giorni pur troppo s'era ridotti a tal 
punto! L'egoismo in date circostanze diventa so- 



i6s 

vrano ed il cinismo non ha limiti. Entrambi sono 
frutto dell' abitudine e V abitudine è presto con- 
tratta nelle circostanze della vita in cui la neces- 
sità si impone e diventa legge. Io che rabbrivi- 
disco vedendo del sangue e cui la vista d'un 
cadavere fa ribrezzo, allora assistevo impassibile 
alle operazioni chirurgiche, e rammento d'avere, 
come se nulla fosse, pranzato accanto ad un letto 
sul quale giaceva un misero compagno spirato 
appena da pochi minuti ! 

Le lettere che ricevevo da casa, non mi perve- 
nivano più col visto del general Zappi, ma chiuse 
e suggellate; e questo mercè la gentilezza d'un 
prete, il cui nome mi è obbligo di segnalare in 
questo libro, chiudendo col suo ricordo il breve 
racconto di questi episodi di prigionia. 

Era monsignor Giovanni Biffani, già canonico 
di Santa Maria in Trastevere ed ultimamente cap- 
pellano al collegio militare. Parecchi anni or sono, 
vidi, con sincero rimpianto, annunciata la sua 
morte dai giornali ; posso quindi scrivere di lui 
liberamente. 

Era un giovane sacerdote di cultura ed intel- 
ligenza distinte. S'era trovato prete e prete in Va- 
ticano presso Pio IX, perchè figlio d'un famigliare 
del papa fin da quando era semplice vescovo 
d' Imola. Pio IX intese beneficare il fedele dome- 
stico concedendo un canonicato al figlio mag- 



i66 

^iore ancora in tenera età, e gli è perciò che 
il Biffani iu prete. 

Quando la capitale era ancora a Firenze, erano 
state notate in un diario fiorentino certe corrispon- 
denze da Roma, che contenevano notizie molto 
esatte e particolari molto intimi della Corte del 
Vaticano. I sospetti caddero su monsignor Biffani,. 
e non potendosi o non volendosi fare lo scan 
dalo d'una espulsione, si ricorse al mezzo tra- 
dizionalmente sbrigativo, già altre volte usato in 
Vaticano, il veleno ! 

Monsignor Biffani prima di coricarsi avea 1' a- 
bitudine di bere una tazza di consommé. Una sera, 
essendo rincasato piuttosto tardi e sentendosi 
stanco, andò a letto senza sorbire la solita tazza 
che ordinariamente gli veniva lasciata sul tavolo 
del salottino d' ingresso. La bevve invece suo pa- 
dre l'indomani, e poco dopo mori. 

Fu eseguita una segreta inchiesta e fu accer- 
tato il colpevole nella persona d' un prete che 
dimorava prossimo al Biffani ed era anzi in co- 
municazione di casa. Fu istruito un processo se- 
gretissimo, dal quale risultò che i tentativi d'avve- 
lenamento erano stati fatti più volte e non si li- 
mitavano alla sola persona del canonico. Il reo 
fu condannato a ventanni di galera, e del fatto fu 
severamente proibito far paiola. 



167 

Monsignor Biffani ragionava spesso con me, e 
più liberamente che con altri, delle speranze e 
delle aspirazioni nostre; confortava i prigionieri 
garibaldini, li incoraggiava, li assisteva ed i de- 
boli sorreggeva, aiutandoli a camminare. Le sue 
attenzioni furono ben presto notate e dopo un 
primo rabuffo inflittogli d'ordine superiore da 
uno dei frati soprastanti, fu finalmente bandito 
dall' ospedale. Ciò fu però dopo la mia par- 
tenza ed egli stesso mi diede la notizia per 
lettera. 

Io, il Mosettig ed altri ancora gli consegnavamo 
le nostre corrispondenze, perchè le impostasse al 
coperto dagli occhi della polizia ed egli, per 
maggior sicurezza ancora, a tutte imprimeva il 
bollo della segreteria del Capitolo di Santa Maria 
in Trastevere. Le lettere per noi venivano dai 
parenti nostri a lui dirette ed egli fedelmente ce 
le portava premuroso. 

Nel 1870, quando ritornai a Roma, non sa- 
pendo ove dimorasse, impostai un bigliettino di- 
retto a monsignor Biffani canonico in Santa Maria 
in Trastevere. Gli chiedevo se si ricordava ancora 
di me e gli domandavo il suo indirizzo perchè 
l'avrei veduto molto volentieri.. 

— S'io mi ricordo di lei! risposemi; ella favorirà 
domani a pranzo in casa mia, via della Lungara > 
alle ore 6. 



[68 

Ci andai, mi fece mille feste, mi fé' trovare 
a tavola con alcuni patrioti di Roma e tutti in- 
sieme, si ricordarono con commozione i giorni 
passati. 

Il canonico Biffani ebbe dalla corte papale ves- 
sazioni d'ogni sorta, a cominciare dalla revoca 
del titolo di monsignore fino all'ultimo e più fe- 
roce affronto al suo cuore di figlio, la grazia cioè 
accordata, dopo soli tre anni, al prete omicida. 

Costui continuò a vigere in Vaticano, mentre 
al Biffani, dopo sì feroce insulto, non si lasciò nem- 
meno la soddisfazione d'andarsene da sé, ma fu 
bandito. 

Monsignor Biffani mori consunto parecchi anni 
or sono, come dissi, ed io pago un debito di gra- 
titudine ricordandolo in questo scritto. 

Il prete malfattore credo invece che viva tuttora. 
Venne però cacciato di Vaticano da papa Leone 
perchè all'epoca d'un pellegrinaggio spagnolo fu 
scoperto a trafficare in reliquie false (i). 

(i) Dell'autenticità di questo episodio posso formi ga- 
rante, essendomi stato narrato, oltreché da parenti stret- 
tissimi del Biffani (credo tuttora viventi), anche da per- 
sene certamente non sospette di partigianeria liberale. 



169 



XIV. 
Partenza;. 

Due o tre giorni prima della nostra partenza 
un frate francescano volle tentare per un'ultima 
volta di convertirmi, di farmi fare la confessione ge- 
nerale e la comunione. Chi ve lo spingeva, era un 
conte, guardia nobile del papa, al quale io era stato 
raccomandato da un suo parente per lettera, non 
tanto, diceva questa, per i bisogni materiali, quanto 
per le occorrente spirituali. 

Questo conte venne a trovarmi, ma non ebbe 
il coraggio di fare in persona prima Y apostolo 
e perciò ne aveva incaricato il padre francescano. 

Avevo allora diciannove anni ed uscivo di re- 
cente da un convitto diretto da religiosi ove ero 
stato otto anni. L'impresa del padre cappuccino 
non sarebbe stata quindi per sé malagevole. In 
circostanze normali e richiamando i ricordi del 
collegio, il confessarmi e comunicarmi avrebbero 
rappresentato nulla più che l'adempimento d'una 
pratica di religione. Nelle condizioni d'allora in- 
vece sarebbero state una confessione di rescipi- 
scenza, una vera ritrattazione del mal fatto. Per 
questo io non volli saperne. Si voleva operare su di 



170 

me una conversione per poi forse menarne vanto 
e gridare al miracolo; ed io non intendevo pre- 
starmi a simile chiasso menzognero. 

Il padre francescano ricorse a tutti gli argo- 
menti d'una sconclusionata dialettica per indurmi 
a fare quanto non volevo, e fra l'altre cose tentò 
di incutermi almeno un'oncia di rossore per tro- 
varmi in quello stato ed in mezzo a quella com- 
pagnia di vassalli, com'ei li chiamava. 

Per far comprendere quest'uscita del frate, m' è 
forza accennare ad un fatto spiacevolissimo e per 
noi doloroso accaduto il giorno prima nella corsia. 

Alcuni nostri prigionieri che erano degenti allo 
spedale, perchè affetti da febbre o da altra malattia,, 
guariti che furono, ad evitare il ritorno nelle car- 
ceri, cercavano di rendersi utili aiutando gli infer- 
mieri, assistendo i compagni feriti, prestandosi alla 
distribuzione del vitto, al riassetto delle corsie. 
La Direzione e la Polizia chiudevano un occhio e 
lasciavano fare. 

Uno di questi però, che era forse il più sol- 
lecito ed il più mattiniero e non isdegnava ren- 
dere anche i più bassi servigi con una abnegazione 
veramente mirabile, fu notato che bazzicava fre- 
quentemente al letto di un ferito il quale, per la 
immobilità cui era condannato, da noi si giudi- 
cava gravissimo. L' osservazione a lungo andare 
si mutò in sospetto, che comunicato di bocca in 



i7i 

bocca assieme a qualche tacito lagno, pervenne 
all'orecchio di uno dei gendarmi di guardia. Que- 
sti, in un momento in cui il compagno sano adem- 
piva i soliti uffici, ordinò agli infermieri di mutar 
posto al ferito, poi fece rovesciare il materasso e 
nel saccone si trovarono purtroppo parecchi oggetti 
stati involati di sotto ai guanciali dei compagni 
mentre dormivano. 

Inutile dire l'indignazione generale. Tutti pro- 
testammo di non voler più per compagni quei due, 
ed infatti poche ore dopo una vettura della polizia 
li trasportava altrove. 

Il padre Francesco alludeva a questo fatto quando 
deplorava la mia condizione. Gli risposi che ogni 
regola ha la sua eccezione. Anche tra gli apostoli 
vi fu un Giuda e Cristo morì pur esso fra due 
ladroni senza che ne fosse per ciò disonorato! 

Il frate inorridì della risposta e del paragone, 
mi trattò da bestemmiatore e disperando di riu- 
scire a nulla, desistette dalle inutili sollecitazioni. 

Se i connotati avuti non sbagliano, questo frate 
stesso pochi anni di poi fece più che insistenza,, 
quasi violenza per poter assistere al suo letto di 
morte Urbano Rattazzi, di cui era conoscente ed 
amico. Non ricordo se riuscisse nell'impresa, né 
se con l'illustre uomo di Stato i suoi tentativi 
abbiano avuto miglior fortuna che con me. 



ÌJ2 

L'ordine per la partenza nostra venne alla sera 
e si estendeva a tutti quelli la cui condizione di 
salute permetteva il viaggio. 

Dei vicini nostri partivamo io e il Bassini. Questi 
era allora in buone condizioni. Più tardi invece 
le ferite gli si riaprirono e sofferse una lunga e 
penosa malattia. Le bajonette gli avevano forato 
un intestino. 

La nostra partenza fu motivo di grande acco- 
ramento e di dolore per gli amici costretti a ri- 
manere. Il capitano Ronco, la ferita del quale in 
quei giorni avea assunto aspetto cancrenoso, quando 
ilare e contento lo salutai facendogli coraggio: 

— Addio, addio, mi disse; non ci rivedremo 
più, sai. 

— Perchè? 

— Perchè io non uscirò di qui che per andare 
a Campo Verano! 

Baciai tutti gli amici, ci scambiammo vicende- 
volmente promesse ed auguri, salutammo con vera 
effusione d'affetto il buon capitano Galliani, ringra- 
ziammo i medici, e allegri come andassimo a nozze 
lasciammo l'ospedale per andare in patria. 

Invece andavamo a... Castel Sant'Angelo! 

Attraverso corridoi, scale ed androni, a suon di 
chiavacci e di cancelli arrugginiti, fummo introdotti 
in uno stanzone lungo e buio, difeso dal freddo 
e dall'umido della notte con impannate di tela e 



*73 

lungo il quale in terra era disposta della paglia 
con dei sacconi. 

Al lume delle fiaccole rividi il Campari, il Co- 
lombi e il Fiorini, i tre compagni che vollero ri- 
manere nella vigna per curare i feriti, restando così 
prigionieri volontari, i fratelli Rosa di Bergamo 
ed altri che non ricordo. 

Nella stessa prigione stavano pure molti fra gli 
arrestati della città. Ce n'era d'ogni condizione. 
C'era pure un clown di compagnia equestre che 
ogni tanto per tenersi in esercizio dava spettacolo 
di salti e capriole. Costui stette in prigione fino 
al 1870 e appena liberato ritornò al primitivo 
mestiere. Il poveretto finì più tardi la vita in un 
ospedale di Bologna, cieco d'ambedue gli occhi. 

Rivedere i miei buoni amici fu per me somma 
consolazione; e in quella sera, per quanto ci fu 
permesso dalla presenza dei secondini e dei cu- 
stodi, ragionammo a lungo dei casi nostri e delle 
passate traversie. 

Essi però erano più al corrente che noi di no- 
tizie, perchè le avevano giornalmente dall'Osser- 
vatore Romano, che un secondino recava loro piegato 
nelle fodere del suo berretto. Per questo incarico 
(del resto abbastanza arrischiato) veniva retribuito 
con una lira per ogni copia. 

Un pensiero ci angustiava, che con noi non 
ci fosse Giovannino, ancora detenuto alle Car- 



*74 

ceri Nuove , e pensavamo che forse il Governo 
papale volesse fare di lui un martire, lasciandolo 
soffrire chi sa per quanti anni in segreta. 

Quella notte non dormii, e nemmeno i miei 
compagni. Si sapeva di dover partire , si vegliò 
tutti al buio. 

A notte inoltrata, i chiavistelli delle porte gi- 
rarono e comparvero finalmente alcuni secondini 
con torcie e con lumi. Fra questi se ne notava 
uno vestito da zuavo, aitante della persona e gio- 
vane ancora, ma inerme. Costui trasportò in braccio 
fino al basso il Bassini e qualche altro che non 
reggevasi in gambe, come avesse portato sacchi 
di piuma. Mi fu detto che era notissima spia, fami- 
gerato sicario e arnese segreto della polizia e che 
era riuscito colle sue arti a darle in potere parec- 
chi compromessi politici. Vociferavasi ch'egli, 
unico in tutto il presidio, avesse 1' accesso da 
Castel S. Angelo ai Vaticano per il noto passaggio 
segreto riserbato ai pontefici in caso di cataclismi, 
e ciò perchè non s'arrischiava ad uscire in città, 
non essendo sicura la sua pelle se poneva piede 
fuor delle inferriate del Castello. Di li dirigeva 
con acutezza di vero cagnotto le sue operazioni 
di gran mastro caccialepre. 

Da Castel S. Angelo alla stazione marciammo a 
piedi al chiaror delle fiaccole. Era notte inoltrata e si 
traversi) tutta Roma senza incontrare anima viva. 



175 

Qual triste senso avrà dovuto fare un corteo 
simile, di notte, per quelle strade ove, anziché pri- 
gionieri, due mesi prima speravamo di passeggiar 
trionfatori ! 

Ma scommetto che quest'antitesi abbastanza 
dolorosa non ad uno dei nostri in quella notte 
passò per la mente. Il miraggio dell'imminente 
libertà e la certezza di rivedere fra brevi ore la 
famiglia era in quell'istante l'unico nostro pen- 
siero. 

Il treno che doveva portarci al confine fu scor- 
tato da soldati francesi. 

A Civitavecchia ci arrestammo a lungo per 
attendere altri prigionieri provenienti da quel ba 
gno : una torma di infelici, scarni, pallidi, smunti 
abbattuti, veri perenti. Furono caricati in vet 
ture di terza classe e stipati come le bestie. An 
che fra loro ritrovai degli amici, Alberto Ceresa 
Silvio Andreuzzi, Carlo Marzuttini ed altri. 

Un ufficiale francese della nostra scorta, avendo 
riconosciuto a quella stazione un altro ufficiale 
suo amico della legione d'Antibo, che gli chiese 
dove andasse, rispose che veniva fino alla fron- 
tiera a scortare etile canaille. Un capitano dei no- 
stri l'udì, lo apostrofò come si meritava e credo 
ne seguisse una sfida. L' aspetto nostro esteriore 
però non dava tutto il torto al vocabolo. 



176 

Al confine trovammo un altro inciampo. Il 
treno pontificio dovea retrocedere, ma il treno di 
ricambio da Grosseto non era ancora arrivato. 

Bisognò attenderlo più ore in rasa campagna 
con un freddo ed un vento micidiali. E ciò natu- 
ralmente fu causa che noi mandassimo le ultime 
nostre benedizioni al governo italiano, il quale 
appena arrivati al confine ci dava tosto un saggio 
del suo buon ordine ! 

Ora, a pensarci bene, si direbbe : che c'entra il 
governo colle ferrovie? ma allora si ragionava 
così. 

A Grosseto si sostò per pernottare. 

Era prefetto il commendator Homodei, un pa* 
vese, gentilissima persona. Il Campari e il Bassini, 
suoi compatrioti, lo conoscevano e perciò fummo 
ospitati da lui. Alla sera ci trovammo tutti assieme 
ad una trattoria e si fece onore a parecchi fiaschi 
di ottimo Chianti. 

Chi mi crederebbe se volessi asserire d'aver 
serenamente e da me solo trovato in quella sera la 
strada per giungere al soffice ed elastico letto 
della Prefettura?... 

Finora dissi intera la verità, e però una bugia. 
all'ultimo guasterebbe ogni cosa. 

V indomani io abbracciava i miei cari ! 






177 



XV. 
Oonelxisione. 

Sono trascorsi trent'un anni ! 

Nel 1870, poco dopo la breccia di Porta Pia, un 
giorno vidi nella vetrina di un libraio al Corso una 
oleografia rappresentante la morte d'Enrico Cairoli. 
Era una copia del quadro dell' Ademollo e molti 
si trattenevano a guardarla. 

— Chi era questo Cairoli ? mi chiese un paino. 
Era un brigante? 

I tre militari che si scagliano a baionetta calata 
sovra un borghese caduto gli suggerivano codesta 
idea, ignorando egli affatto la recente istoria della 
campagna di Roma del 1867 ed i suoi particolari. 

La domanda di colui sintetizza veramente lo 
stato d'ignoranza e d'ignavia in che viveva allora 
la popolazione di Roma intorno ai propri destini. 

Venuto il 1870, ed entrate le truppe dalla breccia, 
il patriottismo fiorì a dismisura, i martiri pullu- 
larono, tutti non solo conobbero la storia patria 
ma ne furono principali attori, tutti furono fattori 
efficaci della libertà e dell' indipendenza, gli eroi 
dalle coccarde e dalle bandiere fiorirono innume- 
revoli ! 



173 

È storia, non di Roma soltanto, ma di tutta l'Italia. 
Le commemorazioni patriotiche, a partire da quel- 
l'anno diventarono d'obbligo. Quella di Villa Glori, 
per la vicinanza del posto fuori le mura, divenne 
popolare e rese pure popolare il fatto che, igno- 
rato e quasi sconosciuto da principio, coli' andar 
del tempo, accresciuto, ingigantito da artisti e da 
poeti, per poco non divenne leggendario. 

Queste- brevi pagine spero rimettano le cose a 
posto. 

Senza esagerare però d'idolatria o di feticismo 
io deploro un fatto. A merito del municipio di 
Roma e per iniziativa del compianto comm. Pian- 
ctani, coadiuvato poscia dal duca don Leopoldo 
Torlonia suo successore, venne collocato al Pincio 
il bel monumento dello scultore Ercole Rosa. Del- 
l'opera d'arte fu già detto abbastanza. È un gioiello 
artistico, in cui non sono a lamentare che le mo- 
deste proporzioni, rese tali ancora più dallo spa- 
zioso ambiente dove fu collocato, dal vastissimo 
orizzonte e dall'imponente panorama che gli fi 
cornice. 

Ma il luogo dove caddero i fratelli Cairoli, doveva 
essere dal municipio di Roma religiosamente con- 
servato. Invece la passeggiata dei Monti Parioli 
mutò faccia interamente a quel posto. 

Quando ancora la si stava costruendo, un giorno 
io condussi la mia famiglia a passeggio da quella 



i 7 9 
parte e, quando arrivammo sul posto, io stesso 
non riconoscevo più la storica villa. Il cancello 
da cui penetrarono gli svizzeri, la stradicciuola da 
cui salirono e donde apersero il fuoco, sono spa- 
riti. Una frana di terra dava accesso alla sommità 
del colle ove a stento sì scernevano i ruderi della 
casetta del vignarolo, donde iu aperto dai nostri 
il fuoco e dove cadde il povero Moruzzi. 

La vigna, passata in altre mani, era stata espro- 
priata ed il Municipio si era valso di quella collina 
come cava di terra per costruire la passeggiata. 
Per accedere al sommo non v'era altro modo che 
inerpicarsi per quella frana. 

Recentemente, in occasione del 25 ° anniversario 
di Roma italiana, venne praticata una nuova strada 
d'accesso e sul posto ove caddero Enrico e Gio- 
vannino fu eretta una colonna commemorativa. La 
topografia però del posto è affatto mutata, né al- 
cuno può farsi un'idea del come avvenne l'attacco e 
si svolse l'azione. Della casa del vignarolo quasi 
non resta più traccia, la Villa ancora intatta è con- 
vertita in una caserma di guardie di finanza e dove 
spirò il Mantovani e giacque esanime il povero En- 
rico, ora è la camera di sicurezza per le guardie ! 
Costava tanto poco il coordinare la passaggiata dei 
Parioli in modo da rispettarne quei cari ricordi! 
Si rispettano tanti ruderi insignificanti, unicamente 
perchè hanno il battesimo e la patina dell' anti- 



i8o 

chità, senza forse conoscere se abbiano effettiva- 
mente un valore storico ed artistico! Non si ri- 
sparmiarono quelle sacre zolle che ebbero batte- 
simo glorioso di sangue e dove con nessuna spesa 
e con verun disagio poteva la generazione cre- 
scente tener viva e palpitante la religione dei ri- 
cordi colle visite frequenti e col riandare la pie- 
tosa storia del dramma ivi consumatosi. 

Ora, da due o tre anni, e dopo Y inaugurazione 
della colonna avvenuta nel 1895, commemorazioni 
non se ne fanno più ; la data però se la ricordano 
i superstiti ed i pochi che ancora tengono vivo 
il culto dei patrii ricordi, ed ogni anno il 23 ot- 
tobre infiorano di corone il mandorlo alla Villa 
ed il Monumento al Pincio. 

Il popolo di Roma li ama quei due modesti 
ricordi, e quando passa per il Pincio o sale ai Pa- 
ridi, vi si trattiene e manda un mesto saluto ai 
caduti. 

Opportune le epigrafi, non così l'elenco dei vo- 
lontari a tergo del monumento. Il nome dei vivi 
non va mai passato solennemente alla posterità, 
poiché fino a che c'è vita, c'è campo ancora a 
coprirsi d' infamia. 

Pur troppo però, mentre io scrivo, se venisse 
fatto di riunirci, molti mancherebbero all'appello. 

Per quanto n' ebbi notizia io, li segnai tutti i 
poveri nostri morti con una crocetta ed ahimè ! 



i8i 

che la funebre lista già mi rende V immagine di 
un cimitero. 

Di settantotto nomi già una trentina portano 
il segno della morte ! Uno per anno ! 

Chi sarà l'ultimo a spargere fiori e corone sui 
compagni caduti ?.. 

A lui sieno raccomandate queste mie memorie! 



APPENDICE 



SCRITTI INEDITI di GIOVANNI CAIROLI 

ED 

ELENCO DEI COMBATTENTI 
A VILLA GLORI 



AVVERTENZA 



*N>/ 1S6S Giovanni Cairoli raccontò la gloriosa spedizione 
dei fetonti Parioli traendone la materia specialmente da « un 
libriccino di note scritto nelle segrete di Roma » : e V opu- 
scolo di lui fu anche ristampato, dieci anni dopo, a cura di 
C B. E. fMaineri. Tur tuttavia siamo certi che gii appunti tratti 
da quel medesimo « libriccino » e qui per la prima volta pub- 
blicati saranno letti dai cultori devoti delle patrie memorie con 
piacere e con vivo interesse. 

Sono brevi note scritte frettolosamente e per semplice memoria 
personale, quando viva ancora era nella mente di Giovanni 
V impressione dei casi occorsi e le sofferente fisiche e morali ì 
che ne erano la conseguenza, dovevano rendergliene più pungente 
ed in pari tempo più desiderato e continuo il ricordo. IsLella 
loro disadorna brevità quelle poche frasi rapide, concise, buttate 
giù a scatti e talvolta anche incompiute, ma pur sempre sug- 
gestive, tra le quali con insistente affettuosità ritorna di tratto 
in tratto la frase piena di doloroso rimpianto per il fratello 
« il mio Enrico, il mio caro Enrico », conservano tutta intiera 
la loro ingenuità ed efficacia, come uscissero ancor vive diret- 
tamente dall'animo del giovane eroe che faticosamente le ha 
vergate col lapis nei giorni tristi dell'ospedale e della prigionia. 
Per ciò la commozione che viene da questi incomposti appunti 
è più immediata e più intensa : nel rifacimento posteriore di 



i86 

essi dato alle stampe l 'efficacia dell'espressione spontanea riesce 
attenuata dalla preoccupazione letteraria, cui, sia pure incon- 
sapevolmente, obbediscono anche gli eroi quando sanno di scri- 
vere per il pubblico» 

l<Lon v* e artificio di letterato che valga la semplicità non 
cercata : così è degli appunti di Giovanni Cairoli, donde fra 
pochi tocchi, ma forti e schietti, si intravedono e ballati fuori 
effetti drammatici mirabili nella loro semplice verità. Valga 
per tutte la pagina dove è descritto lo svegliarsi dei feriti che 
giaciono abbandonati sul campo della pugna : nelV oscurità 
silenziosa della notte, incerti della loro sorte, impotenti a 
muoversi, si chiamano, si riconoscono alle voci, si scambiano 
le notizie e gli addii che credono gli estremi, e da ultimo la 
loro voce si unisce nel grido di Viva V Italia. È una scena 
di così grandiosa e sublime semplicità che par staccata dai 
poemi omerici. 

La nostra edizione riproduce integralmente Vautografo che 
benedetto Cairoli consegnò a Federico Napoli e del quale il 
Ferrari trasse una copia. La lettera con cui il signor Napoli 
volle cortesemente permetterne la pubblicazione è ispirata a così 
nobili sentimenti che non possiamo trattenerci dal metterla 
sotto gli occhi dei lettori come degna prefazione agli scritti 
di Giovanni Cairoli. 



« Roma, 7 gennaio 1899. 

« Caro Ferrari, 

« Mi pare quasi superfluo darti l'autorizzazione di pub- 
« blicare il giornaletto di Giovannino Cairoli relativo a 
«Villa Glori: — ma poiché tu la chiedi la dò con tutto il 
« cuore. Anche se tu, senza interpellarmi, lo avessi fatto. 
« non mi sarebbe mai venuto in mente di rimproverartelo, 
« che anzi ti avrei dato lode di curare con affetto e vene- 
« razione una memoria così cara e gloriosi. E og<;i sin- 
« polarmente in Italia, ove tanto scarso è divenuto il culto 



i8 7 

« delle cose belle ! e alla quale a ragione potrebbe rivol- 
« gersi l'apostrofe di Giacomo Leopardi : 

O Italia, a cor ti stia 
Fare ai passati onor, che d'altrettali 
Oggi vedove son le tue contrade 
Né v'è chi d'onorar ti si convegna 1 

« E saranno malinconie di noi vicini al tramonto, vis- 
« suti in altri tempi, con altri ideali, con altra religione ! 

« Quando sarà uscito il tuo volumetto che, non dubito 
« punto, riuscirà degno del fatto, non dimenticare di man- 
ce darne copia a Groppello, a Donna Elena. Là sono rac- 
« colte tutte le memorie di quelle anime buone e grandi, 
« anzi grandissime, e non deve mancare quella di un amico, 
« di un compagno d'armi. 

« Con tutto l'affetto 

« Tuo 
« Federico Napoli ». 



GIORNALETTO DI CAMPO 



GIOVANNI C AIR OLI (x) 



20 ottobre. - 8 */ 2 di sera. Partenza. 

21. - Si arriva a Pforcte] S[fondato] alle 9 1 / 2 pom. - 
Con T[abacchi] e col mio Enrico si va a C[orese] - Enrico 
resta, io e T. torniamo a P. S. 

22. - Alle 4 e mezza ant. partenza per C. - Parlo alla 
mia sezione. Dietro ordine del capo (il mio caro Enrico) 
la dispongo di guardia. 

Incomincio a conoscere la mia sezione; le prime quattro 
squadre m'ispirano molta confidenza; poco la quinta in 
causa di due individui che mi sembrano troppo ciarlieri 
per quei momenti serii. - Il capo della prima squadra viene 
incaricato dal Comandante (il mio Enrico) di una missione 
speciale. 

Alle 3 circa si parte dopo aver ricevuti i fucili. (2) 

Verso la 1 di notte si arriva alla foce del Teverone 

dove troviamo la squadra ch'era stata distaccata la quale 

avea terminato d'eseguire l'incarico avuto. - Il capo della 

5 a squadra viene incaricato d'una missione speciale. - 



(1) Le parole in corsivo e fra parentesi quadre sono aggiunte da noi. 

(2) Il Cairoli ha cancellato le seguenti parole : Fui incaricato di 
dirigere V imbarco. 



190 

Ci fermiamo a 2 miglia da Roma. Stiamo ad aspettare 
un paio d'ore, poi si passa in un bosco per un'apertura 
praticata in una siepe dalla 3* squadra della mia se- 
zione. Spuntando il giorno, ho l'ordine di occupare in 
fretta il monte, che è a ridosso del bosco. Accenno alla 
necessità d'occupare la casa che è alla sommità del monte. 
Il Comandante (il mio Enrico) mi risponde di fare. Occupo 
dunque la casa colla mia sezione, dopo averla perlustrata 
con la i a squadra colle debite cautele. 

23 - Alle 6 l ( 2 avviso il Comandante che la posizione 
è occupata sicuramente dalla mia sezione, per cui può 
esserlo anche dalle altre due. Di lì a poco tutta la com- 
pagnia è installata nella casa. L'Aiutante Maggiore visita 
la posizione per disporre poi le sentinelle. I fucili, essendo 
stati lasciati nel bosco, perché s'era stimato sconveniente 
il sormontare attraverso luoghi rischiarati dal sole, io 
chiedo al Comandante (il mio Enrico) d'essere incaricato 
di farli introdurre in casa. Eseguisco in mezz'ora l'opera- 
zione colle debite precauzioni. Più tardi si tiene consiglio, 
presieduto dal Comandante, fra i Capi sezione, 1' Aiutante 
Maggiore e P^/o^z']. Si decide d'aspettare, disposti a di- 
sperata resistenza. - Si scrive a R[owa]. - Dietro mia proposta 
si decide occupare la casa del vignajolo ove stanno i vi- 
veri. - L'occupo io colla prima squadra, quindi vi colloco 
anche la 2 a ; le altre tre hanno ordine di tenersi pronte. - 
Dietro ordine visito gli avamposti che trovo bene collo- 
cati. - Più tardi sono avvisato dal Capo della squadra 
lasciata di guardia alla casa del vignajolo essere passato 
in vicinanza un drappello di dragoni a perlustrare; probabile 
dunque un prossimo attacco. Ne avviso il Comandante e 
chiedo di portare in quella posi/ione tutta la mia sezione 
coi fucili. Eseguisco L'operazione e mi stabilisco là io 

pure. - Un'ora e mezza più tardi, verso le 5 1 4 poni., si 

presentano i papalini al cancello della vigna; è una com- 
pagnia di Carabinieri esteri. - Mando subito ad avvenire il 

Comandante e dispongo in catena la mia sezione una 

Squadra nella casa, alle finestre, che poco dopo colloco co Ile 



I 9 I 

altre. - Di lì a poco arrivano i colpi nemici; dobbiamo 
soffrirli per buon tratto senza tirare, stante l' inferiorità dei 
nostri fucili. Quindi faccio aprire il fuoco. Arriva il Coman- 
dante (il mio Caro Errico) e mi ordinò di ripiegare verso la 
casa grande; si eseguisce nel massimo ordine. - Moruzzi è 
ferito da due palle; io e Campari facciamo ogni sforzo per 
poterlo trasportare ccn noi, ma inutilmente; siamo costretti 
a lasciarlo sul terreno. 

Poco dopo è ferito Castagnini. 

Ripiegata la sezione fino all'ultimo risvolto della strada 
che conduce alla casa grande, la stabilisco di nuovo in 
catena sulla linea delle altre. Dopo poco spuntano i pa- 
palini. Grido « W. Italia ! » che, proferito, è ripetuto da tutti 
con entusiasmo. - Il Comandante comanda la carica alla 
baionetta e si slancia alla corsa verso il nemico; io lo seguo 
con tutta la sezione. - Vedendo il Comandante (il mio 
Enrico) troppo distaccato da noi, lo chiamo: — «Aspetta, 
Enrico, che andiamo uniti ». - Ei mi aspetta. Arrivatolo, 
m'accorgo che il mio revolver non funziona bene; lo 
aggiusto, sparo un colpo nella direzione del nemico, quindi 
con Enrico monto la scarpa sinistra sulla strada ed entro 
nella campagna ad inseguire i fuggenti. - Alcuni si sono 
fermati ; il Capitano è fra essi. - Ci dirigiamo a lui (che 
ci prendeva di mira con una pistola) coi revolver spianati. 
Enrico sparò ; in quel momento vedo un carabiniere diretto 
contro di lui; mi gli slancio addosso e trovando nuova- 
mente il mio revolver ribelle allo scatto, glielo percuotei 
furibondo sul viso. - Dopo un istante di mischia furiosa, mi 
trovo accanto (sulla sinistra) d'Enrico mio e circondato; 
una scarica ci fa cadere nello stesso istante. - Appena a 
terra ci vediamo barbaramente assaliti alla baionetta ; ci 
feriscono ancora, e fuggono seguiti dalle nostre impreca- 
zioni di « Vigliacchi !» e « Birbanti ! ». (i) 



(1) Qui il « G-iornaletto » si interrompe e dopo una pagina bianca 
ricomincia nella pagina seguente che è la 16*. 



192 

Passai alcuni istanti in una specie di letargo ; appena 
svegliato [mi parve] d'essere stato sotto l'incubo d'un 
sogno, ma subito fui chiamato alla triste realtà dalla voce 
del mio Enrico e dai dolori delle ferite. — « Muoio » mi 
disse il fratel mio. — « Io pure » replicai. — « Povera la 
nostra Mamma ! » ripigliò Enrico. - Poi gli si aumentò 
l'affanno; aveva due gravi ferite al petto, l'una ch'io non 
poteva scorgere, l' altra all' angolo destro della bocca. - 
Feci il possibile per dargli aiuto ; non potei altro che pre- 
stargli debole appoggio del mio braccio destro. - Soffriva 
assai il mio Enrico, ma emetteva pochi lamenti. - Riprese: 
— « Desidero essere seppellito a Groppello » - poi, dopo 
un istante di silenzio: — «Salutami Mammina, Benedetto, 
Minoja» - fece uno sforzo supremo per dirizzarsi sull'anche, 
e ricadde. - Il mio Enrico spirava. - Gli mandai un bacio 
come potei. Poco dopo io pure sentiva vicinissima la 
morte; la sordità, abbondantissimo il sangue (specialmente 
dal capo), l'emozione della morte del fratello, la posizione 
incomodissima m'avevano procurato un affanno tale che 
parea il rantolo dell'agonia. - Soffriva tanto che affrettava 
col desiderio la morte - Accorgendomi dai lamenti d'aver 
alcuni de' nostri a poca distanza pure feriti, dissi: — «M'è 
morto Enrico in questo momento ». - Alcune voci impron- 
tate da profondo dolore mi risposero, una tra l'altre (quella 
di Bassini) con queste parole: — «Vorrei potermi avvici- 
nare per baciarlo» - Aggiunsi: — «Io pure muoio. Salu- 
tate la mia Mammina ; desideriamo essere seppelliti a 
Groppello». - Dopo poco riprendeva: — «Ci resta però 
la soddisfazione d'aver fatto il nostro dovere, siamo caduti 
da forti». — «È vero! » risposero tutti quei dolenti 
amici — « W. l'Italia!» aggiungevano (1) ancora in coro 
con voce fioca. - L'affanno diminuiva sensibilmente, sicché 
più distinti mi si facevano i rumori all'intorno. - Distin- 
guevo i lamenti del povero amico Mantovani d.\ quelli di 
Papa/./.oni e di Bassini, poi udii chiaramente una voce in 



(i) Primi iivdv.i toritto: MOfmoroMMOi 



193 

lontananza gridar « Aiuto ! » - Si aspettava ansiosamente 
d'essere soccorsi, qualcuno che venisse almeno ad inumi- 
dirci le fauci ardenti per la sete ; invano. - Parlo di ten- 
tare uno sforzo per alzarmi ; Bassini dice tentare d'aiutarmi. 
Due volte mi provai, ma ricaddi estenuato di forze col- 
Paffanno di nuovo aumentato. Alla terza prova, tentata 
dopo non breve intervallo, riuscii e mi trovai in piedi. - Mi 
provai a camminare, lo potei barcollando. - Bassini ebbe 
la stessa sorte. - Ci accompagnammo V un P altro fino a 
cercar la strada ; lo potemmo con molto stento per uno 
dei punti meno scoscesi della riva. Arrivati sulla strada non 
sapevamo qua! direzione prendere; la mente indebolita pel 
sangue perduto non sapeva a sufficienza raccapezzare le idee 
per condurci a qualche punto ben conosciuto, tanto più che 
P oscurità era grande. Finalmente io potei orizzontarmi ed 
additare con quasi certezza la direzione della casa del vi- 
gnaiuolo. Presici sottobraccio c'incamminammo alla meglio 
a quella volta ; non avevo errato : di lì a poco la trovammo. 
Entrammo sotto il porticato che nella giornata ci aveva 
servito di corpo di guardia ; udiamo un lamento; ci avvici- 
niamo; è Moruzzi disteso su d'uno strato di paglia. Mi 
prega di cangiargli posizione alla gamba ferita; l'aiutiamo a 
grande stento. - Quindi io mi porto fuori e mi trascino 
fino all'uscio di casa ; batto, non si risponde ; replico, odo 
una voce cui rispondo, e mi viene aperto. Quei bravi 
coloni mostrano gran dispiacere al vedermi ridotto in quella 
guisa. - Parlo loro di mio fratello morto e degli altri com- 
pagni feriti che attendono soccorsi; li supplico di accorrere a 
raccoglierli, quindi, estenuato di forze, mi corico su d'un 
letticciuolo che mi vien preparato. Mi si prodigano molte 
cure, mi fasciano le ferite alla meglio ; quella del capo ne 
aveva specialmente grande bisogno. Passo cosi alcune ore 
tormentato dalla debolezza e più dalla sete che ogni tanto 
vo smorzando con un po' d' acqua che quei pietosi mi 
porgono ; grandissima è poi l'agitazione d'animo per la 
cocente rimembranza del mio Enrico spento, e pel peri- 
colo dei miei dolenti compagni che forse sono ancora 

14 



194 

stesi sul terreno in attesa d'aiuti, e che io non posso vo- 
lare a soccorrere. Qual pena, mio Dio ! Ad ogni tratto 
chiamo qualcuno e rinnovo la preghiera (i) dan pro- 
messa, non mai la consolazione di cedere sulP istante alle 
insistenti mie domande. 

Riesco solo a sapere che fu portata dell'acqua ai due 
rimasti sotto il porticato, Bassini e Moruzzi. - Fra quelle 
angoscie spunta il mattino ; se il tempo ha sensibilmente 
scemata la debolezza fìsica, vieppiù ha aumentata l'agita- 
zione morale. - Il letto mi pare di carboni accesi. - Mi alzo. - 
Mi dicono essere stati nella notte levati i feriti dal campo; non 
si sa se dai nostri o dal nemico, e ricoverati nella casa prin- 
cipale. - A quella nuova procuro d'accelerare l'operazione 
del vestirmi, o meglio del farmi vestire. Sono in piedi, 
debole sì, assai, ma capace di camminare coll'aiuto di un 
bastone, che mi viene collocato in mano. Esco e mi dirigo 
verso la casa grande, deciso a penetrarvi. - È in mano dei 
nostri, pensai, e niente di meglio potrei fare ; è del 
nemico e dividerò la sorte dei miei compagni. - A ciò 
insomma in ogni caso sono deciso, trovare la sorte 
istessa dei miei amici. - Arrivato al tratto di strada che 
corrisponde al campo del combattimento, non so impedirmi 
dal valicare la scarpa e dall'entrare. Fucili, qualche re- 
volver stanno sul terreno. - Mi porto fin sul luogo in cui 
cademmo io e il fratel mio, in cui egli spirò. - Oh sì, ne 
son certo, l' ho perfettamente riconosciuta quella sacra 
zolla ! Raccolsi un pugno di terra e lo baciai ; il bravo 
contadino che mi seguiva ne fu commosso vivamente. - 
Procedo per la mia strada ed arrivo in pochi minuti alla 
casa. - Un fazzoletto bianco applicato ad un bastone è messo 
in vista presso la porta. - Penetro nella prima camera e 
parmi dall'aspetto (senza sapermi abbastanza spiegare tale 
impressione) che la casa debba trovarsi in mano del ne- 
mico. - Ciò malgrado senza esitare un istante (non ero io 
£>ià deciso per ogni caso?) entro nella seconda cani 



BOnO ni. une pftrolfl inintrllogiblli. 



195 

Qual momento di mesto conforto. - Due compagni feriti 
stesi su due pagliericci riconosco sull' istante; Moruzzi e 
Papazzoni ; due altri vedo dirigermisi incontro col volto im- 
pressionato della più cara sorpresa. Uno è l'intimo amico 
Campari, l'altro il bravo Fiorini cremonese; ci abbracciamo 
con trasporto. - Mi dicono che la mia apparizione riesce loro 
tanto più cara per ciò che mi ritenevano morto, mi aggiun- 
gono che tale persuasione si son portata seco i compagni 
che in numero d'una sessantina nella notte abbandonarono 
la casa per unirsi, dopo ben lunga strada, alle bande. - Nella 
casa son rimasti i feriti e tre bravi amici a soccorrerli ; Cam- 
pari, Fiorini, Colombi. - Avute in tutta fretta codeste infor- 
mazioni, domando a stento del corpo del mio Enrico. — « É 
là » (mi dicono accennando alla camera vicina) « assieme a 
quello del povero Mantovani ». — « Lui pure ! » - dissi - 
« Buon amico. Morto forse per ritardo di soccorsi ». - 
E qui scacciava il pensiero che se fossi riuscito a spe- 
dire subito gli uomini del vignaiuolo a raccogliere i feriti, 
forse i soccorsi non sarebbero riusciti inefficaci al bravo 
Mantovani. Mi levarono l'acuta spina facendomi intendere 
come gli altri compagni feriti fossero stati tolti dal campo 
ben poco più tardi di me. Ciò per l'opera di Tabacchi e 
di Stragliati. - Mostrai l' intenzione di vedere il fratel mio, 
ma ne fui impedito dalle esortazioni degli amici. Mi recai 
a veder a stento (i), come poteva, tutti gli altri compagni 
feriti; trovai a letto Bassini e Colloredo; Ferrari e Casta- 
gnini in piedi, feriti ambedue al braccio; tutti mostrarono 
in vedermi grande sorpresa. - Più tardi non seppi resistere 
alla tentazione di vedere il mio Enrico, vinsi le esorta- 
zioni degli amici, ed entrai nella stanza dei morti, quella 
stessa nella quale con tanto ardore il mattino si era te- 
nuto consiglio sotto la direzione del mio spento fratello. - 
Entro e scorgo i cadaveri dei due amici, l'uno accanto 
all'altro : mi chinai sul mio Enrico e lo baciai in viso. - 
Qual consolazione, mio Dio ! - Il buon Campari mi strappa 



(1) Prima voleva scrivere : lentissimamente. 



a forza da quella camera. - Scorgendo il bisogno che ì 
feriti fossero alla meglio medicati penso recarmi a racco- 
gliere delle bende alla casa del vignajolo. - Mi faccio 
accompagnare da Campari. - Là arrivati, riceviamo dai 
bravi coloni quante pezzuole ponno raccogliere. - Campari 
scrive un biglietto indirizzato all'autorità militare di Roma, 
in cui si dà avviso di feriti che richiedono pronti soccorsi. 
Come avrei voluto risparmiarci tale passo; ma (per non 
parlare del mio stato) quello in cui si trovavano Moruzzi, 
Papazzoni, Colloredo, lo richiedevano imperiosamente. - 
Si vinse dunque la ripugnanza, e si consegnò il biglietto 
al vignaiuolo perchè lo portasse in Roma, raccomandan- 
dogli però di non consegnare il biglietto che in extremis. - 
Neil' uscire ci vien dato avviso essere stato ricoverato un 
ferito dei nemici sotto il porticato. - Entriamo a visitarlo. - 
Appena ci scorse mostrò temere assai, lo rassicuriamo colle 
parole seguenti : — « Per noi il nemico, quando ferito, 
diventa sacro ». - Gli atti accompagnarono le parole. - Ci 
mettiamo, io pure, benché sofferente per le avute ferite, a 
medicargli la grave ferita. - La coscia è trapassata da una 
palla. Ma si riesce alla meglio a togliergli di dosso le robe 
ed a fasciarlo. - Durante la operazione brevi interrogazioni 
mi fan sapere essere il ferito un Perugino già da diversi 
anni arruolato nell'armata pontificia. — « Renitente » - gli 
dissi - « della nostra armata forse? » — « No » - rispose - 
« emigrai da giovinetto e m'arruolai nell'esercito pontificio ». 
- Sciagurato, pensai, hai tradito la tua patria ! - Né perciò 
vennero meno le mie cure. - Il nemico ferito, pensai ancora, 
è sacro. - Terminata alla meglio la pia bisogna, si tornò alla 
casa grande presso gli altri compagni. Discorrendo dei casi 
nostri si previde la probabilità di esser assaliti da distacca- 
menti di truppe talmente inspirate a sensi di crudeltà d.\ 
voler scorgere nel nostro ricovero un nido di banditi, an- 
ziché un ospedale di feriti, ed agire di conseguenza, cioè 

perpetrare un orribile massacro, una Strage di individui 
storpiati in mille guise dille ferite. In tal caso, conchiu- 
devamo, quel po' d'armi che ci e qui rimasto, servila per 



197 

vendicarci alla meglio, per impedirci di morire come le 
pecore sbranate dal lupo. 

Poco dopo questo discorso udiamo rumori d'armati, guar- 
diamo fuori, è un distaccamento di zuavi (a cui stan mi- 
schiati alcuni gendarmi) che s'avvicinano. In pochissimo 
tempo sono arrivati ad una cinquantina di passi dalla casa. 
Vedo diversi di essi spianare il fucile verso la porta ; in 
quella direzione sta appunto coricato su di un pagliericcio 
il ferito Moruzzi. - Visto il gran pericolo mi mostro sulla 
soglia della porta levando in pari tempo il fazzoletto di 
tasca agitandolo. Lo credevo bianco, mentr'era orribil- 
mente insanguinato. Allora vedo uno di essi che punta il 
fucile, affretto il passo e balzo (come le ferite ponno per- 
mettermi) fuori della casa esclamando : — « È una casa di 
feriti !» - Né per questo si desiste dal tenere spianato i fucili 
su di essa e sui bravi compagni Campani e Fiorini che 
senza perder tempo mi han tenuto dietro. Alla fine si mo- 
strano persuasi, non del tutto però; abbassano le armi, ma 
stanno ancora alcun poco in sospetto. Il mio aspetto di 
uomo assai malconcio da ferite contribuisce a tranquilliz- 
zarli vieppiù. Allorché si son fatti a noi vicini dico loro : 
— « Che mai volete che io vi faccia colle quattro ferite che 
tengo? - Se poi siete in dubbio sui nostri compagni che 
stanno in casa, vi aggiungo : - Sono nelle vostre mani ; 
quando uno solo dei compagni porti le armi contro di voi, 
uccidetemi ». — « Noi pure » - esclamano ad una voce 
Fiorini e Campari ed il ferito Ferrari, che a noi s'è aggiunto 
in quel momento. -Cinque o sei zuavi sotto condotta d'un 
sergente entrano in casa per perlustrarla ; questi prima d'en- 
trare ci affida in consegna di quelli rimasti fuori con que- 
ste eroiche parole : — « S'ils bougent, enfllez-les tous le 
quatre. » — « Anima di fango ! » non potei a meno di dire 
fra me accompagnando il pensiero con una fosca occhiata. 

Per tutto il tempo della perquisizione rimasi in non poca 
pena: temeva per quei poveri compagni feriti, temeva pel 
cadavere del mio Enrico, per quello dell' amico Mantovani. 
L' idea che potessero essere manomessi mi dava racca- 



priccio. - In quel punto arrivava un ufficiale dei gendarmi. 
Scendeva da cavallo e poneva il piede in casa. Capii alla prima 
parola ed al far burbanzoso essere egli un francese. Onde 
gli dissi mentre entrava : — «Monsieur le lieutenant : je 
vous prie. Il y a là dedans le cadavre de mon frère » — 
« Eh bien » - mi risponde entrando - « s' il est mort je ne 
puis pas lui faire du mal ». — «Anime di fango ! » dissi 
fra me una seconda volta e con maggior cruccio della 
prima. - Ormai avea diritto di dirlo in plurale. - Si 
fruga per ogni canto. - Sono portate fuori le armi e 
pressoché tutti i fucili e diversi revolvers. Questi ultimi 
sono intascati, i primi spaccati in due all' impugnatura. 
Provai non poco dolore in mirare quell'opera di distru- 
zione. Il soldato s'affeziona presto all' arme che porta per 
quanto cattiva ! Più di tutto il soldato della libertà che 
deve adoperarle per uno scopo santo. Basta ; anche questo 
strazio (per altro assai minore di quello che in questa circo- 
stanza ebbi già a subire) c'era riservato. - Però dura poco, 
tanto è lo zelo spiegato da quei bravi nel distruggere le 
armi nostre. - Terminata la perlustrazione e l'opera di di- 
struzione, se ne partono a far ricerca per la campagna dei 
nostri commilitoni partiti nella notte. — « Oh non riusci- 
ranno certo a raggiungerli ! » ci diciamo fra noi. - Passa 
così un altro paio d'ore poi ricompare la stessa compa- 
gnia di zuavi a ripetere in fretta una seconda perlustra- 
zione, dopo di che se ne partono. - Passano altre ore ed il 
bisogno dei soccorsi medici ai feriti si fa vieppiù impe- 
rioso, specialmente pel povero Moruzzi ch'è attaccato dai 
più vivi spasimi. 

Sull' imbrunire udiamo rumor di carri, quindi vediamo 
a spuntarne diversi misti a carrozze, il tutto scortato da un 
forte drappello di gendarmi (i). - M'affretto a fare un'altra 
mestissima visita alia stanza dei morti prevedendo di do- 
verne essere assai presto distaccato. - Bacio ancora in viso 
il mio Enrico, Stringo nelle mie le mani sue gelate ! L'ul- 

(1) 11 Oairoli l-a (*..iiic»'llnto : « ()ss>r,iamo il capitano, con mocN abha- 
ttanza coitati ri eh ino di n<*i >. 



i 9 9 

timo bacio, l'ultima stretta di mano su questa terra ! Ugual 
segno d'affetto volevo dare all'amico Mantovani, ma me lo 
impediva, trascinandomi fuori, il buon Campari che teme 
la soverchia commozione m'aggravi lo stato delle ferite al 
capo. Ei compie la pia bisogna di staccare due ciocche di 
capelli ai due poveri spenti, e mi rende possessore del pre- 
zioso ricordo di morte. - Usciamo ad attendere il nuovo di- 
staccamento di nemici che sta per arrivare. - Son già alle 
porte della casa. 

Il capo del distaccamento (Capitano) con modi abba- 
stanza cortesi ci chiede il nome ad ognuno di noi, quindi 
ordina una perquisizione della casa ad un suo subalterno. - 
Io mi annuncio al Capitano quale capo degli individui ri- 
masti nella casa e domando di accompagnare per tale mia 
qualità il sergente incaricato della perlustrazione, onde dargli 
le necessarie dilucidazioni. Lo desiderava per ovviare ad 
ogni inconveniente, e per vedere un'altra volta il fratello 
mio e l'amico spenti. Mi risponde affermativamente il Ca- 
pitano, ma lasciatimi fare alcuni passi, mi richiama e mi 
invita a star quieto, a riposare su d'un saccone. - Capisco tal 
richiamo essere stato cagionato dalle osservazioni che l'amico 
Campari, sempre temendo per me scosse fisiche e morali, 
doveva aver fatte al Capitano. - La perlustrazione fece 
nascere un piccolo inconveniente. Si pretendeva aver trovato 
nella casa un individuo in meno del numero che vi si trovava 
al mattino. Causa di ciò fu uno sbaglio commesso dall'Uffi- 
ciale francese dei gendarmi che al mattino era venuto, e 
che ora accompagnava il Capitano. Le franche nostre assi- 
curazioni finiscono per convincere dell'errore commesso, 
della nostra lealtà. - Dopo la perlustrazione si dà mano a 
collocare i feriti sui carri e carrozze. Per mettere al posto 
il povero Moruzzi non poca fu la fatica e la pena morale, 
tanto il corpo suo martirizzato dalle ferite era sensibile ad 
ogni scossa. - Per gli altri assai minori poterono riuscire 
i riguardi. Io fui messo in una carrozza assieme a Fer- 
rari, Bassini ed un impiegato (i) del tribunale militare. - 

(1) Prima aveva scritto: Per ultimo fui messo in una carrozza as- 
sieme a Ferrari, Castagnini ed un ufficiale impiegato. 



200 

Eravamo già sulle mosse per partire quando udii il Capi- 
tano profferire le seguenti parole : — « Abbiamo allocati 
per bene tutti questi, ma non abbiamo ancora pensato al 
nostro ferito » - alludeva al carabiniere che io e Campari 
avevamo medicato al mattino. Incontanente dissi: — «Non 
vi sarà per ciò difficoltà : io mi metterò al cassetto > — 
« Ed io » - aggiunse Ferrari - « andrò a piedi ». — « No » 
- rispose il capitano - « non v' è bisogno di ciò » - e 
mostrò di capire d'aver tocca con quella sua brutta escla- 
mazione la nostra delicatezza. - Colsi l'occasione per ripe- 
tergli le vive domande (che già al principio gli aveva 
rivolte) circa al corpo del mio Enrico, cioè che mi fosse 
accordata la licenza di farlo collocare in una cassa di zinco, 
e che si chiedesse per ciò la superiore autorizzazione di 
farlo trasportare nella tomba di famiglia a Groppello. - 
Intanto essere assolutamente necessario (aveva bisogno 
d'esserne assicurato) che tanto le sue preziose ossa quanto 
quelle dell' amico Mantovani fossero inumate in luogo ben 
distinto con ogni debita indicazione. Il Capitano mi tran- 
quillizzò sul supremo argomento con ogni sorta d'assicu- 
razioni. Montò quindi al cassetto della nostra carrozza e 
diede l'ordine di partenza per tutto il convoglio. 

Prendiamo dunque la direzione dell' Eterna Città sotto la 
scorta dei gendarmi. Entriamo per la Porta del Popolo che 
troviamo barricata con ogni cura, e ci fermiamo davanti la 
Caserma di gendarmeria ch'è presso la Porta. In quei pochi 
momenti di fermata quanti pensieri mi passarono per la 
mente indebolita: prima soavi, poi tristi, cocenti quai ferri 
roventi ! Tali rimembranze, rimembranze di cari momenti 
passati col mio Enrico nelle altre due visite fatte a Roma. 
Se dirigo lo sguardo all' Obelisco, corre alla mente il ri- 
cordo di quelle sere in cui dopo lunghe passeggiate sul 
Corso ci fermavamo a riposare sui gradini che gli fan 
corona, a riposare contemplando l'effetto sui monti del- 
l'astro della sera. Se guardo al Pincio, mi rammento le 
passeggiate Dell'ora del crepuscolo, i discorsi animati che 
tra noi si facevano contemplando dal terrazzo lo stupendo 



201 

panorama di Roma; discorsi sul passato, sulle grandi me- 
morie dell'Eterna Città, sull'avvenire, sul prossimo avve- 
nire. - A questo punto del discorso i nostri sguardi sempre 
convergevano su Castel S. Angelo e più animata facevasi la 
conversazione. Ma lasciamo la triste memoria eh' è troppo 
fissa, perchè possa già contenere alcunché di soave; è ri- 
membranza che arrovella il cuore. 

Riprendiamo il cammino e per Ripetta dopo non breve 
tratto si taglia a destra, si passa sul Ponte S. Angelo e si 
fa sosta al Castello, Qui discendono e vengono rinchiusi 
Campari e gli altri due compagni sani. 

Noi procediamo per 1' Ospedale di S. Spirito. Vi troviamo 
gran movimento cagionato dal nostro arrivo; gente alla 
porta, monache, infermieri, soldati sotto l'atrio. - Quel 
po' di confusione ritarda l'operazione del trasportare all'in- 
terno i feriti. Passò per certo più di mezz' ora prima che 
ad ognuno fosse assegnato il letto ; s'ebbe il riguardo di 
raccoglierci tutti in una sola camera. - Grande era per 
me il bisogno di riposo, avendo il capo molto addolorato 
specialmente per le scosse della vettura. I medici quasi 
subito ci passarono la visita e ci medicarono. Mi si tro- 
varono quattro ferite tutte però abbastanza leggere ; due al 
capo, di baionetta e di palla strisciante, due altre di baio- 
netta al dorso quelle che m'erano state regalate quan- 

d' era già a terra privo di forze. 

Poco dopo i medici ebbimo visite di frati e preti; ad 
uno di questi (il Cappellano dell' Ospedale) parlai di ciò 
che tanto m'era a cuore, il trasporto della salma del mio 
Enrico, e lo trovai dispostissimo ad interessarsene. Fra le 
numerose persone che accorsero a vederci, ma che però 
non s'intrattennero con noi, mi venne additato il Cardinal 
De Merode(i). 



(1) Segue a questo punto una pagina tutta cancellata, nella quale 
sono scritte con poche varianti alcune righe che già si leggono nella 
pag. 194: probabilmente il Cairoli, avendole scritte per errore qui, le 
ha poi cancellate e poste al loro luogo. Si riprende quindi il racconto 
con la pagina seguente, che è la 74 a . 

14* 



202 

25. - Passai una notte agitatissima : oltre all'immensa in- 
quietudine morale dipendente dal continuo pensiero della 
perdita del mio Enrico, una febbre ardente m' ha pure 
tenuto il corpo in grande orgasmo. I medici, dopo aver 
viste le ferite, mi ordinarono un salasso che poco dopo 
mi vien fatto dalle Suore di Carità. - Rivedo il Cappellano 
dell'Ospedale che mi assicura d'avere scritto al Capitano dei 
Gendarmi sull'argomento che tanto m'é a cuore, il tra- 
sporto del mio Enrico. - Più tardi entra nella nostra camera 
il Generale Zappi accompagnato dallo stesso Capitano dei 
Gendarmi; mi dice di star pienamente tranquillo circa al 
supremo argomento : l'autorizzazione m'è accordata. Ciò mi 
consola assai. Chiedo mi si permetta d'assistere ai funerali. 
N' ho risposta negativa. 

Alla sera mi vien fatto dalla suora un altro salasso. 

26. - La notte fu più tranquilla della precedente, solo fisi- 
camente però, s'intende. Gli altri amici feriti in complesso 
migliorano, fuorché Moruzzi, che mi dà qualche pensiero. 
Scrivo all'intimo amico di me e del povero mio Enrico, 
Minoja, l'informo dettagliatamente della tristissima digrazia 
e di quanto mi concerne. Tale sfogo servì a sollevarmi 
un poco l'animo. Fin dal giorno innanzi, mi scordai dirlo 
più indietro, aveva scritto all'amico deputato Cadolini, rac- 
contandogli il tutto ; l'impegnava a voler mandare al più 
presto qualche stretto conoscente a Roma per combinare 
il trasporto delle preziose salme. - Lo scopo principale 
che mi spinse a scrivere le prime mie lettere a questi 
due amici si fu di fare in modo che la sciagurata novella 
della subita perdita immensa arrivasse il meno possibile 
crudamente a Mammina e a Benedetto. - In giornata altre 
persone vengono a visitarci tra le quali una signora inglese 
che sebbene di principii avversi ai nostri, mostrò molto 
interesse pei nostri mali. Non tutti certamente sanno ante- 
porre i doveri d'umanità a ogni altra idea; quando trovo 
perciò di tali persone, amo render loro pubblica lode per 
ogni mezzo mi si presenti. - Debbo però elire che dessi, 
la suddetta Signora, mi rivolse subito parole tali che certo 



203 

non s'attagliavano alla reciproca nostra posizione di tri- 
bolato cioè (moralmente anzitutto) e di consolatore. - 
Mi disse: — « Fu commesso l'altro ieri (22) un atto di bar- 
barie contro i nostri soldati; fu fatta diroccare col mezzo 
d'una mina una casermadi zuavi... ». - Tutto ciò con tal tono 
che voleva certo farmi comprendere il rimprovero al par- 
tito al quale io appartengo, al partito dell'indipendenza e 
del mio paese. - «Signora » - risposi - « se si dovesse forma- 
lizzarsi di certi atti isolati, darne tutta la colpa ad un intiero 
partito, noi ne avremmo per certo maggior diritto per quanto ci 
accadde l'altra sera nel combattimento in cui restammo feriti. 
La maggior parte di noi ebbimo ferite di bajonetta quando 
già per altre ferite eravamo stesi al suolo privi di forze. Come 
può Ella, signora, qualificare tale condotta dei nostri nemici ? 
condotta forse di leali soldati ?» — « Non posso dar loro 
torto » - mi rispose con grande mio stupore la signora - 
« comprendo come nel bollor dell'azione tali scene possano 
succedere senza grave colpa di chi le commette ». — «Noi 
non ne siamo capaci » - ripresi con forza. - « Il nemico ferito 
per noi è sacro >. - Non replicò, certamente comprendendo 
com'io avessi piena ragione e si parlò d'altro. - Verso l'im- 
brunire sentimmo parlare di trasporto in altro ospedale di 
qualcuno di noi; tre, si aggiungeva. Poco dopo i medici 
vennero a visitarci e ci dichiararono tutti non trasportabili. - 
Nel mentre ci rimettiamo dall'apprensione di essere se- 
parati gli uni dagli altri, in cui quella notizia di traslo- 
cazione ci aveva gettato, alcuni gendarmi entrano nella sala 
a chiamare i n. 1, 3 e 7, me, cioè, Bassini e Castagnini. - 
Temendo il trasporto ad altro luogo non riuscisse fatale 
a Bassini ch'era in quel momento il più aggravato di noi 
tre, pensammo far avvisati i medici dell'ordine strano, che 
contro il loro consiglio ci era stato dato. (1) 



(1) Qai flnlsee il «Giornaletto di Campo» di Giovanni Cairoli: 
eonsta di 82 pagine e due righe ed è scritto tutto a lapis. 



205 



NELLE CARCERI PONTIFICIE, (i) 



Sono prigioniero solo in una segreta, porto nel 

cuore lo strazio della recentissima perdita d'un diletto fra- 
tello, l'atroce ricordo del momento in cui me lo vidi ca- 
dere sotto gli occhi coperto di ferite e spirare. Non scorre 
dunque lieto per me questo giorno. Ma quanto più tetro 
a te ! .... Pure oltre al respirare la pura aria che ci ha dato 
Iddio, oltre al vederti d'attorno tutta la tua famiglia, altri 
assai su di me hai di que' vantaggi che fan lieta la vita. 
Un nome glorioso: di qual gloria non te lo vo' ancor 
dire. ... ma pur glorioso od almeno famoso per tutta Eu- 
ropa, pel mondo, mentre io non son noto che alla mia 
città natale. Sommo potere ti sta nelle mani sopra molti 
milioni di uomini, mentre io non ho potere che sul cuore 
de' miei diletti. 

Come mai dunque saran più tetre a te le ore di que- 
sta giornata? Ecco. - Io sono prigioniero, ma la stessa causa 
della mia cattività m'è di grande conforto. . . che dessa fu 
l'aver obbedito ai doveri di cittadino. Piango un fratello, 
ma lo stesso genere di cruda sua morte m'è di conforto: 
sul campo dell'onore combattendo per la Patria. - Il mio 
nome è noto a pochi, ma so di certo che suona onestà. 
Non ho potere, ma mi basta F affetto de' miei cari e i 
pensieri che da questo luogo di solitudine rivolgo ad essi 
ad ogni istante, sono un altro conforto, che assieme a quelli 



(1) Queste parole sono scritte sulla copertina del e Libretto-Giornale» 
scritto nelle Carceri Nuove di Roma. 



20Ó 

che t'ho già enumerato scema d'assai la tristezza delle ore 

che qui vo passando prigioniero. - E tu? Io so che 

che l'alba di questo giorno (2 dicembre) t'ha portato in- 
torno una luce insopportabile, attraverso la quale ti si fan 
vedere larve da far raccapricciare anche un cuore incenerito, 
il tuo. - Più di tutte si fan rimarcare due figure di donna I 
desse formano il fondo importante del quadro, il fondo della 
tetra tua visione. Non t'impedisce, no, di distinguerle perfet- 
tamente il bagliore delle dorate pareti, né d'udirne la voce 
l'eco del tuo nome ripetuto da tutti i confini della Europa, 
da ogni costa di mare ai monti, cieli. . . . Eccole quelle due 
larve. - Belle tutte due queste figure di donna. . . , ma di 
aspetto indebolito e triste. L'una ha le impronte d'una fe- 
licità trascorsa ed una tal qual aria di naturai gaiezza di 
vanitosa baldanza traspare attraverso quel velo di tristezza: 
le smunte sue labbra sembra che conoscano il riso ! Forse 
ieri stesso, la notte scorsa dessa ha passato tra i gaudi e 
tra le danze, e solo da stamane è ridotta d'aspetto sì triste. 
Ma perchè? Eccolo, ella stessa lo dice. - Guardandoti 
cupamente ti mostra una data che ha scolpito nei ceppi 
che le legano le belle membra, quei ceppi che, strana cosa 
per vero ! non le riescono gravi tra i piaceri in cui passa 
l'ordinaria sua vita. - Ma quella data l'hai letta?.... Sì, 
perchè hai impallidito. - 2 Decembre ! - Ella ti parla ! Udia- 
mola. - Me misera ! Che solo in questa giornata sappia 
accorgermi dell'abisso in cui m'hai gettata ? Che solo questa 
funebre data valga a farmi sentire il peso delle catene di 
cui m'hai avvinta, e farmi scorgere le macchie di sangue di 
cui i miei figli, per te uccisi, m'hanno tinta? terribile pro- 
strazione questa in cui da tanti anni nella giornata d'oggi 
sono caduta ! Più ancora che quel sangue, quest'oggi io ho a 
rinfacciarti la corruzione che m'hai gettata Dell'animo, U mal- 
nata ambizione che vi hai instillata colle tue tenebrose arti. 
Queste splendide vesti di cui mi hai adorna nascondono ai 
miei occhi le obbrobriose catene di cui vocarca, e la fìnta 
parola di Gloria, Gloria, che ad ogni tratto vai abilmente 

sussurrandomi all'orecchio, m'hanno spinto più d'una volta, 



207 

(insensata!) a guidare i miei figli alla morte per sgozzare i 
figli delle mie sorelle. Prima intendeva comprendere la santa 
parola di libertà, anzi fui quella che prima la proferii, che 
la proclamai all'universo, attraverso le fitte tenebre del di- 
spotismo. - Ora, me misera, solo a brevi [intervalli] ne com- 
prendo il magico senso ; che tu ti sei dato ogni cura di con- 
fonderla nella mia mente con parole che altro non significano 
se non turpitudini. Un tuo parente m'ha pur una volta legata 
e come te colla violenza; ma poi, più che colle strette dei 
ceppi ed il veleno dei mali consigli, m'ha tenuta per varii 
anni soggiogata col fascino dell'alto suo Genio e dell'in- 
domabile energia. - Errai anche allora, anche sotto la guida 
del parente tuo più volte ho stretto di ceppi diverse mie 
sorelle. 

Ma pur al male che allora ho fatto andò mischiato gran 
bene nei colpi che ho dato al dispotismo : in quel vor- 
ticoso mio giro pel mondo, è sempre grandezza ! Allora 
insomma, già te lo dissi, sentiva legata la mia libertà 
dal fascino che m'ispirava l'Uomo di Genio, traviato sì, ma 
pur spesso generoso ; ora quando so scorgerle, le ritorte 
che m' avvinghiano m'ispirano ribrezzo.... mi sembrano le 
spire d'un serpente. - Ah vo' terminare il confronto. 
Quel tuo parente quanto generosamente ha chiusa la grande 
e colpevole sua carriera! Pensa qual parola l'animo suo 
seppe dettare a Fontainebleau in un momento di sublime 
infortunio.... qual parola ha scritto per troncare i mali che 
addosso ei mi aveva attirati. - Abdicazione ! - Ne saresti tu 
capace? - Il sogghigno che, anche in questo momento, in 
cui sei torturato da rimorsi, tu rivelasti a traverso il pal- 
lore del tuo viso, mi risponde di no. 

E lo so bene.... né su ciò confido per riprendere la li- 
bertà che in questa funesta giornata m'hai rapita. - Fuvvi 
un momento in cui sperai acquistar vera gloria sotto la 
tua guida, anzi per fermo l'ho acquistata ed ho fatto be- 
nedire il mio nome: quando al tuo cenno condussi i miei 
figli, or sono otto anni, a liberare una loro sorella, questa 
che ora mi vedi d'accanto e che unisce su te i suoi sguardi 



208 

di rimprovero ai miei per torturarti il cuore. Allora fu vera, 
santa gioia la mia, ben diversa da quella che ora spesso, 
non so come, vo dimostrando ; stolto tripudio imparato 
alla tua scuola, che somiglia a un fuoco fatuo. Pure piansi 
allora sul sangue versato da' miei figli. Ma qual pianto 1 
qual conforto vi andò mischiato dal pensiero della morte 
loro veramente gloriosa! - Però fu corto quell'istante 

che a tanta speranza m'aveva animato alla suprema 

speranza di vederti lealmente procedere nel sentiero di li- 
bertà su cui t'eri posto, e perfino sperai che, dopo avermi 
guidato a dar la completa indipendenza alla mia sorella, 
m'avresti restituito quel tesoro che barbaramente in questa 
giornata tu mi hai rapito.... Illusa! Ma, lo dissi, fu breve l'il- 
lusione ! Assai presto potei comprendere che quel tuo atto, 
che aveva ogni apparenza di generosità, non poteva pur 
chiamarsi un lucido intervallo, che era dettato, come ogni 
altro de' tuoi precedenti, da precetti di tenebrosa politica. 

Diffatti, proprio il giorno appresso di quello in cui fu 
versato dai miei figli gran copia di sangue per la reden- 
zione della sorella, tu me K arresti sulla gloriosa via, e 
stringi la mano all'oppressore di essa. Prova ancora il 
rossore di quell'istante ! Eccomi da quel momento da te 
introdotta in una via incerta, enigmatica, per diversi anni 
nei rapporti colla sorella, cui aveva prestato aiuto, finché... 
ma Ella stessa ti riparlerà tra poco del male, che in questi 
ultimi tempi m'hai costretto a farle, ti rinfaccierà il dardo 
che m'hai costretto a lanciarle contro. 

Io n'ho vergogna! Parlandone mi s'infiammerebbe il viso 
per l'ira d'averti obbedito nella fratricida missione, (i) 



(1) Qui, a metà della pag. 10 del « Libretto-Giornale > scritto Mita 
Carceri Nuove, ai interrompe la vintone : il Cairoli la* late in bianco 
alcune pappine, certo con l'Intenzione di condurre a termine più tardi 
il suo so^no politico, va alla pagina l 2l e riprende la < oniiimazlon. del 
■ uo diario. 



209 

Dicembre. 

3. — Sono al termine del quarantesimo giorno di pri- 
gionia. - Nulla di nuovo - Tutta la giornata passai nel- 
l'attesa di quella dichiarazione, cui é necessario apporre la 
firma per ottenere la libertà. Forse mi verrà mostrata 
domani. Dubito assai ch'io possa trovarla accettabile ; in ogni 
modo però desidero, per dare una favorevole risposta, di 
leggerla attentamente ; così, qualunque sarà la mia deci- 
sione, mi resterà la soddisfazione d'averla data in piena 
cognizione di causa. 

4. — Allo svegliarmi fui sorpreso stamane dal rimbombo 
di molte cannonate. - Ne chiesi la causa al custode e 
mi disse essere oggi S. Barbara, la festa d'Artiglieria. Mi 
scosse questo annunzio. - Quanto fausto gli altri anni 
mi scorreva questo giorno tra l'allegra comitiva dei com- 
pagni alternata alla gioia quasi infantile dei miei bravi 
soldati. . . . Nel 60 passai questa giornata in Accademia, 
pure in una specie di prigionia, ma quanto diversa da 
questa! - Nel 61 ancora in Torino, mentr'era alla Scuola 
d'Applicazione, da mattina a sera assieme al mio amatis- 
simo Adolfo, che doveva dopo due anni essermi rapito da 
morte quasi improvvisa. - Nel 62 a Pavia nel Reggi- 
mento Pontieri. Che liete ore tra la famiglia e buoni com- 
pagni ! - Nel 63 a Salò. Mi ricordo che fu imbandito 
un pranzo ai bravi pontieri della Compagnia, che era la 5 a - 

- Nel 64 a Casale. - Nel 65 mi trovava in permesso 
a Firenze col mio Enrico. - Nel 66 a Verona. Mi sov- 
vengo che non fu combinato il solito pranzo di tutti gli 
ufficiali dell'arma onde non essere costretti dalle leggi di 
militare convenienza ad invitare gli ufficiali austriaci ri- 
masti in Verona per la consegna del materiale; il che 
sarebbe riuscito un brutto spettacolo per i buoni cittadini- 

- Nel 67 : nella segreta N. io delle Carceri nuove di 
Roma ! - Nel 68 ? - Finora, come abbiamo visto, da un 
anno all'altro vi fu variazione di località; è ben sperabile 
dunque che questa legge abbia a mantenersi ancora per poco^ 
cioè ch'io abbia a trovarmi alla fine del nuovo anno in luogo 



210 

diverso. - Vorrei quasi sperare anche al principio. . . ma 
no, "comprimiamo i battiti del cuore, freniamo le speranze 
cotanto dubbie. 

5. — Stamane venne monsignor Stonor a trovarmi. Il degno 
uomo, pieno per me d'interessamento, mi parlò ancora della 
promessa che tra poco mi verrebbe presentata da firmare ed 
insistè perchè lo facessi, aggiungendo i consigli dell'amico 
Colloredo. Gli esposi la mia riconoscenza per tanta pre- 
mura, lo pregai di ringraziar pure l'amico, ma in merito 
alla questione dissi che sentiva di dovere star fermo in 
proposito altra volta mostratogli. Un dovere di più che 
agli altri compagni, aggiunsi, mi incombe circa a tale ar- 
gomento : la memoria santa del mio diletto Enrico ! Del 
resto, non debbo dar formale risposta finché possa leg- 
gere quel foglio. 

Più tardi fui chiamato in cancelleria una seconda volta; 
appunto la sospirata carta mi veniva portata da un im- 
piegato all'Auditorato militare. 11 suddetto signore mi parlò 
subito d'una certa istanza che dovevasi rivolgere credo al 
Direttore della Polizia per ottenere l'autorizzazione di rim- 
patriare. Credei volesse parlare della promessa, onde gli 
chiesi in quali termini dovesse essere concepita tale istanza. 
Dalla risposta capii essere questa una semplice domanda 
per soddisfare ad una formalità, onde gli venni subito a 
parlare della promessa. 

— « Ah, mi rispose, la conoscerà già, ritengo: è la stessa 
che fu firmata dagli altri suoi compagni già partiti». 

— «N'ho sentito a parlare, ma desidero conoscerla per- 
fettamente; favorisca dunque a leggermela». 

Me la lesse: n'è questo il senso: 

« Liberato in seguito alla grazia accordatami da Sua 
Santità dalla prigionia in cui m' ha gettato l'aver tatto 
parte delle bande che hanno invaso il Territorio Pontificio, 
m'impegno sulla mia parola d'onore di non portare più 
le armi contro il suo legittimo governo ». 

Mi feci consegnare il foglio e lo rilessi attentamente. 

Appena terminata la lettura risposi all'impiegato: 



211 

— « Non posso firmare ». — Discretamente sorpreso ei 
mi replicò: — « In tal caso, credo, si formulerà dal Tribu- 
nale un' altra intimazione » — « Favorisca a far sentire, 
s'Ella lo può, eh' io sarei disposto a firmare, avvece di 
quella promessa che ora ha letto, una dichiarazione in 
cui m'impegnassi ad essere sottoposto alla pena dì diversi 
anni di carcere, quando fossi colto un'altra volta colle armi 
alla mano entro lo Stato Pontificio ». — « Sarà difficile che 
si possa combinare in tal maniera...». - In ogni modo or 
conchiudo ripetendo che questa non la posso firmare, e per 
certo n'ho dispiacere. - Fui ricondotto alla mia segreta dopo 
aver esaminato gli oggetti statimi sequestrati all'epoca della 
mia entrata alle Carceri Nuove dall' Auditorato Militare, ed 
ora riconsegnati alla Cancelleria delle prigioni per mezzo 
dell'impiegato sunnominato. - Lo sguardo appassionato che 
potei gettare sulle ciocche di capelli del mio Enrico e del- 
l'amico perduto, mi consolarono assai del dolore cagionatomi 
dall'aver dovuto rifiutare la cara libertà. - Ritornato alla 
solitudine della segreta, mi trovai l'animo più tranquillo 
d'assai dei giorni precedenti, durante i quali, per quanto 
io facessi, non potè a meno l'animo mio di trovarsi 
in preda ad un vago turbamento per l'ansietà di leggere 
quel foglio, da cui poteva dipendere la sospirata libera- 
zione. - Era cagionato da una lieve (lievissima!) spe- 
ranza che quella promessa potesse essere formulata in 
termini accettabili dalla mia coscienza, mista ad un vago 
timore che io potessi in un momento di vertigine cagio- 
nata dal vivissimo desiderio d'abbracciare i miei cari fir- 
marla anche se, com'era probabilissimo, quella promessa 
fosse tale da doversi respingere. 

Giorno 5. 

Vidi monsignor Stonor, e gli dissi il mio rifiuto. - Se ne 
mostrò assai addolorato, il degno uomo, ma finì per mostrar 
d'approvare la mia condotta. - Volle udire in quali parti 
io non trovassi accettabile quella promessa. — « La frase 



212 

sulla grazia. » - ripresi - « l'epiteto legittimo al Governo 
Pontificio e quella parte che si riferisce alla parola d'onore ». 

Giorno 6. 

La situazione è radicalmente cambiata, rischiarata per- 
fettamente la prospettiva. - Posso tornare tra le braccia 
dei miei senza alcuna condizione contraria ai miei prin- 
cipia - Avvece di firmare una dichiarazione ebbi una in- 
timazione. 

Domattina all'alba partirò. Il giorno 7 Decembre mi re- 
sterà sempre scolpito in cuore. 

Mia Mammina, Benedetto, Minoja. - Come anelo di ab- 
bracciarvi ! (1) 



(l)Qui, colla pagina 32, finisce il « Libretto -Giornale » scritto dal 
Giovanni Cairoli nelle Carceri Nuove. Arrivato a casa, pareva che le 
ferite dessero speranza di guarigione : Invece formatosi un ascesso per 
le ferite di baionetta ricevute a Villa Glori dopo che già era caduto, 
morì 1' 11 settembre 1869. Un anno dopo, nel medesimo mese di set- 
tembre, Roma era ricongiunta all' Italia ed il voto, per cui egli ed il 
fratello avevano fatto sacrificio della vita, era compiuto ! 



213 



ELENCO DEI COMBATTENTI A VILLA GLORI (i) 



f i. Cairoli Enrico - Pavia - Comandante il drappello. 

2. Tabacchi Giovanni - Mirandola (Modena) - Co- 
mandante la i* Sezione. 

t 3. Isacchi Cesare - Cremona - Comandante la 2* Se- 
zione. 

f 4. Cairoli Giovanni - Pavia- Comandante la 5* Se- 
zione. 

5. Deverneda Ermenegildo - Chiavenna (Sondrio) - 

Aiutante maggiore. 

6. Muratti Giusto - Trieste - Furiere maggiore. 

7. Angeli Enrico - Vicenza. 

8. Barbarini Alessandro - Cremona. 

f 9. Bariani Ernesto - Casarile (Milano), 
io. Bassini Odoardo - Pavia. 

11. Bassini Pietro - Pavia. 

12. Bazzoli Massimiliano - Forlimpopoli (Forlì). 
f 13. Bonfatti Carlo - Mirandola (Modena). 

f 14. Boudet-Dutel-Vollerin Fleury - Lione (Francia). 

15. Campari Camillo - Pavia. 

16. Candida Alfredo - Roma. 

17. Capra Giovanni - Castelbolognese (Ravenna). 

18. Castagnini Domenico - Pavia. 

19. Celli Silvestro - Forlimpopoli (Forlì). 

20. Cerri Silvestro - Domo (Pavia). 

21. Chiap Valentino - Forni (Udine). 

f 22. Colombi Antonio - Vescovato (Cremona). 



(1) Dall'opuscolo di B. E. Maineri, Il sacro drappello di Villa Glori, 
con documenti e appendice. Roma, Civetti, 1881. - L'elenco fu com- 
pilato a cura di Cesare Elisei, uno dei componenti il drappello. 

I contrassegnati da una croce sono morti, quelli da un punto in- 
terrogativo coloro che emigrarono, e di cui sì ignora la sorte. 



214 

+ 23. Dal Corso Gaetano - Verona. 

24. Dall Oppio Antonio - Castelbolognese (Ravenna). 
f 25. Donelli Filippo - Cremona. 

26. Elisei Cesare - Roma. 

27. Emiliani Giovanni - Castelbolognese (Ravenna). 

28. Fabris Placido - Povegliano (Treviso). 

29. Ferrari Pio Vittorio - Udine. 

30. Fiorini Odoardo - Cremona. 

31. Francischelli Francesco - Castelbolognese (Ra- 

venna). 

32. Galli Carlo - Pavia. 

33. Garavini Enrico - Carpinello (Forli). 
f 34. Gentili Oreste - Loreto (Ancona). 

35. Gilioli-Cesatti Antonio - Mirandola (Modena), 
f 36. Gozzoli Arturo - Bologna. 

f 37. Gramigna Angelo - Castelbolognese (Ravenna), 
f 38. Guangiroli Ercole - Pavia. 

39. Guida Carlo - Soresina (Cremona). 

40. Isacchi Antonio - Milano, 
f 41. Lelli Vincenzo - Ancona. 
f 42. Mai Tommaso - Mantova. 
f 43. Mancini Giovanni - Roma, 
f 44. Mantovani Antonio - Pavia. 

45. Marzari Giambattista - Castelbolognese (Ravenna). 
? 46. Michelini Giovanni - Meduno (Udine). 
+ 47. Moruzzi Giuseppe - Pavia. 

48. Mosetig Pietro - Trieste. 

49. Musini Luigi - Busseto (Parma). 

? 50. Nicolato Luigi - Lonigo (Vicenza). 

f 51. Nobili Ernesto - Robecco d'Oglio (Cremona). 

52. Papazzoni Ernesto - Cavezze (Modena), 

53. PapottJ Francesco - Mirandola (Modena). 

54. Pasquali Ubaldo - Loreto (Ancona). 
f 55. Perozzi Angelo - Roma. 



2I 5 



56. Petitbon Francesco - Golese (Parma), 
f 57. Pietrasanta Luigi - Pavia. 

58. Ricci Emilio - Pavia. 

59. Rosa Angelo - Bergamo, 
f 60. Rosa Eugenio - Bergamo. 

61. Rossi Raffaele - Rimini (Forlì). 

62. Stragliati Baldassarre - Pavia. 

63. Taddeo Francesco - Napoli. 

f 64. Tamanti Costantino - Petricoli (Ascoli Piceno), 
f 65. Tarabra Giacomo Alessio - Asti (Alessandria), 
f 66. Tinelli Luigi - Napoli. 

67. Tirapelle Severo - Verona. 

68. Trabucchi Ercole - Pavia. 

69. Trentini Pietro - Viadana (Mantova). 

70. Vacchelli Luigi - Cremona. 

71. Vacchelli Nicola - Cremona. 

f 72. Valdrè Antonio - Castelbolognese (Ravenna). 

73. Valdrè Francesco - Castelbolognese (Ravenna). 

74. Vecchio Giovanni - Pavia, 
-f* 75. Veroi Luigi - Verona. 

76. Veronesi Aristide - Mirandola (Modena). 

77. Veronesi Tito - Mirandola (Modena). 
? 78. Vidali Gian Luigi - Trieste. 



INDICE 



Aiani (eccidio di casa), 122, 132. 

Adamoli Giulio, in Roma, 26. 

Alicante, 8. 

Altieri donna Livia, moglie di un Colloredo, 112. 

Andreuzzi dott. Antonio, come si salvò dagli austriaci, 7. 

Andreuzzi Silvio, parte per Roma, 8 ; suo ottimismo, 28 
e seg., 33, 45; suoi discorsi sulla condotta dei romani, 
34-37 ; alla stazione di Civitavecchia, 175 ; rie. 9, 45. 

Angeli Enrico, 213. 

Antibo (legionari di), due di essi vengono a parole col 
Muratti, 20 e seg. 

Antici Mattei mons. Ruggirò, sue pratiche per far tra- 
sferire il Mosettig in una casa privata, 159. 

Augusto conduce Ferrari e Muratti in casa Giovanelli, 
26-27 i V1 porta notizie sui movimenti dei garibaldini, 36 ; 
e sulle armi che entrarono per il Tevere, 40-41. 

Augusto, fidanzato d'una figlia del Giovanelli, 28. 

Barbarini Alessandro, 213. 

Bariani Ernesto, 213. 

Bartolomei Giuseppe, vignarolo di Villa Glori, 85, 196. 

Bartolomei Luigi, figlio del vignarolo di Villa Glori, 85. 

Bassini Odoardo, a Villa Glori, 213; non si trova il suo 



2l8 

corpo, 99 i sue parole a Giovanni Cairoli, 192; con lui 
si dirige alla casa del vignarolo, 193; soccorso, 194; 
visitato da Giovanni Cairoli, 195 ; trasportato a Roma, 
199; a S. Spirito, 126; che gli dice un frate, 130; si 
vuole levarlo da S. Spirito, 130-31, 203; discorre con 
mons. Tizzani, 139; esce dall'ospedale, 172; portato fuori 
di Castel S. Angelo, 174; a Grosseto, 176; ne. 97. 

Bassini Pietro, 213. 

Bazzoli Massimiliano, 213. 

Benedek Luigi (De), generale 7. 

Berghtnz Augusto, parte per Roma. 8 ; rie. 9. 

Bertagni Vincenzo, morto a Mentana, 11. 

Bezzi Egisto, 134. 

Bianchi dott. Achille, suo resoconto isterico- clinico, 
cit. 144. 

Biffani mons. Giovanni, notizie, 165-168 

Bonfatti Carlo, 213, 

Boni Egidio, morto a Mentana, 11. 

'Bor ghetto, 58. 

BOUDET-DUTEL-VOLLERIN FlEURY, 21 3. 

Buglielli, romano, aiuta rimbarco dei fucili, 79. 

Cadolini Giovanni, deputato, 202. 

Caffaro (combattimento al ponte del), 8. 

Caillon Gustavo, morto a Mentana, 11. 

Cairoli Adelaide, 192, 202, 212. 

Cairoli Benedetto, 186, 192, 202, 212. 

Cairoli Enrico, come pensò alla spedizione, 41; a Terni, 
50; reclama la liberazione del fratello, 50; prepara la 
spedizione, 51; avvertito degli arruolamenti del Ghi- 
rclli, 52; si assenta da Terni, 55 ; sua lettera al fratello 
Giovanni, 56 e seg. ; impedisce al Ghirclli di rompere 
la ferrovia, 57; va a Corese, 58, 189; torna a Temi, 63; 
discorso ai compagni, 64-65 ; suo contegno durante la 
marcia, 66; suo ordine al fratello, i8g; suo colloquio 
col Cucchi, 67; suo ordine del giorno, 71-72 ; la tras- 



219 

portare i fucili, 76 ; avvertito di gente che sta spiando, 78 ; 
dispone una guardia sopra coperta, 79 ; veglia scendendo 
il Tevere, 82 ; suoi scherzi coi compagni, 83-84; fa 
esplorare le alture di Villa Glori, 84, 190 ; le fa occu- 
pare, 190 ; avvertito dell'avvicinarsi del nemico, 91, 190; 
fa ripiegare il fratello verso la casa, 191 ; ordina 1' at- 
tacco alla baionetta, 94- 95, 191 ; si slancia contro il 
nemico, 95, 191 ; è ferito, 103, 191 ; sue ultime parole 
al fratello, 192; il suo cadavere è trasportato nella Villa 
Glori, 98 ; rie. 69, 86, 96, 97, 102, 178, 179, 193, 194, 195, 
197, 198, 200, 201, 202, 210, 211, 213. 
Cairoli Giovanni, che cosa scrive dei romani, 35 ; a Terni, 
50; arrestato a Roma, ivi; prepara la spedizione, 51 ; mostra 
ai compagni le rivoltelle, 55 ; fa distribuire le coperte, 
56; sua lettera al fratello, 58 e seg. ; osservazioni sul 
testo del discorso di Enrico da lui pubblicato, 65 ; va a 
Corese, 189; comandante la 3* sezione, 71, 213; suo 
discorso ad essa, 74-75, 189; giudizio sulla sua sezione, 
74-75, 189; sua marcia verso Roma, 189-90 ; suo collo- 
quio col Cucchi, 67 ; sue parole ai Ferrari, 81; che dice 
ad Enrico, 82 ; esplora ed occupa le alture di Villa 
Glori, 84-85, 190; vi trasporta i fucili, 190; a consiglio 
con gli altri capi, 91, 190; sue parole ai capi squadra, 
91 ; avverte il fratello della presenza del nemico, 190; 
che fece nel combattimento, 92 e seg., 190-91 ; soccorre 
il Moruzzi, 93, 191 ; ordina di ritirarsi verso la casa, 94, 
191 ; invita Enrico ad aspettarlo, 95, 191; è ferito, 103, 
191 ; creduto morto, 99, 195 ; suo risvegliarsi sul campo, 
192; sue parole al iratello e agli altri feriti, 192-93; 
va alla casa del vignarolo, 19] ; alla Villa, 194; rivede 
gli amici che vi sono raccolti, 195 ; suo incontro col 
Ferrari, 102-3, 195 ; vuol vedere il cadavere del fra- 
tello, 103, 107, 195 ; propone di barricarsi nella Villa, 
104: richiede soccorsi a Roma, 196; soccorre un ne- 
mico ferito, 196, 200; impedisce di sparare sui feriti, 197; 



220 

suo dolore per la distruzione delle armi, 198 ; cinica 
risposta di un tenente a lui, 107, 198; bacia il cadavere 
di Enrico, 198-99; gli è negato di tornar nella Villa, 
199; trasportato a Roma, ivi; sua risposta al capi- 
tano dei gendarmi, 200; insiste per la sepoltura del 
fratello, ivi, 201, 202 ; suoi pensieri rivedendo Porta del 
Popolo, 200-201; all'Ospedale di S. Spirito, 201; gli 
sono tagliati i capelli, 1 1 1 ; gli sono chieste le genera- 
lità, 212; assalito dalla febbre, 202; lodalo Stonor, 119; 
scrive al fratello Benedetto e al Minoja, 201 ; suo colloquio 
con il generale Zappi, 120-21, 202 ; parole dettegli da un 
frate, 130; suo colloquio con una signora inglese, 202- 
203; è levato da S. Spirito, 130-31, 203; lo Stonor 
porta notizie di lui agli altri feriti, 139; alle Carceri 
Nuove, 173, 205 ; sua apostrofe a Napoleone III, 205-8; 
ricordi e pensieri nel carcere, 209 ; è visitato dallo 
Stonor, 210, 21 1-2 12; rifiuta di firmare la promessa di 
non portare più le armi contro Roma, 2 io- 11 ; liberato, 
212; muore, ivi; suo racconto della spedizione, 35, 63, 
68, 74, 185 e seg. 

Caldesi Vincenzo, a Terni, 48 ; è avvertito degli arruo- 
lamenti del Ghirelli, 52. 

Campari Camillo, a Villa Glori, 213; soccorre il Mo- 
ruzzi, 93, iv^i ; resta a guardia dei feriti, 100, 195 ; ri- 
vede Giovanni Cairoli, 195 ; gli impedisce di vedere il 
cadavere del fratello, 103, 195-96; lo accompagna e 
scrive a Roma per soccorsi, 196; soccorre un soldato 
nemico ferito, 196, 200; muove incontro a un distac- 
camento di zuavi, 197; sua risposta a un tenente pon- 
tificio, 106; consegna a Giovanni Cairoli i ricordi del 
fratello, 107, 199; gli impedisce di tornare nella Villa, 
199; in Castel S. Angelo, 172, 201 ; a Grosseto, 176. 

Candida Alfredo, tenta di penetrare in Roma, 83 ; a 
Villa Glori, 213. 

CantaJupo, 68, 69, 70, 74. 



221 

Capaccioli Natale, suo incontro col Ferrari, 1 1 ; muore 
a Mentana, ivi. 

Capra Giovanni, 213. 

Casareto (Padre) di Genova, accompagna Pio IX nella 
visita ai feriti, 141-43. 

Castagnini Domenico, a Villa Glori, 213; ferito, 94, 191, 
195 ; può alzarsi dal letto, 123-24; è levato da S. Spi- 
rito, 130-31, 203 ; rie. 199. 

Castel Sant'Angelo, rie. 17, 18, 173, 203. 

Castellani Carlo, a Terni, sue notizie, 49-50, 53. 

Castellani Nino, a Terni, 49, 53. 

Castellazzo Luigi, in Roma, 26; arrestato, 55. 

Cella Giambattista, parte per Roma, sue notizie, 8 ; 
lotta con un capitano austriaco, 9; conduce PErter in 
casa Giovanelli, 43 ; rie. 7. 

Celli Silvestro, 213. 

Centro d? insurrezione in ^Roma, incita alla cospirazione, 26; 
distribuisce danaro, 40; manca di armi e di quattrini, 
41, 48; è discorde col comitato fiorentino, 61 ; rie. 37. 

Ceresa Alberto, di Lodi, parte per Roma, 9 ; alla sta- 
zione di Civitavecchia, 175. 

Cerri Silvestro, 213. 

Cesari (Albergo), 10. 

Charette (De) Atanasio barone de la Contrie, visita 
i feriti, 162 ; rie. 128. 

Chiap Valentino, 213. 

Cialdi Caplo, capitano pontifìcio, 78. 

Cipriani Ubaldo, morto a Mentana, 11. 

Civiltà Cattolica, che cosa scrive, 18, 41-42. 

Civitavecchia, 8, 12, 175. 

Colombi Antonio, a Villa Glori, 213; resta a guardia 
dei feriti, 100, 195 ; impedisce a Giovanni Cairoli di 
vedere il cadavere del fratello, 103 ; in Castel S. An- 
gelo, 173, 201. 

Colloredo conte Giuseppe, creduto padre del Mosettig, 137- 



222 

Colloredo, Trete dell'Oratorio, 112; visita il Mosettig, 160. 

Colloredo Giovanni, suo passaporto prestato al Muratti, 
5,46; il suo passaporto passa al Mosettig, 90; impres- 
sione che fa il suo nome portato dal Mosettig, m-12. 

Comitato centrale di soccorso di Firenze, 9, 57, 61. 

Comitato nazionale romano, ordina al Ferrari e al Muratti 
di tenersi pronti, 25 ; giudizio sull'opera sua, ivi. 

Comitato pei danneggiati politici nel 1870, rie. 31. 

Configni, 66. 

Corese, 8, 46, 57, 74, 66, 81, 189. 

Costa Pietro, morto a Mentana, 11. 

Crispi Francesco, a Terni, 50, 59. 

Cucchi Francesco, capo della cospirazione di Roma, 23, 
2 5> 39, 41, 42, 5 5, 59, 60, 68 ; è richiesto di danaro, 44-45. 

Cucchi Luigi, suo colloquio coi Cairoli, 68. 

D'Andreis Nino, a Terni, $0, 53, 61. 

Dal Corso Gaetano, 214. 

Dall'Oppio Antonio, 214. 

Del Vecchio Pietro, a Terni, sue notizie, 50. 

De-verneda Ermenegildo, aiutante maggiore, 71, 213; 
legge un ordine del giorno, 71 ; visita la posizione di 
Villa Glori, 190; a consiglio con gli altri capi, ivi. 

Donelli Filippo, 214. 

Elisei Cesare, 213, 214. 

Emiliani Giovanni, 214. 

Erter Eduardo, sue notizie, 43-4. 

Fabris Placido, a Villa Glori, 214; comanda una squadra, 
79; medica il Ferrari, 97 ; esce dalla Villa in cerca dei 
feriti, 98. 

Fabrizi Nicola, presidente del Comitato di Terni, 49, 50, 
52, 57, 61. 

Facci Carlo, parte per Roma, 8; sua morte, 9. 

FERRARI Pio Vittorio, suoi preparativi per partire, 1-5 . 
lascia la madre, 6 e seg. ; a Firenze, 5, 7-8; parte per 
Roma, 9; a Livorno, a Montalto, a Follonica, io; in- 



223 

contra il Capaccioli, u; arriva a Roma, 12-13; a *~ 
l' Hotel Minerva, 13 e seg. ; visita Roma, 16 e seg. ; fa 
cessare una lite fra il Muratti e un Antiboino, 20 ; sue 
preoccupazioni, 22 e seg. ; incontra la carrozza del Papa, 
22 e seg.; suo incontro sul Corso, 23; va air Hotel 
Roma, ivi; suoi discorsi con TAndreuzzi, 23, 33 ; avvi- 
sato di tenersi pronto, 25; lascia V Hotel Minerva, 26; 
in casa Giovanelli, 27 e seg.; prepara filaccie, 30; co- 
nosce altri cospiratori, 30 e seg.; suoi certificati di pa- 
triottismo, 31 e seg. ; è sfiduciato e lascia Roma, 45-46 ; 
a Terni, 47 e seg. ; va col Mosettig dal Caldesi, 48 ; 
conosce parecchi patriota, 49-50 ; vede arrivare i Cairoli 
a Terni, 50; si cerca di arrestarlo, 53; muta abbi- 
gliamento, 62 e seg. ; parte da Terni, 64 e seg. ; retti- 
fica il testo del discorso di Enrico Cairoli, 65 ; privato 
del giaciglio, 68-69 > riceve una lira, 70 ; suo dialogo 
con un prete a S. Spirito, 70-71 ; sua impressione alle 
parole di Giovanni Cairoli, 75-76; trasporta i fucili, 76- 
77 ; che gli disse il Buglielli, 78 ; suo turno di guardia 
sopra coperta, 78-80; che gli dice Giovanni Cairoli, 81 ; 
vede i doganieri arrestati, 84 ; esplora le alture di Villa 
Glori, 84-85; col vignarolo della Villa, 86; come seppe 
dell'arresto del Muratti, 90; si prepara a combattere, 91- 
92; quel che fa durante la pugna, 93 ; sua impressione 
vedendo il primo sangue, 94 ; ferito, 95-96; medicato, 97; 
visita il Mosettig, 99 ; si addormenta, 100 ; impressione 
al risvegliarsi, 101 ; rivede Giovanni Cairoli ferito, 102, 
195 ; gli impedisce di vedere il cadavere del fratello, 103 ; 
sue parole ad un distaccamento di zuavi, 197 ; sua ri- 
sposta ad un gendarme, 107; consegna a Giovanni in- 
cordi del fratello, ivi; condotto a Roma, 108, 199; sue 
parole al capitano dei gendarmi, 200; al cocchiere, 108; 
medicato allo Spedale, no; chiede di scrivere, in; sue 
sofferenze la prima notte, 113 ; ha da scrivere e da leg- 
gere, 113 ; sue amichevoli relazioni col Galliani, 115-19; 



224 

scrive alla madre, 117 ; che gli dice il generale Zappi, 121- 
22; è presoda febbre, 124; cerca di impedire che il 
Moruzzi conosca la sua prossima fine, 124-25 ; sue im- 
pressioni sui medici di S. Spirito, 126 e seg. ; un frate 
vuol convertirlo, 129-30; si offre di prendere il posto 
del Bassini, 130; scrive lettere per un maestro, 135, 
146 ; riceve lettere dallr. madre, 136; lo visita il prof. Lue- 
cardi, 136-37; sue preoccupazioni per il Colloredo, 137- 
38; a S. Onofrio, 141-44; come rivide la MaJre su- 
periora di S. Spirito, 148 ; ricorda alcuni feriti di Men- 
tana, 156; visita il Mosettig, 158; suo consiglio al 
rappresentante di una società democratica, 162; sue re- 
lazioni con mons. Biffani, 165 e seg.; ultimo tentativo 
per convertirlo, 168 e seg.; esce dall'Ospedale, 171; 
saluta Roma, 172; a Castel S. Angelo, 173; vede un 
agente segreto della polizia, 174; a Civitavecchia, 175 ; 
a Grosseto, 176; rie. 214. 
Ferraris dott. Adamo, disdice l'arruolamento nella le- 
gione romana, 52. 

Ferri Carlo, 61. 

Fiorini Odoapdo, a Villa Glori, 214; resta a guardia dei 

feriti, 100, 195; suo incontro con Giovanni Cairoli, 195; 

muove ad incontrare un distaccamento- di zuavi, 197; 

in Castel S. Angelo, 172, 201. 
Follonica, io. 

Franceschi Francesco, morto a Mentana, 11. 
Francischelli Francesco, 214. 
Frattini conte Federico, la sua casa è il ritrovo della 

spedizione Cairoli, 63. 
Frigyesi Gustavo, sua colonna, 55. 
Galliani, capitano, direttore dell' ospedale di S. Spirito. 

Notizie di lui, 1 14-15; suo contegno nel 1870, 1 15-16; 

visite fattegli dal Ferrari, 1 16-17; su0 dispiacere nel 

lasciare i feriti di Villa Glori, i|i; rie. 117, 172. 
Galli Carlo, 214. 



225 

Garavini Enrico, 214. 

Garibaldi Giuseppe, 50, 106, 119, 132, 134. 

Garibaldi Menotti, 33, 45, 49, 52, 58, 59,61. 

Gentili Oreste, 214. 

Ghirelli Giovanni Filippo, maggiore, arruola volontari a 
Terni, 51-52; la sua legione lascia Terni, 54-55; a Orte 
vuol rompere le rotaie, 57, 59, 66; come si intitola, 57; 
sue assicurazioni, ad Enrico Cairoli, 58; dichiara di ob- 
bedire al Fabrizi, 61. 

Gigli Giuseppe, capitano, arruola a Terni volontari, 52. 

Gilioli Cesatti Antonio, 214, 

Giovanelli, calzolaio, ospita il Ferrari ed altri cospira- 
tori, 27 ; sua famiglia 28 e seg. ; fa da cuoco per gli 
ospiti, 30; presenta ai Ferrari altri cospiratori, 30; tace 
agli ospiti la vicinanza di un precettato, 37; cerca di 
persuadere il Turco a non dare una festa da ballo e 
non vi riesce, 38-39; le sue figlie, 44. 

Giovanelli Pietruccio, figlio del precedente, 31, 38, 44. 

Giuliani Francesco, morto a Mentana, 11. 

Glori, ingegnere, è un clericale, 85; non avrebbe voluto 
commemorazioni, 86; bottiglie sturate in suo onore, 89. 

Gozzoli Arturo, 214. 

Gramigna Angelo, 214. 

Groppeìlo, 192, 200. 

Grosseto, 175, 176. 

Grotta Giovanni, morto a Mentana, 11. 

Guangiroli Ercole, 214. 

Guerzoni Giuseppe in Roma, 26. 

Guida Carlo, 214. 

Gulmanelli Luigi, capitano, arruola a Terni volontari, 52. 

Homodei comm. Francesco, sottoprefetto a Grosseto, 176. 

Isacchi Antonio, 214. 

Isacchi Cesare, comandante la 2 a sezione, 71, 213; a con- 
siglio con gli altri capi, 190. 



226 

Kanzler generale Ermanno, ministro delle armi, visita il 
Mosettig, 137. 

Kanzler Laura, moglie del generale, visita i feriti gari- 
baldini, 118, 128; è una Vannutelìi, 137. 

Lancellotti principe don Filippo, fa una ricognizione, 108. 

Lelli Vincenzo, 214. 

Lircan Bellini (correggi Linari-Bellini Alcide), morto 
a Mentana, 11. 

Livorno, io. 

Luccardi prof. Vincenzo, visita il Ferrari, 136 e seg. ; 
crede di riconoscere nel Mosettig il Colloredo, 137; è 
cognato del gen. Kanzler, ivi; notizie di lui, 138-39. 

Luynes (duca di), tenente dei dragoni, suo contegno coi 
feriti di Villa Glori, 105, 108. 

fMaccarese, 12. 

Magliana, 12. 

Mai Tommaso, 214. 

Mancini Giovanni, 214. 

Mantovani Antonio, a Villa Glori, 214; suo carattere 
faceto, 91-2, 96; ferito, 192; muore, 98; suo cadavere, 
102, 179, 195, 197, 199, 200. 

Marzari Giambattista, 214. 

Marzuttint Carlo, parte per Roma, 8; alla stazione di 
Civitavecchia, 175. 

Mayer (battaglione) il. 

Mayer, capitano dei carabinieri esteri pontifici, combatte 
con Enrico Cairoli, 96, 191. 

Melchiorri Cesare, proprietario di un albergo a Terni, 48. 

Maineri Baccio Emanuele, 185, 213. 

Mentana (battaglia di), prir * notizie giunte all'ospedale di 
S. Spirito, 131 e scg.; arrivo all'ospedale dei feriti, 133 
e seg.; monumento ai pontifici caduti a Mentana] [38; 
statistica dei feriti, 1 | 1 ; alcuni feriti di Mentana ricor- 
dati, 156 e seg.; rie. 11, 46, 68, 89. 

MERLUZZI Augusto, suo incontro sul Corso, 2 \. 



227 

Merode (De) tnons. Francesco Saverio, visita i feriti al- 
l' ospedale di S. Spirito, ni, 128, 201; suo colloquio 
col Mosettig, 122-23; vuol convertire i feriti, 129. 

Michelixi Giovanni, 214. 

Minerva (Hotel), io, 13 e seg., 19, 23, 25. 

MlNOJA, I92, 202, 212. 

Mistrali Franco, giudizio che ne dà Enrico Cairoli, 57. 

Montalto, 8, io, 16. 

Monte Castello (combattimento di), 7. 

^Montecitorio, sede della Direzione generale di Polizia, 17. 

Montefiore, a Terni, 50. 

Monteroiondo, 88, 132. 

Monti Giuseppe, 35. 

Monti Par ioli, 105, 122, 178. 

Moruzzi Giuseppe, a Villa Glori, 214; cade ferito, 93, 
191; all'ospedale peggiora, 124, 202; parole imprudenti 
dette avanti a lui da un medico, 124, 127; sua morte, 
125-26, 130, 179; sue parole a Giovanni Cairoli, 193: 
soccorso 193, 194; trasportato a Roma, 199; rie. 195, 
196, 197, 198. 

Mosettig Pietro, a Terni, 47; incontra il Ferrari e il 
Muratti, 48 ; suo colloquio coi Cairoli, 50 ; a Villa 
Glori, 214; torna ferito alla Villa, 98; suo colloquio 
col Ferrari, 99-100; porta il nome di Colloredo, 112; 
gli sono usate cortesie speciali credendolo un Collo- 
redo, 115 ; come si scoprì che non era un Colloredo, 115 ; 
suo colloquio col De Merode, 122-23 ; Mons. De Merode 
cerca di convertirlo, 129; il prof. Luccardi lo crede il 
Colloredo, 137-38; Pio IX si ferma al suo letto, 142; 
sue parole al Padre Casareto, 143 ; viene collocato in 
S.Onofrio, 158; pratiche di mons. Antici Mattei in suo 
favore, 159; lo visita il Padre Colloredo, 160; visitato 
da Giovanni Caiioli, 195 ; suo consiglio a Giovanni 
Cairoli, 210; rie. 96, 196 

Muratti Giusto, si decide a partire per Roma, 4 ; come 



228 

ebbe un passaporto, 5 ; arriva a Firenze, 7-8 ; partì per 
Roma, 9; a Livorno, a Montalto, a Follonica, io; al- 
l'albergo della Minerva, 13 ; battibecco col cameriere, 14; 
visita Roma 16 e seg. ; viene in lite con un Antitomo, 20 ; 
lascia T Hotel Minerva, 21 ; in casa Giovanelli, 27-28; 
lascia Roma, 46 ; che gli accadde a cagione del passa- 
porto, 46-7; incontra il Mosettig, 48 ; va dal Caldesi, 48; 
nominato furiere, 71, 213; ordina di trasportare i fucili 
della spedizione, 76 ; mandato a Roma per provvedere 
viveri, 90 ; lascia il passaporto del Colloredo ai Mo- 
settig, 90; arrestato, ivi; rie. 212. 

Musini Luigi, 214. 

Napoleone III, 205-8. 

Napoli Federico, sua lettera, 186-87. 

Nicolato Luigi, 214. 

Nobili Ernesto, 214. 

Nuvolari Giuseppe, garibaldino a Terni, 50. 

Orte, 8, 66. 

Paci Silvestro, morto a Mentana, 11. 

Polidoro, 12. 

Palo, 12. 

Papazzoni Ernesto, a Villa Glori, 214; ferito, 192; por- 
tato ferito dentro la Villa, 98 ; parole dettegli da un 
frate, 130; all'ospedale di S. Onofrio, 158; rie. 92, 
195, 196. 

Papotti Francesco, 214. 

Parboni Napoleone, visita il Ferrari ed il Muratti, 26. 

Pasquali Ubaldo, 214. 

Passo Cor rese v. Co rese. 

Pavesi Urbano, in Roma, 26. 

Perozzi Angelo, sue notizie, 40, 53; a Villa Glori, 21}; 
aiuta l'imbarco dei fucili, 78 ; fa sostare la spedizione a 
poca distanza da Roma, 82 ; consiglia ai compagni di na- 
scondersi, 84; a consiglio coi capi della spedizione, 190. 

Petitbon Francesco, 215. 



229 

Petrarca (madama) è perquisita la sua casa, 39. 
Pianciani conte Luigi, sue pratiche col sig. Glori, 86 ; 

rie. 178. 
Pietrasanta Luigt , garibaldino a Terni, 50; a Villa 

Glori, 215. 
Pietro (S.), 17. 
Pio IX, sul Corso, 22; sua visita a S. Spirito, 141 e seg. ; 

rifiuta di concedere al Mosettig il passaggio in una casa 

privata, 159 ; concede un canonicato a mons. Biffani, 165 ; 

rie. io, 138. 
Piombino (principe di), 67, 68. 
Ponte Sant'Angelo, 19. 
Ponte Sfondato , 73, 74, 189. 
Porta del Popolo, 22. 
Porta San Paolo (tentativo alla), 46. 
Povoleri Augusto, parte per Roma, 8; sua morte, ivi, 
Randi mons. Lorenzo, direttore generale della polizia 

pontifìcia, fa liberare i fratelli Cairoli, 50-51. 
Rattazzi Urbano, condotta del Ministero presieduto da 

lui, 49; suo telegramma, ivi; sua morte, 171. 
Ricci mons. Achille Mario, commendatore di S. Spirito, 

gli appartiene l'ospedale di S. Onofrio 136; visita i fe- 
riti, 162-63. 
Ricci Emilio, 215. 
Ricci mons. Francesco, cameriere segreto di S. S., visita 

i feriti garibaldini, 128. 
Roma, pensieri che suscita, 12-13. 
Roma (Hotel), 23. 
Romani, osservazioni sulla loro condotta durante i prepa 

rativi dell' insurrezione, 34-36. 
Ronco march. Gaetano, notizie di lui, 146; visitato dal 

De Charette, 162; suo saluto al Ferrari, 172; rie. 134. 
Rosa Angelo, a Villa Glori, 215 ; in Castel S. Angelo, 173. 
Rosa Ercole, autore del monumento ai fratelli Cairoli, 178. 
Rosa Eugenio, a Villa Glori, 215 ; in Castel S. Angelo, 173. 



230 

Rossi Raffaele, 215. 

Sabatini Claudio, a Terni, 50. 

Salò, 9. 

Scholey Giovanni, ferito a Mentana, 158. 

Sentinella friulana, periodico di Udine, 2. 

Serafino, falegname, frequentatore di casa Giovanelli, 3 1 ; 
porta a Terni notizie, 55. 

Serr istori (caserma) 35, III. 

Spedale di Sant'Onofrio, accoglie i feriti di Mentana, 135; 
anche i feriti di Villa Glori vi sono trasportati, 141 ; 
come vi furono distribuiti i feriti, 144; sua descrizione, 146; 
come vi si trattavano i feriti, 147 e seg. 

Spedale di Santo Spirito, 70 ; vi sono condotti i feriti di 
Villa Glori, 109 e 201; statistica dei feriti che vi fu- 
rono portati, 144. 

Stallo Luigi, 154. 

Stc ne Biddulph Caterina Maria, visita i feriti garibal- 
dini, 118, 128; fatta prigioniera e condotta al generale 
Garibaldi, 119. 

Stonor mcns. Edmondo, visita i feriti garibaldini, 119-20, 
139 ; notizie di lui, 120, 128; visita in carcere Giovanni 
Cairoli, 2ìo, 211. 

Stragltati Baldassarre, a Villa Glori, 215; addetto ai 
carri, 72; ha ordine di sorprendere un posto di doga- 
nieri, 79 ; riesce ad impadronirsene, 82 ; esce a cercare 
i feriti, 98, 195. 

Tabacchi Giovanni, garibaldino, a Terni, 50; è pro- 
posto per condurre la spedizione alla volta di Oi te, 60 ; 
aneddoto di lui, 69-70; comandante la i a sezione, 71, 
213 ; si slancia all'attacco, 94; si ritira a difendere la 
Villa, 96; va a Corese, 189 ; a Campiglia, 190; leva i 
feriti dal campo, 195. 

Taddeo Francesco, 215. 

Talbot nions. Giorgio, cameriere segreto di S.S., visita 
i feriti garibaldini, 128; suo carattere, 129; rie. 164. 



231 

Tamanti Costantino, 215. 

Tarabra Giacomo Alessio, 215. 

Temi, suo aspetto nell'ottobre 1867, 48-49; vi sono delle 
spie, 52 ; la spedizione Cairoli si muove da Terni, 65 ; 
rie. 46, 47, 62. 

Tinelli Luigi, 215. 

Tirapelle Severo, 215. 

Tizzani mons. Vincenzo, vescovo di Terni, visita i fe- 
riti, 139-40; sua nobile risposta ad un principe ro- 
mano, 140. 

Tognetti Gaetano, 35. 

Tolazzi Francesco, sue notizie, 7. 

Torlonia Leopoldo, 178. 

Trabucchi Ercole, 215. 

Tre Ladroni {Osteria dei), 20. 

Trentini Pietro, 215. 

Udine, 1. 

Vacchelli Luigi, 215. 

Vacchelli Nicola, 215. 

Valdrè Antonio, 215. 

Valdrè Francesco, 21$. 

Valzania (colonna), 134. 

Valzania Eugenio, a Terni, 50. 

Vecchio Giovanni, 215. 

Veroi Luigi, a Villa Glori, 215; segnala V avvicinarsi di 
alcuni dragoni, 91. 

Veronesi Aristide, 215. 

Veronesi Tito, 215. 

Vidali Gian Luigi, 215. 

Villa Glori, sua descrizione, 85 ; giudizio sulla spedi- 
zione che prende il nome dalla Villa, 87 e seg., 177 e 
seg. ; suo aspetto dopo il combattimento, 101 ; non fu 
conservato il luogo del combattimento, 178-79; comme- 
morazione annuale, 180, rie. 35 

Viterbo, 122. 



232 

Wedekind (palazzo) , progetto di tentarvi un colpo di 
mano, 42. 

Woelmont (mons. di) y capellano belga, va a Villa Glori, 
107, 108. 

Zappi gen. Giovanni Battista, suo colloquio con Gio- 
vanni Cairoli 120, 202; suo visto alle lettere del Fer- 
rari, 117, 136, 16$; visita i feriti garibaldini, 120-22; 
al letto del Moruzzi, 124. 



LIO 

OF THE 
UNIVERSITY OF ILLINOIS 

- BIBLIOTECA STORICA DEL RISORGIMENTO ITALIANO 

ubblicata da T. Casini e V. Fiorini. - Serie II, N. -4 



r~j 



5.631 

W2. 4 



PIO VITTORIO FERRARI 



ILLA GLORI 



Ricordi ed Aneddoti 



dell'Autunno 1867 



CON PREFAZIONE DI ETTORE SOCCI 



Seguono in Appendice il « Giornaletto di Campo » ed altre Note e Ricordi 

scritti nell'Ospedale e nelle Carci. m di Roma 

da 

GIOVANNI CAIROLI 



. . . Oh come grato occorre 

Il rimembrar delle passate cose 
Ancor che tristi ! 

Leopardi. 




ROMA 

SOCIETÀ EDITRICE DANTE ALIGHIERI 
1899 



BIBLIOTECA STORICA 

DEL RISORGIMENTO ITALIANO 

diretta da T. Casini e V. Fiorini 



VOLUMI PUBBLICATI (componenti la I Serie). 
i. V. Fiorini. — Gli Atti del Congresso Cispadano. Voi. di pag. 206J 
L. 2. 

2. G. Carducci. — Le prime vittime di Francesco IV, duca di M\ 

dena. Notizie di A. Panizzi. Voi. di pag. 230. L. 2. 

3. T. Casini. — La rivoluzione di Milano nelV aprile 1814, relaziori 

storiche di L. Armaroli e C. Verri. Voi. di pag. 200. L. 2. 

4. G. Sforza. — Garibaldi in Toscana nel 1848. Voi. di pag. 72. L. 
5-6. T. Casini. — Memorie di un vecchio carbonaro ravegfiano (P. U(j 

cellini). Voi. di pag. 300. L. 3. 

7. D. Zanichelli. — Lo Statuto di Carlo Alberto. Voi. di pag. 150. 

L. 2. 

8. P. S. Mancini. — Relazione sui fatti 15 maggio 1848. L. 2. 

9. Alessandro Luzio. — Le Cinque giornate nelle ?iarrazioni au- 

striache. L. 2. 
io. Raffaele Belluzzi. — La ritirata di Garibaldi da Roma nel 1840, 
L. 2.50. 

11. Luigi Rava. — D. A. Favini e la sua memoria storica sulla Ro- 

magna dal 1796 al 182S. L. 2. 

12. Vittorio Fiorini. — Gli scritti di Carlo Alberto sul 1S21. 

VOLUMI PUBBLICATI della II Serie. 

1. Giuseppe Mazzatinti. — Diario di un Ministro della Repubblica 

Romana (Giovita Lazzarini). L. 2. 

2. L. Rava. — // maestro di un Dittatore (Domenico Farini, 1777- 

1834). Saggio storico biografico. L. 2. 

3. G. Biadego. — La dominazione austriaca e il sentimento pubblico 

a Verona dal 181 4 al iS '77. L. 2. 

4. P. V. Ferrari. — Villa Glori. Ricordi e annedoti dell'anno 1867 

e giornaletto di campo di Giovanni Cairoli. L. 2. 
5-6. E. Viterbo. — Terenzio Mmniani. Lettere dall'esilio. Voi, 1, 

1831-1845. 
7. E. Viterbo. — hi. hi. Voi. il, 1S46-1849. 
VOLUMI IN PREPARAZIONE: 
Vincenzo Fontanarosa. — // Parlamento napoletano nel iSjo. 
Gaspare Finali. — L'Assemblea delle Romagne del 1859, 

T0MMAS1 > Casini. — Governi e i Issetnòlee in Italia dal 1796 al 1S1 /. 
VITTORIO FIORINI. — Le dichiarazioni di decadenza ilei dominio 

temporole dei papi dal /jcjS al /Sjo. 
FRANCESCO TORRACA. — Lettere politiche inedite di F. Ih' Sanetis. 
A. D'Ancona. - Lettere sirmienst di F. Apostoli. 

vt ri r innov a, in qncsl rnt dell' armo, (tal dì < noli Emilia 

affermatasi la prima volta la coscienza unitaria della nostra nazione, pei \<>t,..ii rap- 
presentanti eletti da i>"i>oli italiani fino allora divisi, fu posta la prima pietra all'edificio 
dell' unita Italiana; edificio che n< ilei secolo ebbe dai nostri i'.i<lii. 



lentamente, fra stenti, lotte e sacrifici, il suo quasi pieno coronamento. Nello stesso 
periodo di tempo la Francia e pressoché tutte le nazioni di Europa e molte d' oltre 
1' Oceano hanno rinnovata e ricostituita SU basi nuove, fra contrasti di uomini, di pas- 
sioni e di fatti non meno aspri dei nostri, la loro vita; ma se è ben certo che la maggior 
parte delle altre nazioni conoscono storicamente come e per quali vie il loro rinnova- 
mento si è compiuto, possiamo noi Italiani dir lo stesso di noi? In Francia gli archivi 
pubblici e i privati sono stati diligentemente ricercati per illuminare nei più minuti 
particolari le vicende di quella grande Rivoluzione, e memorie, documenti, opere ori- 
ginali e meditate 1' hanno analizzata nelle sue parti e raccontata nel suo insieme ; la 
Restaurazione, il secondo Impero e la seconda Repubblica non hanno ormai più segreti 
per gli storici francesi ; i quali già sicuri s' avanzano a rischiarare il formarsi della terza 
Repubblica che li governa. Società, Collezioni, Riviste sono sorte a promuovere ed 
aiutare 1" opera individuale degli scrittori in questo assiduo e pronto e continuato 
lavorìo per ricostruire la storia contemporanea francese : e lo stesso che in Francia è 
accaduto in Germania, in Austria, in Ungheria. 

Da noi, sia per pigro acconciarsi all' antica sentenza che è diffidi cosa portar giudizio 
di fatti contemporanei, sia per altezzoso dispregio nei ricercatori di documenti storici 
verso i fatti che, come recenti, si suppongono meno ignorati dai più, sia per altre 
ragioni, che meglio è tacere, le indagini sulla storia contemporanea furono lungamente 
trascurate o abbandonate per lo più a chi non aveva alcuna preparazione a guidarle 
con metodo scientifico e con criteri veramente storici : le nostre Deputazioni di storia 
patria, ad esempio, o per loro statuti o per pregiudizio inveterato, quasi tengono chiuse 
le loro collezioni ai documenti che per data non sono anteriori al secolo nostro ; come 
se la storia della patria italiana finisse al secolo xvm ! 

Da alcuni anni però un risveglio di questi studi si avverte. JJna casa editrice, già 
benemerita per preziose pubblicazioni di storia contemporanea, ha iniziata una Rivista 
storica del Risorgimento : il poeta, che in sé accoglie e intende 1' anima tutta dell' Italia 
nuova, ha posto nelle mani della gioventù i fiori più belli che son cresciuti nella pri- 
mavera del nostro Risorgimento. Sia lode a loro e s' aprano le nostre case e le scuole 
delle nuove generazioni per accogliere i frutti di queste fatiche ! Più che mai ora ab- 
biamo bisogno di ritemprarci nei ricordi di un passato che è abbastanza vicino a noi 
perchè si possa ancora sperare che i germi di quel forte e generoso e indomato sentire, 
di quel perseverante aspirare ad un ideale di grandezza che lo hanno reso glorioso, non 
sieno già estinti. Vero è che nemico più terribie dei tiranni e degli stranieri, e più 
ostinato che non sia V ignoranza e non siano gli stessi preconcetti secolari, si è la 
coscienza di sé che si dissolve ; e rifare ciò che si è disfatto è più difficile impresa che 
non fare tutto di nuovo. Ma non disperiamo di noi per castigarci di avere sperato 
troppo : persuadiamoci che non la « stella d Italia » ha accompagnati al Campidoglio 
i nostri passi, ma il volere e 1' accorgimento e la tenacia degli uomini: e studiamo 
questi uomini e impariamo da loro, dai loro successi, come dalle loro sventure e dagli 
errori e dalle colpe. 

Con duplice intendimento di concorrere anch' essa a richiamare alla mente degli 
Italiani la storia della loro nazionale redenzione e di riunire materiali storici, scelti 
e ordinati con cure e con metodo di scienza, la Società Editrice che da Dante Alighieri 
— il grande Padre della coscienza unitaria italiana — si intitola e che ha nei suoi pro- 
positi un intiero programma di educazione civile della gioventù italiana, ha voluto ini- 
ziare una Biblioteca storica del Risorgimento Italiano e affidarne a noi la direzione. 
Nei dodici volumetti, di varia mole, che usciranno ogni anno, noi andremo raccogliendo 
scritture e documenti editi ed inediti, per modo che ciascuno dei momenti nei quali si 
è svolta la storia del nostro Risorgimento ne riceva qualche lume. 

Tutto ciò che non abbia attinenza diretta ai fatti ne sarà da noi escluso : vi acco- 



glìeremo invece, di preferenza, documenti personali, racconti di cose vedute, lettere o 
memorie che narrino le fuggitive impressioni o le condizioni dell' animo di spettatori 
e di attori, o atti e scritture uscite nel momento dell' azione o che di per sé costitui- 
scano 1' azione stessa ! « Dans une pièce jouée par des morts, les morts doivent rede- 
venir des acteurs vivants. Mieux vaut les laissei parler que de les faire parler ». Ciò 
che si trova sparso in molte opere raccoglieremo in poche pagine: da giornali, da 
opere voluminose, da opuscoli caveremo il succo di ciò che vi è di utile, per modo da 
porgere in breve tempo a chi voglia conoscere la storia del nostro Risorgimento non 
solo un materiale copioso e di facile uso per il sussidio che vi aggiungeremo di ricchi 
indici e di notizie bibliografiche, ma altresì una guida sicura nelle ricerche che gli 
avvenga di dover fare. Ciascun volumetto, quando la materia lo permetta, avrà 1' or- 
namento di ritratti e di illustrazioni che abbiano valore storico. 
Gennaio 1897. 

T. Casini. — V. Fiorini. 



CONDIZIONI 



Della Biblioteca Storica del Risorgimento italiano 
si pubblicherà un volume ogni mese, e sarà posto in 
vendita a prezzo proporzionato alla sua mole. Dodici 
numeri formeranno una serie. 

Chi si abbona ad una intera serie pagherà solamente 
lire 12 e cioè una lira per ogni numero, la quale si può 
anche versare all'atto del ricevimento del volume. 

Per abbonarsi basta inviare alla Società Editrice Dante 
Alighieri, Via del Corso angolo del Carovita, n. 6. ROMAj 
una cartolina-vaglia di L. 12 con la dichiarazione di as- 
sociarsi a tutta la r' 1 serio e si riceveranno subito franchi 
di porto i volumi fino ad ora pubblicati. 

Le Biblioteche e gli Istituti scolastici possono pagare 
L. 12 in una sola volta a serie compiuta. 



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